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15 ottobre 2022

Il male non esiste (Mohammad Rasoulof, 2020)

Il male non esiste (Sheytan vojud nadarad)
di Mohammad Rasoulof – Iran/Ger/Cec 2020
con Ehsan Mirhosseini, Kaveh Ahangar, Mahtab Servati
***

Visto in TV (Now Tv).

Quattro episodi sul tema della pena di morte in Iran, visto dalla prospettiva di chi è "costretto" a somministrarla, che si tratti di burocrati statali o giovani soldati di leva. Il regista (che ha girato il film clandestinamente: la pellicola è stata ovviamente bandita in patria) si è ispirato alle proprie esperienze e ha affermato di aver inteso esplorare la questione dell'assunzione delle proprie responsabilità, dunque da un punto di vista personale e individuale, piuttosto che imbastire una battaglia a livello politico o sociale. Nel primo episodio, intitolato "Il diavolo non esiste" (come il titolo letterale del film stesso), assistiamo alla vita quotidiana, persino monotona, di un uomo di mezza età, con i suoi problemi famigliari, le interazioni con moglie, figlioletta e madre, la visita in banca o al supermercato per fare la spesa, i dialoghi di tutti i giorni. Solo alla fine scopriremo che lavoro fa, ovvero il boia in un carcere di Teheran: è la "banalità del male", immersa in un vissuto quotidiano dove le questioni legate al suo terribile lavoro sono completamente rimosse e lasciate da parte durante il resto della sua giornata. Nel secondo episodio, un giovane militare di leva viene assegnato al braccio della morte, con il compito di accompagnare i prigionieri verso il loro destino. Non saprà reggere alla tensione e sceglierà di "evadere". Nel terzo episodio, un altro soldato ottiene una licenza per far visita alla sua ragazza: quando questa scopre che il suo compito sotto le armi è quello di giustiziare i condannati a morte, cosa di cui non le aveva mai fatto accenno, deciderà di lasciarlo. Nel quarto, un uomo che vent'anni prima aveva disertato dall'esercito pur di non macchiarsi le mani del sangue dei condannati, confessa il proprio passato alla figlia, una ragazza che da allora è vissuta all'estero e che ignorava persino il loro legame di parentela. Quattro storie potenti, che restano dentro, legate dalla stessa tematica ma distanti per ambientazioni (molto belli, in particolare, gli scenari naturali degli ultimi due episodi), con personaggi che di fronte all'orrore del dover giustiziare altri uomini scelgono vie differenti: chi la rimozione di ogni senso di colpa, chi la fuga, chi l'ignoranza, chi la consapevolezza. Ottimi il vasto cast, la regia e la confezione. Nella colonna sonora spicca la versione di Milva di "Bella ciao" (quella connotata come "canto delle mondine"), più avanti ripresa anche in versione strumentale. Orso d'oro al festival di Berlino.

22 novembre 2021

Il buco (Jacques Becker, 1960)

Il buco (Le trou)
di Jacques Becker – Francia 1960
con Marc Michel, Jean Keraudy
***1/2

Visto su YouTube.

Nella prigione de La Santé, a Parigi, il giovane Gaspard (Marc Michel) – in attesa di processo – viene trasferito di cella, e scopre che i suoi quattro nuovi compagni stanno progettando la fuga. Si unirà a loro, scavando un "buco" sul pavimento che porta ai sotterranei del carcere, e di lì, attraverso le fognature, verso la libertà... Da un romanzo di José Giovanni (co-sceneggiatore insieme al regista), ispirato a un fatto realmente accaduto nel 1947 (di cui fu protagonista proprio uno degli attori, Jean Keraudy, che interpreta sé stesso nei panni di Roland, l'ideatore del piano di fuga: è lui a introdurre la vicenda, rivolgendosi agli spettatori e spiegando: "Buongiorno. Il mio amico Jacques Becker ha ricostruito in tutti i dettagli una storia vera, la mia"), una pellicola bella e serrata, per certi versi simile al capolavoro di Bresson "Un condannato a morte è fuggito". Anche se qui la prospettiva è più corale e meno individuale, come in quello assistiamo meticolosamente alla lavorazione e messa in atto del progetto dei protagonisti, con lunghe inquadrature dei detenuti che martellano il pavimento, segano le sbarre e picconano i muri, il tutto mentre cercano di evitare di essere notati dai secondini e dalle guardie. La partecipazione dello spettatore è notevole, tanto da identificarsi come non mai con i criminali. Con molta inventiva e tante risorse, e nonostante i pochi mezzi a disposizione (per esempio, si costruiscono una clessidra artigianale per tenere conto del passare del tempo), i cinque arriveranno a un passo dalla libertà: a tradirli sarà la componente umana, e proprio l'aspetto psicologico (con l'analisi dei rapporti di amicizia, delle tentazioni e dei tradimenti) contribuisce a elevare il film dai limiti del suo genere. Ottima l'ambientazione, la fotografia in bianco e nero (di Ghislain Cloquet) e le interpretazioni: gli altri tre compagni di cella sono Philippe Leroy (il rude Manu), Raymond Meunier (l'estroso "Monsignore") e Michel Constantin (il tormentato Geo). Leroy e Costantin, in particolare, erano all'esordio. Piccole parti anche per André Bervil (il direttore del carcere), Jean-Paul Coquelin (il brigadiere) e Catherine Spaak (Nicole, la ragazza che fa visita a Gaspard). Da notare che, a parte Gaspard, non viene svelato il motivo della prigionia degli altri detenuti. È l'ultimo lavoro di Becker: il regista morì per una malattia genetica, a soli 54 anni, prima che il film potesse essere proiettato al festival di Cannes.

20 luglio 2021

Carandiru (Héctor Babenco, 2003)

Carandiru (id.)
di Héctor Babenco – Brasile 2003
con Luiz Carlos Vasconcelos, Milton Gonçalves
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Nel carcere di Carandiru (dal nome del quartiere di San Paolo in cui sorge), affollatissima prigione che ospita quasi ottomila criminali di vario genere (oltre il doppio rispetto alla capienza prevista), i detenuti hanno dato origine a un microcosmo che si gestisce quasi da solo, fissando regole (con un proprio codice d'onore) ed elargendo punizioni, con il benestare implicito del direttore, che tollera anche i vari commerci clandestini e illegali all'interno delle celle. Un giovane medico (Vasconcelos), giunto in servizio volontario nell'istituto per attuare un programma di prevenzione dell'AIDS, raccoglie storie e testimonianze della vita in carcere da parte dei vari prigionieri, appena prima che una rivolta nata quasi casualmente e in maniera estemporanea venga sedata con cruenza dalle forze speciali di polizia (con 111 detenuti uccisi, spesso a sangue freddo). Ispirato ad eventi reali raccontati nel libro autobiografico di Drauzio Varella (un medico che ha servito nel carcere dal 1989 al 2002, quando l'edificio è stato definitivamente chiuso e demolito), un film corale ad ampio respiro, ricco, energetico, colorato e intenso, con cui Babenco – come suo solito – stempera storie drammatiche e situazioni di disagio, emarginazione e discriminazione con una forte attenzione all'aspetto umano dei protagonisti, anche quando si tratta di delinquenti, ladri e assassini. Le numerose storie che racconta (anche attraverso flashback che ci mostrano i retroscena avvenuti prima dell'ingresso in prigione) sono accattivanti, simpatiche, memorabili, a volte allegre e a volte tristi (un mix tipicamente brasiliano): fra queste spiccano quella di "Negro" (Ivan de Almeida), rapinatore che diventa il leader riconosciuto dei detenuti all'interno della prigione, con un'autorità pari a quella delle guardie; di "Spada"/Peixeira (Milhem Cortaz), killer spietato colto da crisi mistica; dei due fratelli adottivi Deusdete (Caio Blat) e Zico (Wagner Moura), cresciuti insieme fin da piccoli ma con finale tragico; del simpatico Majestade, che si barcamena a fatica fra due mogli (Maria Luisa Mendonça e Aida Leiner); di "Che sfiga/Sem chance" (Gero Camilo), assistente del dottore che si innamora del transessuale Lady Di (Rodrigo Santoro); e altre ancora. Stupisce la cura e l'affetto con cui vengono ritratti i vari personaggi, di cui si mostra tutta l'umanità (che traspare dai loro rapporti, dalle amicizie, ma anche dai rancori e dalle vendette personali), per esempio durante la giornata dedicata alle visite dei famigliari, pur senza negare o edulcorare le loro colpe, facendoci affezionare a loro al punto da soffrire e indignarci quando nel finale assistiamo al massacro da parte delle forze speciali (i poliziotti non ci sembrano meno criminali delle loro vittime, anzi). Personaggi, temi e ambientazione, nella loro fusione di neorealismo, semi-documentarismo e denuncia sociale e politica (senza ipocrisia o retorica), ricordano ovviamente anche i film precedenti di Babenco, in particolare "Pixote" e "Il bacio della donna ragno".

15 luglio 2021

Prima colpa (John Cromwell, 1950)

Prima colpa, aka Donne in gabbia (Caged)
di John Cromwell – USA 1950
con Eleanor Parker, Hope Emerson
***

Visto in divx, alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Arrestata con l'accusa di essere stata complice in una rapina (nella quale è morto il suo giovane marito), la diciannovenne Marie Allen (Parker) viene rinchiusa in un carcere femminile. Entratavi innocente, timida e spaurita, ne uscirà indurita, sicura di sé e pronta a una vita da autentica criminale (“Tornerà”, commenta tristemente la direttrice al momento del suo rilascio). Ritratto cupo e realistico (nonostante qualche inevitabile concessione al melodramma e qualche ingenuità nella caratterizzazione dei personaggi) delle dure condizioni nelle carceri statunitensi, che non risparmia atti d'accusa al sistema politico e alla corruzione di guardie e secondini, il film ha contribuito a codificare numerosi cliché delle pellicole di ambientazione carceraria (non solo americane: si pensi al recente “Il profeta” di Jacques Audiard, che a sua volta ripropone il tema della prigione come “maestra (criminale) di vita”): dalle dinamiche interne fra le detenute (con rapporti di potere in quello che è un vero e proprio microcosmo con le proprie regole e le proprie punizioni), alla dipendenza da commissioni che attribuiscono in maniera quasi aleatoria la libertà vigilata; dagli occasionali tentativi di ribellione, ai difficili periodi trascorsi in isolamento; passando per episodi ed eventi più o meno funesti (la nascita di un bambino, il suicidio di una detenuta depressa). Ottimo il cast, corale e quasi completamente femminile, che circonda la protagonista, dove spiccano Betty Garde (la “regina” Kitty Stark) e Lee Patrick (la sua “rivale” Elvira Powell). Un particolare filo conduttore è però quello dello scontro fra Evelyn Harper (Hope Emerson), la sadica sorvegliante che fa il bello e il cattivo tempo all'interno della prigione (forte anche di appoggi politici che la proteggono dal licenziamento), e Ruth Benton (Agnes Moorehead), la direttrice del carcere che cerca a fatica di migliorare le condizioni delle detenute, battendosi contro un sistema che non le considera come esseri umani. In particolare la Emerson sembra quasi un'antesignana della Louise Fletcher di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. In origine il film avrebbe dovuto essere interpretato da Bette Davis e Joan Crawford, che rifiutarono per il timore di un esplicito sottotesto lesbico (in realtà assente). Il fatto che la storia sia ambientata in un carcere femminile contribuisce ad accrescere il coinvolgimento emotivo (donne e ragazze, al contrario di quanto accadeva nel cinema hollywoodiano dell'epoca, sono completamente “de-glamourizzate”). Da sottolineare come quasi tutte le donne affermino di trovarsi in prigione per colpa di un uomo. Tre nomination agli Oscar: per la Parker (che vinse anche la Coppa Volpi a Venezia), la Emerson e la sceneggiatura (di Virginia Kellogg). Un remake parziale nel 1962 (“Rivolta al braccio D”).

28 febbraio 2021

Il bacio della donna ragno (H. Babenco, 1985)

Il bacio della donna ragno (Kiss of the Spider Woman)
di Héctor Babenco – USA/Brasile 1985
con William Hurt, Raúl Juliá
***1/2

Rivisto in divx.

Rinchiusi nella stessa cella (siamo in un paese sudamericano sotto la dittatura), l'omosessuale Luis Molina (William Hurt) e il prigioniero politico Valentin Arregui (Raúl Juliá) stringono lentamente un forte legame, nonostante le diversità di vedute (il primo è convinto che si possa "evadere con la fantasia", e trascorre il tempo rievocando e raccontando le storie melodrammatiche e sentimentali dei film che ha visto al cinema; il secondo invece pensa solo alla rivoluzione, e ritiene che il piacere sia secondario, tanto da aver sacrificato l'amore per la propria donna alla lotta politica). E così Valentin impara a rispettare la sensibilità e la gentilezza di Luis, che a sua volta si innamora dell'amico e finisce con l'immolarsi per la sua causa, mentre il direttore del carcere (José Lewgoy) e il capo della polizia segreta (Milton Gonçalves) cercano di spingerlo a tradirlo. Dal romanzo omonimo dello scrittore argentino Manuel Puig (che ha dato vita anche a un adattamento teatrale e a un musical di Broadway), sceneggiato da Leonard Schrader (il fratello di Paul), il più celebre film di Héctor Babenco, che ottenne un meritato ma sorprendente successo di pubblico e di critica (fu la prima pellicola indipendente a essere candidata all'Oscar per il miglior film, oltre che per la regia, la sceneggiatura e l'attore, statuetta quest'ultima vinta da William Hurt), grazie alla potenza dei temi trattati e alle ottime interpretazioni. Lo strano titolo non inganni: la "donna ragno" del titolo, misteriosa divinità femminile che abita in un'isola tropicale (la supereroina Marvel non c'entra!), è la protagonista di uno dei tanti racconti di Luis, che – al pari del film ambientato nella Parigi occupata dai nazisti, in cui una diva francese (Sonia Braga) si innamora di un tenente tedesco (Herson Capri) e tradisce la resistenza – riecheggia le vicende reali dei due personaggi e in particolare quelle di Luis stesso. Personaggio straordinario e stratificato (forse imparentato con il transessuale Lilica del precedente lavoro di Babenco, "Pixote"), Luis domina la storia con il suo tormento interiore, la ricerca d'amore, il desiderio di fuga (escapicamente parlando), la capacità affabulatoria (accompagnata dalla passione per il cinema e il fascino per i vecchi film romantici) e il sacrificio finale. Oltre all'Oscar, per la sua memorabile interpretazione Hurt vinse il premio di miglior attore anche al Festival di Cannes e diede inizio al periodo più fortunato della sua carriera. E pensare che originariamente la parte avrebbe dovuto essere affidata a Burt Lancaster! Da notare anche come Sonia Braga vesta i panni di numerose donne da sogno (la donna ragno e la protagonista del "film nel film" sui nazisti), oltre all'amore reale di Valentin, Marta, che l'uomo ritrova nel finale quando "evade" proprio con l'immaginazione (un tema, questo, tipico del "realismo magico" dell'America latina: si pensi al racconto "Il miracolo segreto" di J.L. Borges).

5 febbraio 2021

Pixote (Héctor Babenco, 1980)

Pixote - La legge del più debole (Pixote - A lei do mais fraco)
di Héctor Babenco – Brasile 1980
con Fernando Ramos da Silva, Jorge Julião
***

Visto in divx.

Il piccolo Pixote, insieme ad altri ragazzi di strada, viene rinchiuso in un istituto correzionale per delinquenti minorili. Qui i ragazzi subiscono violenze e soprusi di ogni genere, ad opera di sorveglianti sadici e poliziotti corrotti. Insieme ad alcuni dei suoi nuovi amici – Chico, Dito e il giovane transessuale Lilica – riuscirà a fuggire dal riformatorio, vagando per il Brasile in cerca di una nuova vita. Da un romanzo di José Louzeiro ("Infancia dos mortos"), un lungometraggio che fornisce una rappresentazione realistica e lirica al tempo stesso di un mondo crudele e violento, dove i ragazzi sono vittima di quegli stessi adulti che dovrebbero accudirli, e nonostante ciò provano a stringere legami d'amore e di amicizia destinati però a essere spazzati via dalle tragedie della vita. Pur nella sua originalità, i modelli di riferimento non mancano: da "I figli della violenza" di Luis Buñuel ad "Accattone" di Pier Paolo Pasolini. Il protagonista Pixote, il più giovane del gruppo (ha solo undici anni), è quasi l'osservatore delle vicende che si svolgono attorno a lui e che coinvolgono emotivamente gli amici più grandi (Lilica, in particolare, sta per compiere diciott'anni). Esposto anzitempo agli aspetti più sordidi della vita (droga, prostituzione, omicidi), Pixote non prova mai rabbia o risentimento verso gli altri e accetta quasi serenamente ciò che gli accade, senza però perdere il desiderio di combattere e di andare per la propria strada: la pellicola si chiude infatti con il ragazzo che, rimasto solo, si incammina lungo i binari di una ferrovia, in cerca di nuove avventure. Da apprezzare le interpretazioni intense dei piccoli protagonisti, in gran parte attori non professionisti scelti proprio fra i ragazzi di strada (Fernando Ramos da Silva, il cui ruolo è praticamente autobiografico, morirà a soli 17 anni ucciso dalla polizia), ma anche quelle degli adulti (su tutti Marília Pêra nel ruolo della prostituta Sueli, che diventa quasi una "madre" per Pixote), la regia che non si nasconde dietro retorica o ipocrisia e che anzi documenta senza filtri la realtà, la sceneggiatura che affastella piccoli e grandi episodi e la mancanza di buonismo nel denunciare un ambiente duro e terribile, ma anche pieno di quella vitalità ed energia che spinge i protagonisti a ribellarsi e a cercare di sopravvivere in qualche modo. Il film vinse dei premi a diversi festival internazionali, donando per la prima volta una certa notorietà al regista Babenco.

20 agosto 2020

Chicago (Rob Marshall, 2002)

Chicago (id.)
di Rob Marshall – USA 2002
con Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones
**1/2

Rivisto in TV.

Nella Chicago degli anni venti, la ballerina di fila Roxie Hart (Renée Zellweger) e la soubrette di vaudeville Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones), entrambe in prigione per omicidio e in attesa di processo, diventano rivali anche dietro le sbarre pur di calamitare l'attenzione dell'avvocato Billy Flynn (Richard Gere) e i riflettori dei media sui rispettivi casi. Dall'omonimo spettacolo di Broadway del 1975, ispirato peraltro a una commedia teatrale del 1926 che si rifaceva a una storia vera e che era già stata portata due volte sullo schermo ("Chicago" nel 1927 e "Roxie Hart" nel 1942, quest'ultimo con Ginger Rogers), un musical che fonde cinismo, satira e leggerezza per parlare di fama e celebrità (che, come sempre, sono quanto mai volatili). Con l'eccezione forse di Amos (John C. Reilly), il marito di Roxie, tutti i personaggi mentono o simulano per il proprio tornaconto, a cominciare da Billy, avvocato manipolatore che gioca con le persone e... le prove in tribunale. In un mondo in cui ogni cosa, dal giornalismo ai processi, è uno spettacolo ("È tutto un circo", dice Billy a Roxie), recitare una parte sembra l'unico modo per restare a galla, anche se per poco, prima che giunga una nuova diva ad eclissare la precedente. Alla prima regia cinematografica, Marshall punta a sottolineare questo aspetto in ogni modo, forse esagerando col montaggio e perdendo un po' la presa sulla materia trattata: ecco dunque che i numeri cantati, eseguiti su un palco immaginario a mo' di cabaret, scorrono in parallelo all'azione filmata, alternandosi a essa come per punteggiarla con i loro commenti. E anche la fotografia appare definita e luminosa come se i personaggi fossero sempre sotto le luci di un teatro. Fra i punti deboli, purtroppo, ci sono proprio le canzoni, tutt'altro che memorabili (se si eccettua la prima, la celebre "All that jazz"), che rallentano la storia anziché portarla avanti. Belle, invece, le coreografie (per esempio quella della conferenza stampa, con i giornalisti come burattini e l'avvocato come ventriloquo). Nel cast anche Queen Latifah ("Mama", la detenuta intrallazzona), Lucy Liu (un'altra donna assassina), Colm Feore (il procuratore) e Christine Baranski (la giornalista). Esagerato il successo di critica (ben 12 nomination agli Oscar e 6 statuette vinte, compresa quella per il miglior film), ma d'altronde eravamo in un periodo di revival del musical (l'anno precedente era uscito "Moulin rouge!") e cominciava ad affiorare quella nostalgia ossessiva per il cinema del passato che caratterizzerà i decenni successivi.

19 luglio 2020

Prendi i soldi e scappa (W. Allen, 1969)

Prendi i soldi e scappa (Take the money and run)
di Woody Allen – USA 1969
con Woody Allen, Janet Margolin
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Cresciuto in un quartiere disagiato di San Francisco, Virgil Starkwell diventa – senza troppa fortuna – un criminale che alterna fallimentari tentativi di rapine in banca a brevi soggiorni in penitenziari dai quali, in un modo o nell'altro, riesce sempre ad evadere. Al suo primo vero film da autore completo (attore, sceneggiatore e regista) dopo l'esperimento "Che fai, rubi?", Woody Allen sceglie la strada del mockumentary (il "finto documentario"), con tanto di voce narrante e di interviste ai vari personaggi che il protagonista ha incontrato nel corso della sua vita (a partire dai genitori, che appaiono sullo schermo con nasi e baffi finti). Lo sfortunato Virgil è una specie di Clyde, la cui Bonnie è rappresentata dalla tenera e virginea Louise (Janet Margolin), incontrata per caso (“Era così tenera, così dolce mentre camminava accanto a me nel parco, che dopo quindici minuti avevo già deciso di sposarla. Dopo mezz'ora avevo rinunziato del tutto all'idea di rubarle la borsetta”). La comicità è soprattutto situazionista, praticamente slapstick (esilaranti le scene in cui il protagonista è incatenato ad altri cinque evasi con cui forma una chain gang), lontana dalla verbosità e dalle ossessioni intellettuali che diventeranno il marchio di fabbrica del comico dal decennio successivo. La tecnica del documentario anticipa naturalmente "Zelig" (e c'è anche una scena in cui Virgil, per breve tempo, si trasforma in un rabbino). Prima di decidere di fare lui stesso il regista, Allen aveva chiesto che a dirigere la pellicola fosse Jerry Lewis. Il film è stato scritto insieme all'amico Mickey Rose, che Woody aveva conosciuto al liceo e che collaborerà con lui anche nel suo secondo film, "Il dittatore dello stato libero di Bananas".

12 luglio 2020

Solo sotto le stelle (David Miller, 1962)

Solo sotto le stelle (Lonely are the brave)
di David Miller – USA 1962
con Kirk Douglas, Gena Rowlands
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il mandriano Jack W. Burns (Kirk Douglas) è un uomo fuori dal suo tempo: ama le praterie, i grandi spazi e la libertà, non ha domicilio, si sposta a cavallo come i cowboy di una volta e senza documenti, e ovviamente mal sopporta il mondo moderno con le sue regole e limitazioni. Quando viene a sapere che il suo più caro amico Paul (Michael Kane), colui che ha sposato la donna che anche lui amava (Gena Rowlands), è stato chiuso in prigione per aver sfamato e protetto degli immigrati clandestini, si fa arrestare apposta per poterlo incontrare in carcere. Da lì, naturalmente, non perde tempo a evadere (“Non ci resto in questo posto: impazzirei, ucciderei qualcuno!”) per fuggire verso il Messico, in sella alla sua cavalla Whisky. Ma sulle sue tracce si lancia la polizia, guidata dallo sceriffo locale, Morey Johnson (Walter Matthau), che con tanto di elicotteri e camionette lo bracca sul fianco della montagna che si frappone fra lui e la libertà... Sceneggiato da Dalton Trumbo (con cui Douglas aveva già lavorato due anni prima in "Spartacus") da un romanzo di Edward Abbey, un western di ambientazione contemporanea che lo stesso attore considerava il suo preferito fra tutti i film che aveva interpretato. Avventuroso e intenso, sembra quasi l'anello di congiunzione fra "Una pallottola per Roy" e il primo "Rambo" – con la caccia all'uomo sulle montagne o in mezzo alla natura da parte di forze dell'ordine che non possono condonare il suo innato desiderio di libertà – naturalmente passando per film (come "L'ultimo buscadero" di Sam Peckinpah) che hanno raccontato il tramonto di un cowboy ormai trapiantato nel mondo moderno. Ottimo Douglas, alle prese come suo solito con un messaggio progressista e ancora d'attualità (da sottolineare l'amico intellettuale che si batte per i diritti degli immigrati). George Kennedy è il secondino “carogna”. Interessante vedere Matthau in un ruolo non comico, il simpatetico e comprensivo sceriffo cui fa da spalla William Schallert nella parte dell'assistente-telefonista.

13 giugno 2020

Un condannato a morte è fuggito (R. Bresson, 1956)

Un condannato a morte è fuggito (Un condamné à mort s'est échappé)
di Robert Bresson – Francia 1956
con François Leterrier, Charles Le Clainche
****

Rivisto in DVD.

Nel 1943, nella Francia occupata dai tedeschi, il membro della resistenza Fontaine (Leterrier) viene rinchiuso nella prigione di Fort Montluc a Lione, in attesa di un processo dall'esito scontato. Nei tre mesi in cui attende la sua condanna a morte, però, progetta e mette in atto una meticolosa fuga: dapprima scavando con un cucchiaio di metallo fra le assi di legno massiccio della porta della sua piccola cella; e poi calandosi di notte lungo le mura e sopra il fossato del carcere, con l'aiuto di un compagno (Le Clainche) e grazie alle funi che ha realizzato con i propri abiti, le coperte e il filo della rete del letto. Dalle memorie autobiografiche del partigiano André Devigny, il capolavoro di Bresson e del cinema essenziale e minimalista. La didascalia introduttiva, firmata dal regista, afferma: "Questa è una storia vera, la propongo così com'è, senza ornamenti". E infatti il film – che reca il sottotitolo "Il vento soffia dove vuole", da un passo dal vangelo secondo Giovanni – riesce a costruire una tensione elevata e costante senza bisogno di ricorrere a fronzoli, sovrastrutture, elementi spuri o inutili: la quintessenza del cinema che piace a me. Accompagnato soltanto dalla voce fuori campo del narratore e dalla musica sacra di Mozart (la Grande Messa in do minore K. 427), il lungometraggio mostra ogni gesto e ogni fase dell'ideazione della fuga, che il protagonista mette in atto con enorme pazienza e certosino lavoro, senza mai rassegnarsi di fronte alle difficoltà o agli imprevisti, e cogliendo l'occasione quando questa si presenta al momento giusto. La sua storia è quasi una celebrazione dello spirito umano che non si lascia piegare nemmeno nelle situazioni peggiori e lotta sempre e comunque per sopravvivere. Attorno a Fontaine i carcerieri sembrano figure fugaci ed evanescenti, mentre la macchina da presa è sempre fissa sul suo volto e talvolta su quello dei compagni di prigionia, fra i quali cerca complici per l'evasione, scontrandosi con la paura e la rassegnazione e trovandone infine uno in un giovane soldato collaborazionista accusato di diserzione, del quale inizialmente non sa nemmeno se può fidarsi. La regia mirabile e asciutta di Bresson si prende i tempi necessari, focalizza l'attenzione sui gesti (ognuno dei quali assume un proprio valore e significato: non in sé stesso o in chiave simbolica, ma perché indispensabile e irrinunciabile anello di una catena che porta alla libertà) e rende coinvolgente quasi ogni sequenza: memorabile quella in cui, durante la fuga, Fontaine è costretto a uccidere una sentinella, azione che avviene fuori inquadratura e che ci viene comunicata solo attraverso il sonoro. Lo stesso Bresson fu rinchiuso per un anno in un campo di prigionia tedesco durante la seconda guerra mondiale. La pellicola vinse il premio per la miglior regia al festival di Cannes.

10 giugno 2019

Forza bruta (Jules Dassin, 1947)

Forza bruta (Brute force)
di Jules Dassin – USA 1947
con Burt Lancaster, Charles Bickford
**

Visto in TV.

Nel carcere di Westgate, il capitano delle guardie Munsey (Hume Cronyn) usa la "forza bruta" per punire i detenuti e metterli l'uno contro l'altro, provocandoli allo scopo di suscitare una rivolta, destabilizzare l'anziano direttore e prenderne il posto. Ma la cosa gli sfuggirà di mano. Sceneggiato dal futuro regista Richard Brooks (da una storia di Robert Patterson, ispirata all'allora recente "Battaglia di Alcatraz" del maggio 1946), il capostipite di tanti film carcerari, passato alla storia per (l'allora) estrema violenza e brutalità, oltre che per il ritratto simpatetico di criminali e detenuti, al punto che nel finale è necessario l'intervento del medico del carcere (Art Smith) che si rivolge direttamente agli spettatori, affermando che "la fuga è impossibile". La storia, di impostazione corale, si concentra in particolare sui prigionieri della cella R17 – fra i quali Collins (Burt Lancaster) – che a turno rievocano il motivo per cui sono stati incarcerati o mostrano un breve flashback della propria vita precedente, spesso insieme a donne, mogli o compagne (fornendo l'occasione di dare spazio ad attrici come Yvonne De Carlo, Ann Blyth, Ella Raines e Anita Colby, che altrimenti non avrebbero trovato posto in una pellicola tutta ambientata in un setting esclusivamente maschile). Anche se Dassin non lo amava particolarmente, è stato uno dei lungometraggi più celebri del regista prima del forzato "esilio" in Europa in seguito al Maccartismo. Visto oggi, però, appare eccessivamente melodrammatico e irrimediabilmente datato, ricco di ingenuità e povero di ritmo, tranne forse nel finale in cui la rivolta scatena fiamme e distruzione fra le mura del carcere. Interessanti comunque le dinamiche interne della vita in prigione, come le crudeli punizioni che gli stessi reclusi impartiscono a chi, fra loro, si macchia della colpa di aver fatto la spia. Nel cast Sam Levene, Jeff Corey e John Hoyt. Charles Bickford è Gallagher, il "decano" dei prigionieri, che dapprima rifiuta la proposta di Collins di partecipare al progetto di fuga perché in attesa di un condono, e poi cambia idea quando questo gli viene negato senza motivo. La traccia audio della versione italiana tramessa in tv è molto deteriorata, con i dialoghi a stento intellegibili.

19 febbraio 2019

Death race (Paul W.S. Anderson, 2008)

Death Race (id.)
di Paul W. S. Anderson – USA 2008
con Jason Statham, Tyrese Gibson
**

Visto in TV.

In un futuro in cui il sistema carcerario è in mano a corporazioni private che organizzano cruente ed estreme competizioni fra detenuti da trasmettere in diretta televisiva, l'ex pilota automobilistico Jensen Ames (Jason Statham) viene imprigionato ingiustamente con l'accusa di avere ucciso sua moglie, e convinto a partecipare alla Death Race, una corsa che mette in palio la libertà. Gareggiando con la falsa identità del pilota mascherato Frankenstein, dovrà vedersela con agguerriti avversari – fra cui Machine Gun Joe (Tyrese Gibson), Pachenko (Max Ryan) e il cinese 14K (Robin Shou) – in una gara caratterizzata, oltre che dalla velocità, anche da armi e trappole mortali di ogni genere... Ispirato a una pellicola di culto prodotta nel 1975 da Roger Corman ("Anno 2000: La corsa della morte"), da cui però elimina tutti gli elementi di satira e kitsch, un action movie che fonde scenari da B-movie carpenteriano (il setting ricorda "1997: Fuga da New York") e da sport distopico ("Rollerball", "L'implacabile") con il mix di adrenalina, donne e motori tipico di serie come "Fast and furious". Nulla di particolarmente originale o profondo (e il finale è un po' semplicistico e anticlimatico), ma l'azione e lo spettacolo non mancano. Il muscoloso Statham fa il suo come sempre (anche se Corman avrebbe voluto inizialmente Tom Cruise per questo remake). La "cattiva", ovvero la direttrice del carcere, è Joan Allen. Nel cast anche Ian McShane (Coach, il capo meccanico), Natalie Martinez (Case, la navigatrice) e Jason Clarke (il secondino). Sotto la maschera di Frankenstein, nelle sequenze introduttive, c'è David Carradine, protagonista del film originale. Visto il buon successo al botteghino, negli anni seguenti sono usciti (ma solo in home video) vari prequel, sequel e reboot.

10 febbraio 2019

Sono innocente (Fritz Lang, 1937)

Sono innocente (You only live once)
di Fritz Lang – USA 1937
con Henry Fonda, Sylvia Sidney
**1/2

Rivisto in DVD.

L'ex galeotto Eddie Taylor (Henry Fonda) vorrebbe rifarsi una vita onesta insieme a Joan (Sylvia Sidney), segretaria di un celebre avvocato. Ma viene accusato di una sanguinosa rapina in banca, arrestato e condannato alla sedia elettrica. La sua innocenza verrà a galla troppo tardi, proprio mentre l'uomo, in procinto di essere giustiziato, evade uccidendo il prete della prigione. In fuga insieme alla moglie incinta, i due saranno braccati dalla legge... Il secondo film americano di Lang (dopo "Furia") è un proto-noir ispirato alle vicende (allora recenti) di Bonnie & Clyde, che insiste sul tema dell'uomo perseguitato dal destino, dai pregiudizi e dalla legge, quasi costretto a diventare un bandito (e accusato anche di colpe non sue). Forse è meno efficace del film precedente, ma restano comunque notevoli le scene nella prigione, con l'ombra delle barre della cella proiettate verso l'esterno, e alta la tensione durante tutta la sequenza della fuga. Rispetto al girato originale, la produzione tagliò una quindicina di minuti perché giudicati troppo violenti (in particolare nella scena della rapina alla banca). Forse anche per questo motivo, alcuni punti della trama rimangono irrisolti (chi aiuta Eddie ad evadere, e perché?). La versione italiana edulcora ulteriormente i dialoghi (per esempio dice che il prete è stato solo ferito da Eddie durante la fuga, anziché ucciso). Barton MacLane è l'avvocato, Jean Dixon la sorella di Joan, William Gargan il prete. Durante le riprese, Lang si fece la fama di regista "difficile" da trattare, il che compromise in parte il resto della sua carriera hollywoodiana. La Sidney, che aveva recitato anche in "Furia", tornerà nel terzo film americano del regista tedesco, "You and me".

29 dicembre 2018

Quella sporca ultima meta (R. Aldrich, 1974)

Quella sporca ultima meta (The Longest Yard)
di Robert Aldrich – USA 1974
con Burt Reynolds, Eddie Albert
**

Visto in divx.

Paul Crewe (Burt Reynolds), ex campione nazionale di football americano – chiamato "rugby" per tutto il film dall'imbarazzante doppiaggio italiano – da tempo caduto in disgrazia, tocca il punto più basso della propria esistenza quando viene rinchiuso in un carcere in Georgia per furto d'auto e resistenza a pubblico ufficiale. Hazen (Eddie Albert), il direttore della prigione, è "fissato" con questo sport e chiede all'ex campione di organizzare una squadra di detenuti affinché facciano da sparring partner al team delle guardie in una partita di esibizione. Per molti prigionieri è l'occasione per prendersi una rivincita sulle angherie dei secondini, ma anche per ritrovare orgoglio e dignità. E per Crewe sarà una forma di riscatto, dopo essere stato accusato in passato di aver venduto una partita... Da una storia scritta dal produttore Albert S. Ruddy e sceneggiata da Tracy Keenan Wynn (e con un finale ispirato al classico di Robert Rossen "Anima e corpo", cui lo stesso Aldrich aveva collaborato come aiuto regista), un film che innesta i luoghi comuni del prison movie (o delle pellicole ambientate nei campi di prigionia durante la seconda guerra mondiale: le violenze e le prepotenze delle guardie sui detenuti non sfigurerebbero in titoli come "La grande fuga") sul genere sportivo, aprendo la strada a tutta una serie di imitazioni (come "Fuga per la vittoria", nel complesso superiore) o remake (come "Mean machine", che fra l'altro è il nome della squadra dei carcerati, o "L'altra sporca ultima meta"). Impegnati in duri lavori (come la bonifica delle paludi), malmenati, rinchiusi in isolamento, oggetto di epiteti razzisti (ma i neri e i bianchi si ritrovano all'improvviso compagni e solidali quando giocano nella stessa squadra), i detenuti accettano ben volentieri di affrontare le guardie per vendicarsi degli sgarbi subiti (e infatti praticheranno un gioco duro quanto quello degli avversarsi, non scevro da trucchi e scorrettezze di ogni tipo: ma si sà, lo sport è per "uomini veri"!). Ma il vero cattivo e scorretto, alla fine, si rivela il direttore del carcere, anche più del capitano delle guardie (Ed Lauter). Nel cast anche Michael Conrad (il giocatore veterano), James Hampton (l'amico "maneggione") e Richard Kiel (il gigante Sansone), più numerosi ex giocatori della NFL. Improbabile la capigliatura della segretaria del direttore (Bernadette Peters). Ma a parte il protagonista, le caratterizzazioni sono minime o semplicistiche, e lo sport è visto come una metafora della vita, con tutta le esagerazioni, l'enfasi e la retorica del caso. Per quanto riguarda la regia, da notare lo split screen durante la presentazione della gara e il memorabile ralenti sulla meta finale (cui è dedicato il titolo italiano, che peraltro richiama volutamente un altro classico di Aldrich, "Quella sporca dozzina").

25 giugno 2018

Mica scema la ragazza! (F. Truffaut, 1972)

Mica scema la ragazza! (Une belle fille comme moi)
di François Truffaut – Francia 1972
con Bernadette Lafont, André Dussollier
**

Rivisto in DVD.

Per scrivere un saggio sulla "criminalità femminile", il giovane professore di sociologia Stanislao Prévine (Dussollier, al primo ruolo importante della sua carriera) si reca in prigione per intervistare una detenuta, la procace, sboccata e apparentemente ingenua Camille Bliss (Bernadette Lafont), che gli racconta le traversie della propria vita. Responsabile della morte del padre, che la maltrattava, è poi fuggita dal riformatorio e ha sposato Clovis (Philippe Léotard), un garagista. Ma la vita coniugale, anche per colpa della suocera (Gilberte Géniat), le andava stretta. E allora ha deciso di "emanciparsi", anche sfruttando l'attrazione che sa esercitare sugli uomini, fino ad averne quattro da gestire contemporaneamente: il marito, un cantante country (Guy Marchand), un viscido avvocato (Claude Brasseur) e un derattizzatore religioso (Charles Denner). Sarà il suicidio di quest'ultimo a farla finire in prigione con l'accusa di omicidio, dopo che aveva tentato inutilmente di eliminare sia il marito che l'avvocato. Stanislao, a sua volta infatuato di lei, riuscirà a scagionarla, ma si scoprirà nient'altro che l'ennesimo strumento nelle sue mani... Tratto da un romanzo di Henry Farrell, è forse il film più leggero e "volgare" di Truffaut (nonché, diciamolo pure, il meno bello), una tragicommedia con personaggi da fumetto (in particolare la protagonista sembra uscire da strisce come "Lil' Abner"). Camille, a prima vista una campagnola grossolana e sempliciotta (ma, come suggerisce il titolo italiano, è molto meno stupida e più manipolatrice di quanto sembri), sfrutta il proprio charme e la propria incontenibile sensualità per cavarsela in ogni circostanza e rigirarsi gli uomini come vuole (lasciando credere a loro di essere in controllo), spinta dal desiderio di diventare una star e dalla mancanza di scrupoli quando si tratta di "scommettere con il destino". I personaggi maschili, Stanislao in primis (lui sì che si rivela veramente ingenuo), si fanno abbindolare e ne sono vittime più o meno inconsapevoli, mentre solo quelli femminili (negativi, come la suocera, o positivi, come la fedele segretaria di Stanislao, interpretata da Anne Kreis) riescono a vedere oltre le apparenze. Se non fosse narrata con toni comici e non avesse come protagonisti delle vere e proprie macchiette, la vicenda sarebbe anche a suo modo tragica (a partire dall'infanzia infelice della protagonista). E comunque la pellicola non è una semplice farsa dai toni beffardi, ma sfiora temi da sempre cari al regista, quali il rapporto fra l'individuo e l'ambiente circostante (come il professore de "Il ragazzo selvaggio", Stanislao studia Camille e giustifica il suo comportamento in quanto "vittima della società") e la molteplicità delle relazioni sentimentali, frutto di un'irrequietezza inesprimibile (Camille che si destreggia fra quattro amanti è quasi il contraltare de "L'uomo che amava le donne", anche se lei è più mantide che ninfomane). Frecciatina di Truffaut verso sé stesso e i cineasti in generale nel personaggio del bambino cineamatore, che non vuole mostrare i propri filmini perché "il montaggio non è completato". La Lafont aveva recitato nel primo cortometraggio del regista francese, "L'età difficile" nel 1957.

23 marzo 2018

The number (Khalo Matabane, 2017)

The Number
di Khalo Matabane – Sudafrica 2017
con Mothusi Magano, Kevin Smith
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Da anni rinchiuso in una prigione sudafricana, Magadien (Magano, attore estremamente espressivo) fa parte della fratellanza chiamata "Il numero", organizzazione clandestina di detenuti che spadroneggia fra le quattro mura. Quando viene designato un nuovo direttore, Jacobs (Smith), che vorrebbe migliorare le condizioni di vita all'interno del carcere, proprio Magadien comincia un processo di riabilitazione per uscire lentamente dalla spirale di violenza che si autoalimenta. Spinto anche dal desiderio di non perdere definitivamente il rapporto con il proprio figlio, Magadien accetta di aiutare Jacobs a mantenere l'ordine nel carcere e di tenere discorsi educativi nelle scuole, ma il suo atteggiamento è mal visto dai compagni di cella... Per una volta, un film sudafricano che non parla di Apartheid (si svolge ai giorni nostri, o comunque successivamente alla caduta del regime razzista). Bello e intenso, inevitabilmente – vista l'ambientazione – ricorda a tratti altre pellicole carcerarie, da "Il profeta" (anche se qui il percorso del protagonista è all'opposto) a "Le ali della libertà" (c'è persino una scena in cui l'ascolto di musica lirica, in questo caso "La Bohéme", arriva a toccare il cuore dei detenuti), ma ha comunque una propria identità, fortemente incentrata su un protagonista irrequieto e combattuto fra il desiderio di autodeterminarsi attraverso la violenza e la volontà di riformare in senso positivo la propria vita.

5 novembre 2017

Uomini e cobra (J. L. Mankiewicz, 1970)

Uomini e cobra (There was a crooked man...)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1970
con Kirk Douglas, Henry Fonda
***

Visto in TV.

Autore di un colpo che gli ha fruttato mezzo milione di dollari, il rapinatore Paris Pitman Jr. (Kirk Douglas) viene arrestato e rinchiuso in una prigione nel deserto dell'Arizona: non prima, però, di aver nascosto il bottino in un anfratto pieno di serpenti velenosi, di cui è l'unico a conoscere l'ubicazione. In carcere, Paris non perde tempo a escogitare un modo di evadere. E grazie al suo carisma, coinvolge nel piano i suoi compagni di cella, anche se deve vedersela con l'occhio vigile dello sceriffo Woodward W. Lopeman (Henry Fonda), inflessibile tutore della legge, che si è fatto nominare direttore della prigione anche nella speranza di migliorare le condizioni di vita dei detenuti... L'unico western mai girato da Mankiewicz, su una sceneggiatura di David Newman e Robert Benton (reduci dal successo di "Gangster story"), è naturalmente un western atipico, cinico e divertente, ambientato quasi tutto in una prigione a cielo aperto, della quale mostra le dinamiche e i rapporti fra i prigionieri, le guardie e la direzione (prima quella inflessibile e corrotta del primo direttore, poi quella "illuminata", più rilassata e dialogante di Lopeman). Al centro di tutto questo domina l'ambigua figura del protagonista, memorabile anche visivamente con i capelli rossi e gli occhialini rotondi: carismatico, pieno di iniziativa, leader naturale, ma in realtà un "serpente" pronto a tradire e a ingannare chiunque pur di raggiungere i propri obiettivi. Lo vediamo sin dalla scena iniziale, quella della rapina, in cui non esita a sacrificare i propri compagni per tenersi il bottino tutto per sé, e poi naturalmente nel resto del film, dove piega ai propri piani ogni altro valore (l'amicizia, la solidarietà, la redenzione). I serpenti a sonagli che affollano la grotta dove ha nascosto il denaro (e che il titolo italiano, pur trasformandoli in cobra, mette in primo piano) ne sono un'ovvia metafora (e faranno giustizia poetica). A lui si contrappone un personaggio altrettanto complesso come lo sceriffo, intransigente quando si parla di sesso o di alcol, ma sinceramente disposto a dare una seconda possibilità anche ai più gaglioffi (e la cosa rischia di costargli più volte la pelle). In mezzo, tanti personaggi come in ogni prison movie che si rispetti (a tratti la pellicola ricorda "La grande fuga"): il giovane Coy Cavendish (Michael Blodgett), testa calda finito in carcere per un incidente; la coppia formata dal truffatore Cyrus (John Randolph) e dal pittore Whinner (Hume Cronyn), verso i quali gli impliciti sottotesti gay si sprecano; il violento ladruncolo Floyd (Warren Oates); il gigantesco cinese Ah-Ping (C.K. Yang); e l'anziano rapinatore di treni Missouri Kid (Burgess Meredith), veterano della prigione, che sopravvive "sognando" una fattoria e che gli intrighi di Paris finiranno per corrompere (come tutto e come tutti). Mankiewicz gestisce il cast corale con mano ferma e ottimo ritmo, senza rinunciare a un acido sense of humour: la pellicola, grazie anche alla colonna sonora di Charles Strouse, è spigliata e ha a tratti un tono sbarazzino e leggero, sin dai titoli di testa con illustrazioni in stile fiabesco (il titolo originale è l'incipit di una celebre filastrocca per bambini).

18 dicembre 2016

La stoffa dei sogni (G. Cabiddu, 2016)

La stoffa dei sogni
di Gianfranco Cabiddu – Italia 2016
con Sergio Rubini, Ennio Fantastichini
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Una furiosa tempesta fa naufragare su un'isola-prigione nel Mediterraneo (mai nominata, ma il film è stato girato all'Asinara) una piccola compagnia di attori teatrali, guidata da Oreste Campese (Rubini), fra i quali si nascondono però anche tre camorristi che erano destinati proprio a quella prigione. Per capire chi di loro è un vero attore e chi è un criminale, il direttore del carcere (Fantastichini) ordina al gruppo di mettere in scena una commedia. Con soli cinque giorni a disposizione per le prove prima che giunga il battello postale, il riluttante Oreste (costretto a reggere la corda ai camorristi, che minacciano sua moglie e sua figlia) organizzerà una riduzione in dialetto napoletano della "Tempesta" di Shakespeare: ma sull'isola la vita reale e la finzione si confondono, così come i ruoli di ogni personaggio... Liberamente ispirato a "L'arte della commedia" di Eduardo De Filippo (del quale viene usata anche la traduzione de "La tempesta"), un film gradevole nella prima metà, ma che perde progressivamente interesse quando il tema dei rimandi fra realtà e teatro comincia a farsi troppo scoperto. Una volta compreso che ogni personaggio della pellicola ha il suo contraltare in uno della commedia di Shakespeare (che non sempre è quello che lo interpreta sul palco: Prospero è in realtà il direttore del carcere, Calibano il pastore sardo, e così via), ci si accorge che il film non ha molto altro da raccontare, se non l'inflazionato tema del teatro e dell'arte che rende liberi anche i prigionieri. Belli comunque gli scenari naturali e incontaminati dell'isola, perfetto sfondo per una storia metaforica e tragicomica. L'omaggio a Eduardo è completato dal cameo di suo figlio Luca De Filippo (anche se il film è uscito nelle sale a fine 2016, è stato infatti girato nel 2015, prima della morte di Luca).

24 agosto 2016

La madre (Vsevolod Pudovkin, 1926)

La madre (Mat)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1926
con Vera Baranovskaya, Nikolai Batalov
***

Visto su YouTube, con cartelli sottotitolati in inglese.

Quando il figlio Pavel, che lavora come operaio, viene arrestato per aver partecipato a uno sciopero (nel corso del quale il marito, al soldo dei padroni della fabbrica, rimane ucciso negli scontri con i rivoltosi), pur di salvargli la vita la madre lo consegna alle autorità. Questo non risparmia a Pavel un processo farsa che lo condanna ai lavori forzati. Pentitasi di averlo tradito, la donna si unirà ai rivoluzionari in marcia il Primo Maggio verso la prigione per liberare il figlio e gli altri operai incarcerati, sfidando anche i colpi dell'esercito dello zar. Dal romanzo di Maksim Gorkij ambientato durante la rivoluzione russa del 1905, il primo capolavoro muto di Pudovkin, capitolo iniziale di una trilogia sul tema dello sviluppo di coscienza sociale da parte del popolo (i film successivi saranno "La fine di San Pietroburgo" e "Tempeste sull'Asia"). Pudovkin era allievo di Lev Kuleshov, teorico che vedeva nel montaggio l'elemento fondamentale del linguaggio cinematografico, in contrapposizione a coloro che invece ritenevano che il cinema dovesse mantenere una visione naturale e documentaristica, senza manipolare le immagini o il flusso della narrazione. Qui la scelta e l'abbinamento delle inquadrature, l'espressività degli attori, le suggestioni e le metafore (si pensi alla marcia dei rivoltosi, alternata con immagini della banchina ghiacciata che si scioglie o va in frantumi, simbolo della "primavera" che avanza) concorrono nel portare avanti una comunicazione diretta con lo spettatore. Memorabile, in generale, tutto il finale, con la cavalcata dei soldati dello zar che travolge la folla e la bandiera rossa che, agli occhi della madre, sventola in cima al palazzo. Si trattava soltanto del secondo film di Pudovkin, ma tecnicamente è già ad altissimi livelli. Restaurato dalla Mosfilm nel 1968, con l'aggiunta di una colonna sonora di Tikhon Khrennikov.

19 giugno 2016

Fiore (Claudio Giovannesi, 2016)

Fiore
di Claudio Giovannesi – Italia 2016
con Daphne Scoccia, Josciua Algeri
*1/2

Visto al cinema Ariosto (rassegna di Cannes).

Daphne, giovane ladruncola che vive di rapine e di espedienti, viene arrestata e rinchiusa in un carcere minorile. Qui conosce Josh e se ne innamora. Ma portare avanti la loro relazione sarà difficile, visto che in prigione i maschi e le femmine sono tenuti separati e non si possono incontrare se non in brevi e fugaci momenti. Fra luoghi comuni (gli adolescenti ribelli e problematici, l'amore come forza per restare a galla in un mondo duro e incomprensivo, il rapporto con i genitori) e un'ambientazione claustrofobica e opprimente, un film non brutto ma sicuramente poco interessante, così come poco interessanti sono i suoi personaggi. Con pellicole così, purtroppo, il cinema italiano non va da nessuna parte. Ah, dimenticavo: almeno metà dei dialoghi sono inintellegibili, per via della pessima dizione degli attori o di una scarsa qualità del sonoro in presa diretta. Come ho già scritto in più occasioni, bisognerebbe tornare alla sana abitudine di doppiare anche certi film italiani, come si faceva una volta. Valerio Mastandrea è il padre di Daphne.