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13 aprile 2023

La clessidra (Wojciech Jerzy Has, 1973)

La clessidra (Sanatorium pod klepsydrą)
di Wojciech Jerzy Has – Polonia 1973
con Jan Nowicki, Tadeusz Kondrat
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo, Józef (Jan Nowicki), arriva in treno in una remota clinica dove è ricoverato il padre morente, Jakub (Tadeusz Kondrat). L'edificio è cadente e sembra abbandonato. Un medico gli spiega che in quel luogo il tempo scorre in modo diverso e si comporta in maniera imprevedibile, a volte "in ritardo", a volte all'incontrario. Per questo motivo il padre, che sarebbe già morto, in realtà è ancora in vita. E lo stesso Józef incomincia a rivivere momenti ed episodi della sua esistenza passata, dall'infanzia all'adolescenza (quando il padre gestiva il negozio di tessuti di famiglia nel ghetto ebraico), oltre a sogni e visioni popolate da personaggi bizzarri ed esotici e da complesse e artificiali ricostruzioni del passato (che a volte coinvolgono manichini di cera di personaggi famosi)... Da un romanzo di Bruno Schulz (in realtà una raccolta di racconti, integrati qui da spunti provenienti da altre opere dell'autore), un film stranissimo e visionario, a suo modo affascinante, anche se a tratti davvero troppo surreale: come in una sorta di "Alice nel paese delle meraviglie", nel vagabondare di Józef nella clinica si succedono scenari, personaggi e discorsi in cui si fatica a trovare un filo logico, se non quello del tempo, dei ricordi e del passato (che sia il passato intimo e personale, quello famigliare, o quello legato alla storia delle nazioni europee e colonialiste: e non mancano ovviamente accenni all'Olocausto, essendo il protagonista ebreo e lo stesso Schulz ucciso dalla Gestapo). L'atmosfera si fa spesso metafisica, e il tutto ricorda alcune cose che faranno Tarkovskij e Gilliam. Regia (con molti piani sequenza), fotografia e scenografie hanno una qualità pittorica e teatrale, con echi delle fantasmagorie. Premio della giuria al festival di Cannes.

15 settembre 2021

11 minuti (Jerzy Skolimowski, 2015)

11 minuti (11 minut)
di Jerzy Skolimowski – Polonia/Irlanda 2015
con Wojciech Mecwaldowski, Paulina Chapko
*1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Diverse storie, con protagonisti numerosi personaggi, scorrono parallele nell'arco di 11 minuti (dalle 17.00 alle 17.11) in una grande città (il film è stato girato a Varsavia, ma in parte anche a Dublino), prima di convergere tutte in un finale... esplosivo. La principale vede Anna (Paulina Chapko), aspirante attrice, recarsi nella camera d'albergo di Richard (Richard Dormer), ambiguo produttore/regista che vuole approfittarsi di lei, mentre suo marito (Wojciech Mecwaldowski) cerca in ogni modo di fare irruzione nella stanza. Seguiamo anche, fra gli altri, un professore di liceo costretto a riciclarsi come venditore di hot dog (Andrzej Chyra), suo figlio che lavora come corriere (Dawid Ogrodnik), un giovane ladruncolo (Lukasz Sikora), un anziano pittore (Jan Nowicki), una coppia di scalatori (Piotr Głowacki e Agata Buzek), una ragazza punk con il suo cane (Ifi Ude), una dottoressa in ambulanza (Anna Maria Buczek). Il messaggio è che nel casuale brulicare della città, le esistenze di tanti sconosciuti possono collidere o influenzarsi l'un l'altra nei modi più impensati. Un incontro o un rapporto di cause ed effetto è sempre dietro l'angolo, così come elementi in comune possono legare insieme persone che conducono vite separate anche se abitano fianco a fianco. Le varie storie, come le vite delle persone, sfiorano e nascondono temi complessi, negativi (gelosia, disadattamento, droga, pornografia, pedofilia) o positivi (amore, parentele, gentilezza, arte), con alcuni elementi che condividono all'insaputa di tutti (la "macchia scura" nel cielo, che si ritrova nel disegno del pittore o nel "pixel morto" sugli schermi di sorveglianza della polizia, che a loro volta nel finale riuniscono tutte le immagini in un unico, caleidoscopico e confuso ritratto della vita). Peccato che l'insieme convinca poco: anche se la regia, variegata e multiforme, ricorre a varie tecniche di ripresa (si pensi al collage di video che apre la pellicola), sembra più di trovarsi di fronte a un esercizio di stile che a un vero film. E gran parte delle vicende rimangono senza una conclusione soddisfacente, anche se proprio questo era il punto (il caso domina le esistenze, rendendo inutile ogni pianificazione o tentativo di dar loro una svolta).

21 maggio 2019

Ida (Paweł Pawlikowski, 2013)

Ida (id.)
di Paweł Pawlikowski – Polonia/GB/Fra/Dan 2013
con Agata Trzebuchowska, Agata Kulesza
***1/2

Visto in divx alla Fogona.

Polonia, anni sessanta. Pochi giorni prima di prendere i voti, la giovane novizia Anna esce per la prima volta dal convento per trascorrere qualche giorno con l'unica parente che le è rimasta: la zia Wanda, giudice comunista che vive a Varsavia. Inizialmente la donna (che appare fredda, ostile, disillusa, nonché dedita ai vizi e alla vita mondana) sembra volerla respingere. Ma poi le rivela la verità su di lei: il suo vero nome è Ida, la sua famiglia era ebrea e i suoi genitori sono stati uccisi durante la guerra. Insieme, le due partono per il villaggio dove vivevano, per scoprire come sono morti (denunciati da un vicino che si è poi impadronito della loro casa) e dove sono stati sepolti. Il doloroso viaggio, oltre ad avvicinarle, cambierà profondamente entrambe le donne. Con stile solenne ed essenziale, come un film di Bresson (è girato in bianco nero e in 4:3) o magari – vista la breve durata: un'ora e venti scarsa – un episodio del “Decalogo” del connazionale Kieslowski, Pawlikowski firma forse il suo capolavoro: un film che affronta la delicata questione della complicità dei civili polacchi nelle atrocità naziste durante la guerra, ma non solo. Formalmente elegante, intenso e toccante, nella sua semplicità affronta temi esistenziali (da diversi punti di vista) e il modo di reagire ai dolori della vita, ritirandosi da essa o tuffandocisi completamente, accettando le cose con consapevolezza e serenità oppure rifiutandole con rabbia e furore. La musica, quasi tutta diegetica, spazia dalla classica (la sinfonia “Jupiter” di Mozart, che Wanda ascolta ripetutamente) alle canzonette (fra cui “24 mila baci” e “Guarda che luna”), fino al jazz di John Coltrane suonato dal giovane sassofonista con cui Ida decide di “sperimentare” un po' di quella vita cui dovrà poi rinunciare diventando suora, accettando il consiglio di Wanda secondo cui bisogna conoscere quello che si sceglie di abbandonare, altrimenti il sacrificio non ha alcun valore. Sulle scene finali del suo ritorno in convento, si ode invece una versione per piano della cantata di Bach “Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ”. È il primo film ambientato in patria di Pawlikowski, che in precedenza aveva lavorato per lo più in Gran Bretagna (dove è cresciuto). Premio Oscar per il miglior film straniero.

21 giugno 2018

Cold war (Paweł Pawlikowski, 2018)

Cold war (Zimna wojna)
di Paweł Pawlikowski – Polonia/F/GB 2018
con Tomasz Kot, Agata Kulesza
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nella Polonia del dopoguerra, il musicista Wiktor (Tomasz Kot), fondatore di una compagnia di canto e ballo che recupera e porta in scena i motivi e le danze popolari del paese, si innamora – ricambiato – di Zula (Joanna Kulig), una delle ragazze della compagnia. Quando lui, di fronte alla sempre più ingombrante invadenza del regime comunista (che ne condiziona anche le scelte artistiche), sceglierà di fuggire in Occidente, comincerà un periodo di separazioni e di ricomposizioni, di allontanamenti e riavvicinamenti, prima che entrambi scoprano che la loro anima risiede in patria e che a Parigi, nonostante la maggiore libertà, la loro relazione è a rischio... Girando (come il precedente "Ida") in 4:3 e in un purissimo bianco e nero, e ispirandosi liberamente alla vita dei propri genitori (alla cui memoria dedica il film), Pawlikowski racconta una sentitissima e travagliata storia d'amore che si dipana dal 1949 al 1964 dai due lati della cortina di ferro. Ma il tema non è quello dell'ideologia o della politica. La pellicola parla soprattutto di identità: quella profonda delle radici contadine del paese, che si riflette nei canti e nei balli raccolti da Wiktor e Irena nelle campagne della Polonia, che i burocrati del partito vogliono alterare e "sporcare" con la propaganda di regime; e quella dei singoli individui, che la smarriscono quando si trovano all'estero. Per questo motivo prima Zula e poi Wiktor (che sarà arrestato come dissidente) sceglieranno di far ritorno volontariamente in Polonia. La perdita dell'anima e dell'identità può avvenire sotto diversi aspetti: da quello artistico (i canti spontanei lasciano il posto a canzonette farlocche e costruite a tavolino, il folk si contamina con il jazz e il kitsch, con il culmine che si raggiunge nell'esibizione "messicana" di Zula con tanto di parrucca) a quello spirituale (la ragazza sposa un commerciante italiano per poter espatriare, e poi un burocrate del partito per aiutare Wiktor a uscire di prigione: tutti matrimoni che per lei non hanno comunque valore, visto che non sono stati celebrati in una chiesa, a differenza di quello che i due protagonisti inscenano da soli in una cattedrale diroccata nel finale). Premiato a Cannes per la miglior regia, il film è diretto in modo magistrale ed elegante, segue i suoi personaggi lungo gli anni (attraverso occasionali dissolvenze in nero) senza sbavature o forzature, e anzi rievocando alla perfezione l'epoca in cui si svolgono le vicende e rendendo vive sia le scene ambientate in Polonia che quelle, quasi da Nouvelle Vague, in una Parigi multiculturale e sbarazzina. Magnifiche, fra le tante, la sequenze che mostrano la chiesa diroccata sotto la neve (quasi tarkovskiana) o quella che, all'improvviso, spunta dalla penombra durante un giro in battello sulla Senna; ma anche la danza forsennata e da ubriaca di Zula in un night club parigino, che contrasta con quelle, pulite e coreografate, sui palcoscenici dei festival del regime. Nel cast anche Agata Kulesza (la collega di Wiktor), Borys Szyc (il rappresentante del partito), Cédric Kahn (il discografico Michel) e Jeanne Balibar (la poetessa Juliette).

20 novembre 2016

Agnus Dei (Anne Fontaine, 2016)

Agnus Dei (Les innocentes)
di Anne Fontaine – Francia/Polonia 2016
con Lou de Laâge, Agata Buzek
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa.

Nell'inverno del 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, una giovane dottoressa francese della Croce Rossa di stanza in Polonia viene segretamente chiamata in un convento isolato, dove numerose suore e novizie, che erano state violentate dai soldati sovietici, stanno per dare alla luce i loro figli. In un misto di vergogna, disonore e zelo religioso, le monache vorrebbero tenere nascosto al mondo il proprio stato: la dottoressa dovrà aiutarle a partorire in segreto, mentre ai bambini ci penserà la madre superiora, che li affida – o almeno così afferma – alle famiglie delle madri. Ma per alcune delle religiose il trauma è troppo grande: la fede viene messa in discussione, le regole cominciano a vacillare, e ai problemi di salute si sommano i pericoli del mondo esterno (le minacce sovietiche di repressione della chiesa cattolica). Ispirato a una storia vera, un film dove il soggetto difficile e scabroso è forse la cosa più interessante. I conflitti personali e morali dei vari personaggi non sono banalizzati grazie a una messinscena rigorosa, che punta molto sull'intensità dei primi piani e su ambienti austeri e monocromatici (belle le scene delle monache nei paesaggi innevati), ma alcune caratterizzazioni – a partire dalla protagonista – sono poco più che funzionali al racconto, e la sceneggiatura – che pure evita le trappole della retorica (affiancare temi come la devozione religiosa, il trauma della violenza subita e il senso di maternità non era certo facile) – mi è parsa a tratti un po' semplicistica. Agata Kulesza è la madre superiora, Vincent Macaigne è il medico ebreo.

23 settembre 2016

The Lure (Agnieszka Smoczyńska, 2015)

The Lure (Córki dancingu)
di Agnieszka Smoczyńska – Polonia 2015
con Marta Mazurek, Michalina Olszańska
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tre musicisti di un night club incontrano sulla spiaggia due giovani sirene che li affascinano con la loro voce. Portate a terra, le due sorelle diventano ben presto gli idoli del cabaret grazie a numeri di canto e ballo estremamente provocanti. Quando sono sulla terraferma, Oro e Argento (questo il loro nome) hanno l'apparenza di due normali ragazze (anche se prive di vagina!): non appena vengono bagnate con l'acqua, però, si ritrasformano in sirene. Quando Argento si innamora del giovane chitarrista Mietek, Oro la mette in guardia: se il ragazzo dovesse tradirla, lei si trasformerà in schiuma del mare, a meno che non lo divori prima dell'alba (le sirene sono infatti cannibali). Curiosa rilettura della fiaba della "Sirenetta" di Andersen in chiave horror-musicale, dove però il kitsch e il grottesco (pur presenti) non sovrastano mai lo spessore psicologico e i sentimenti dei personaggi. Soprattutto la caratterizzazione delle due sirene è da manuale: tanto Oro è una seduttrice/predatrice seriale, che si "nutre" (letteralmente) degli uomini e delle donne che le cadono ai piedi, tanto Argento è invece sinceramente innamorata di Mietek, al punto da scegliere di cambiare sé stessa per lui (si fa trapiantare da un chirurgo la parte inferiore di un corpo umano) e infine di sacrificarsi pur di non fargli del male. Il contesto del locale notturno, con spettacoli musicali e di strip tease (in stile anni ottanta), aggiunge colore alla pellicola, graziata anche da numeri musicali e da coreografie quanto mai surreali, acide e sopra le righe. Un film insolito, bizzarro, assolutamente metaforico (le sirene sono un'astrazione, o magari un'allegoria: la perdita dell'innocenza, la scoperta del sesso e del vizio, la trasformazione del corpo con l'arrivo dell'età adulta). La regista l'ha definito "una storia di coming-of-age, parzialmente autobiografica", visto che sua madre lavorava proprio in un night club.

13 febbraio 2016

L'amore a vent'anni (aavv, 1962)

L'amore a vent'anni (L'amour à vingt ans)
di François Truffaut, Andrzej Wajda, Renzo Rossellini, Shintaro Ishihara, Marcel Ophüls – Fra/Ita/Gia 1962
**

Visto in divx.

Film a episodi sul tema dell'amore giovanile, voluto dal produttore Pierre Roustang e girato da un eterogeneo gruppo di cineasti di cinque diverse nazionalità: due promettenti registi allora a inizio carriera, il francese François Truffaut e il polacco Andrzej Wajda, appena reduci da grandi successi (rispettivamente "Jules e Jim" e "Cenere e diamanti"); due "figli d'arte", ovvero l'italiano Renzo Rossellini e il tedesco Marcel Ophüls; e uno scrittore e futuro uomo politico, il giapponese Shintaro Ishihara. Il film è da ricordare soprattutto per il primo segmento, quello di Truffaut, con il quale il regista riporta in scena il personaggio di Antoine Doinel, già protagonista del suo lungometraggio d'esordio ("I quattrocento colpi"), mostrandoci cosa ne è stato di lui dopo la conclusione del film precedente e tramutandolo, dunque, in un personaggio "vivo", che invecchia in tempo reale insieme al suo interprete, Jean-Pierre Léaud. La saga di Doinel, vero e proprio alter ego dello stesso Truffaut, continuerà nel corso degli anni con altri tre film (a partire da "Baci rubati" del 1968). Il tema musicale dei titoli di testa (con relativa canzone, ogni strofa della quale è cantata in una lingua diversa) è di Georges Delerue, mentre a fare da collegamento fra i vari segmenti ci sono anche delle fotografie scattate da Henri Cartier-Bresson. Da notare che non tutte le copie del film presentano gli episodi nello stesso ordine: di solito quello di Truffaut è sempre il primo, ma quello di Wajda a volte è il secondo e a volte l'ultimo.

"Parigi" (aka "Antoine e Colette"), di François Truffaut (***), con Jean-Pierre Léaud e Marie-France Pisier
Dopo la fuga dal riformatorio (al termine de "I quattrocento colpi"), Antoine Doinel è stato ripreso ed è passato da un istituto minorile a un altro. Ora, a 17 anni, è finalmente libero di vivere la propria vita da solo, senza dover più rendere conto a nessuno. Ha un appartamento in zona Place de Clichy, lavora in una fabbrica di dischi, continua a frequentare l'amico René e trascorre molto tempo al cinema o nelle sale da concerti. In una di queste conosce la giovane Colette, di cui si innamora a prima vista: per frequentarla più spesso, si trasferisce a vivere in una stanza proprio di fronte all'abitazione di lei, ma la ragazza non sembra volerlo considerare più di un semplice amico. A nulla serve entrare nelle grazie dei suoi genitori, che lo invitano spesso a casa. Alla fine l'infatuazione per Colette, il suo primo amore, si tramuterà per Antoine nella sua prima delusione sentimentale. Sketch delicato, introspettivo, psicologicamente raffinato, pieno d'affetto per un personaggio che ha perso l'innocenza dell'infanzia ma non ha ancora acquisito la consapevolezza dell'età adulta e che pertanto si getta allo sbaraglio in tutte le cose della vita. C'è anche l'inserimento di una scena girata ai tempi de "I quattrocento colpi" ma poi esclusa dal montaggio finale di quel film.

"Varsavia", di Andrzej Wajda (**1/2), con Zbigniew Cybulski e Barbara Lass
Allo zoo di Varsavia una studentessa, Basia, e il suo fidanzato, Wladek, assistono a quella che potrebbe essere una tragedia: una bambina cade nella fossa degli orsi polari. Basia invita Wladek a salvarla, ma tutto quello che il ragazzo riesce a fare è scattare delle fotografie con la sua macchina. A calarsi nella fossa, coraggiosamente, è un altro uomo, Zbyszek, che riesce a portare in salvo la piccola. Colpita dal suo coraggio, Basia "scarica" Wladek e se ne va con l'uomo, invitandolo a salire in casa sua per rimettersi in sesto dopo la brutta esperienza. Qui i due sono raggiunti dagli amici della ragazza, che organizzano una festa in onore dell'"eroe". Ben presto, però, le differenze generazionali vengono alla luce (Zbyszek, che ha combattuto durante la guerra, non si trova a proprio agio con i giovani studenti, e la cosa è reciproca: alla fascinazione subentra la noia). E al mattino, la ragazza è pronta a perdonare e a riappacificarsi con il fidanzato, che nel frattempo era rimasto sotto casa sua, fra la neve, per tutta la notte.

"Roma", di Renzo Rossellini jr. (*), con Eleonora Rossi Drago, Cristina Gaioni
Leonardo (Geronimo Meynier) decide di lasciare Valentina (Rossi Drago), la sua fidanzata ricca e dell'alta società, per restare al fianco di Cristina (Gaioni), ragazza povera che ha messo incinta. Gelosa, Valentina si reca a casa di Cristina per confrontarsi con lei e metterla in guardia: Leonardo, ormai abituato a una vita di agi, si stuferà presto di lei... Episodio banale e pure senza una conclusione vera e propria.

"Tokyo", di Shintaro Ishihara (*1/2), con Koji Furuhata e Nami Tamura
Hiroshi, giovane operaio timido e taciturno, si innamora di una ragazza che incrocia per strada quando va al lavoro. Non ha il coraggio di parlarle, così la pedina ogni giorno fino a casa. Alla fine, senza nemmeno essere venuto a conoscenza del suo nome, la pugnalerà: il ragazzo è infatti un serial killer, che uccide le donne che ama ("Solo così mi apparterrà per sempre"). Mah. Episodio notturno e angosciante, con musica di Toru Takemitsu.

"Monaco", di Marcel Ophüls (**), con Christian Doermer e Barbara Frey
Toni, un giovane fotoreporter, sempre in giro per il mondo, trova il tempo di tornare a Monaco di Baviera per un giorno per far visita a Ursula, la ragazza che gli ha appena dato un figlio. I due, che si erano incontrati a una festa e avevano trascorso pochi giorni insieme, quasi non si conoscono. Ma la breve visita aiuterà Toni a responsabilizzarsi: arrivato con l'intenzione di riconoscere il figlio ma di chiudere lì la storia, ripartirà deciso a formare con la ragazza una vera famiglia.

24 agosto 2014

Sexmission (Juliusz Machulski, 1984)

Sexmission (Seksmisja)
di Juliusz Machulski – Polonia 1984
con Jerzy Stuhr, Olgierd Łukaszewicz
**1/2

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

Due volontari per un esperimento di ibernazione, anziché risvegliarsi come previsto dopo tre anni, lo fanno dopo 53 anni e si ritrovano in un mondo popolato solo da donne: in seguito a una guerra, infatti, le radiazioni hanno eliminato i geni maschili dalla faccia del pianeta; e le donne, rifugiatesi sottoterra, hanno imparato a riprodursi in provetta, rendendo di fatto "inutili" gli uomini. Bizzarro film di fantascienza polacco diventato di culto in patria, girato a bassissimo budget e ricco di ironia, che è anche e soprattutto una satira su più livelli (politico, sociale e sessuale), dove l'oppressiva e totalitaria società femminista del futuro riecheggia, in maniera nemmeno troppo velata, quella comunista del presente (all'epoca in crisi e in predicato di crollare a breve termine). Il futuro claustrofobico in cui il biologo Albert (Łukaszewicz) e l'avventuriero Max (Stuhr) si ritrovano è iper-burocratizzato, i suoi membri sono privi di emozioni e sentimenti e senza memoria del passato, i leader non si fanno scrupolo di puntare sulla disinformazione (la verità stessa viene piegata alle esigenze: "Copernico e Einstein erano donne", si afferma a un certo punto!); eppure l'organizzazione statale funziona tutt'altro che bene (i macchinari cadono a pezzi, fra le diverse divisioni al governo ci sono rivalità interne) e, nonostante il vanto di aver eliminato guerre, malattie e povertà, la società è circondata da "sacche" di resistenza formate da gruppi di "degenerate" che vivono in clandestinità. Le donne, che assumono a intervalli regolari una pillola per tenere a freno gli impulsi sessuali, sono ormai convinte di poter fare a meno degli uomini, eppure basta un bacio rubato da Max a Lania (Beata Tyszkiewicz), la ricercatrice che indaga su di loro, per risvegliare in lei emozioni e curiosità. Al di là delle numerose battute e delle situazioni ironiche (la maggior parte delle quali prende di mira il conflitto fra sessi, fra eccessi di femminismo o – da parte di Max – di maschilismo), la pellicola fa parte a pieno diritto del più cupo genere distopico alla "THX 1138" o "La fuga di Logan" (e non sarà forse una coincidenza che sia stato prodotto nell'"orwelliano" 1984?). Memorabile la scena del processo in cui si discute di quale sarà il destino dei due uomini: essere "naturalizzati" (cioè trasformati in donne) oppure eliminati? Parecchi i colpi di scena nel finale. Lo spunto iniziale dell'ibernazione sarà replicato pari pari in "Idiocracy", film che condivide con questo l'approccio satirico. Non mancano fugaci (ma nemmeno troppo) scene di nudo, per non parlare dell'inquadratura sui titoli di coda.

30 giugno 2014

Decalogo (Krzysztof Kieślowski, 1989)

Decalogo (Dekalog)
di Krzysztof Kieślowski – Polonia 1989
serie tv in dieci episodi
***1/2

Visto in DVD.

Girata per la televisione polacca, una serie di brevi film (poco meno di un'ora ciascuno) ispirati ai dieci comandamenti della religione cattolica. "Caso" cinematografico che fece scoprire il talento di Kieślowski anche al di fuori della Polonia (ai tempi ancora dietro la cortina di ferro, ma anche il paese più "credente" dell'Europa dell'Est, quello che aveva dato i natali all'allora papa Giovanni Paolo II), non ha tuttavia un'impostazione confessionale: lo sguardo di Kieślowski è filosofico più che religioso, indaga nell'animo umano per portarne allo scoperto i dubbi, i dilemmi e le ambiguità, e stimola profonde riflessioni sulla morale e l'etica, sulla legge, sul caos e l'ordine e soprattutto sulle contraddizioni della natura umana. Spesso i dieci comandamenti sono semplici spunti per raccontare una vicenda che può avere differenti intepretazioni o diversi punti di vista: a volte affrontando i temi in maniera diretta (come nel caso di "Non uccidere"), a volte in modo più vago o non lineare, o con un certo senso del paradosso. Sceneggiati da Kieślowski insieme al fido Krzysztof Piesiewicz, i vari episodi possono essere considerati come minifilm indipendenti l'uno dall'altro (e dunque visionabili, volendo, in qualsiasi ordine): ciascuno ha i propri interpreti e un proprio direttore della fotografia (l'unico che si ripete è Piotr Sobociński, che ha curato i capitoli 3 e 9). Tutti però condividono la medesima ambientazione e prendono l'avvio in un complesso residenziale di Varsavia, un tipico "casermone" dell'epoca sovietica, gigantesco, grigio e formato da tanti appartamenti tutti uguali: è qui che vivono praticamente tutti i personaggi dei vari episodi, molti dei quali si conoscono, si incontrano fra loro o semplicemente hanno sentito in giro le storie l'uno dell'altro. I rimandi interni, pur sottili (in alcuni casi si tratta di semplici strizzatine d'occhio per gli spettatori che hanno seguito l'intera serie), d'altronde non mancano: e non parliamo solo di personaggi minori che ricorrono in più di un capitolo; a volte un particolare episodio getta nuova luce su un altro (nell'ottavo, "Non dire falsa testimonianza", si discute per esempio della storia del secondo, "Non nominare il nome di Dio invano", e i personaggi ne danno una loro interpretazione). Detto ciò, non è necessario – come hanno fatto invece molti critici – sforzarsi di trovare temi ricorrenti nei vari episodi, visto che ogni film può essere visto, valutato e apprezzato come un'opera a sé stante: l'unico filo conduttore è quello suggerito dal titolo stesso, ossia i dieci comandamenti, e dal tema presente in tutti i lavori del regista polacco: il rapporto fra l'uomo e il destino. In effetti, non è nemmeno necessario presumere l'esistenza di un Dio per dare significato alle diverse storie. Kieślowski non vuole catechizzare né impartire lezioni morali (anche perché non sempre è immediatamente chiaro a quale dei personaggi dell'episodio – spesso i protagonisti sono due – è diretto il comandamento di turno, o se si tratta di una punizione, di un avvertimento o di un insegnamento): il suo approccio è quello di un osservatore, proprio come la figura interpretata da Artur Barciś che compare – in situazioni sempre diverse – in ciascuno degli episodi (il barbone nel primo, l'infermiere nel secondo, l'autista di tram nel terzo, ecc.) e che fa da testimone muto alle vicende. Le musiche sono di Zbigniew Preisner, che nel nono film ("Non desiderare la donna d'altri") dà vita all'immaginario compositore settecentesco Van den Budenmayer che ritornerà a più riprese nelle successive opere di Kieślowski (in particolare ne "La doppia vita di Veronica", in "Film blu" e in "Film rosso"). Il regista polacco realizzerà anche delle "versioni estese" di due episodi (il quinto e il sesto) che saranno distribuiti come film a sé stanti nelle sale cinematografiche ("Breve film sull'uccidere", tratto da "Non uccidere", e "Non desiderare la donna d'altri", che – nonostante il titolo italiano che certifica una volta di più l'incompetenza o la malafede dei nostri distributori – si rifà all'episodio "Non commettere atti impuri").

1, "Non avrai altro Dio all'infuori di me"
Un professore universitario rigetta l'idea di divinità ma a suo modo ha anche lui una fede: quella nella logica matematica, impersonata dal personal computer cui si affida per ogni decisione, convinto che tutta la vita possa essere descritta in termini meccanicistici. Quando si azzarderà a calcolare lo spessore del ghiaccio prima di lasciar andare il figlioletto a pattinare sul lago, il destino lo punirà. Davanti al suo straziante dolore per la morte del bambino, anche una Madonna piangerà lacrime di cera. Oltre a presentare il setting di tutta la serie, è anche uno degli episodi più espliciti e diretti nel mettere in scena il proprio comandamento.

2, "Non nominare il nome di Dio invano"
Una donna incinta si rivolge al primario della clinica dove il marito è ricoverato per sapere se l'uomo, colpito da una grave malattia, sopravviverà. Dal responso dipenderà la sua scelta se portare a termine o meno la gravidanza, frutto di una relazione clandestina con un amante. Ma il medico, solitario e scostante, non è in grado di darle una risposta, o forse le mente per non prendersi la responsabilità di decidere del suo destino. Ambiguo ed enigmatico: Dio è il medico cui la donna si rivolge? O l'intervento divino è decisivo per la guarigione del marito quando tutto faceva sembrare che la sua malattia fosse progressiva? Più tardi, nell'ottavo capitolo, si azzarderà una possibile interpretazione: il medico, che è credente, non può rispondere perché equivarrebbe ad emettere una sentenza, ovvero a sostituirsi a Dio.

3, "Ricordati di santificare le feste"
La sera della vigilia di Natale, una donna chiede all'ex amante (che non vedeva da tre anni) di aiutarla a rintracciare il marito, misteriosamente scomparso. Dopo aver girato insieme tutta la notte per le strade di una Varsavia fredda e ostile, tra ospedali e stazioni, la donna gli rivela che si è trattato di una disperata menzogna per non trascorrere la notte da sola: se lui non fosse rimasto con lei fino al mattino, si sarebbe uccisa. Alla cupezza dell'ambientazione fa da contrasto una certa ironia nel modo di interpretare il terzo comandamento (l'uomo non trascorre la festività con la propria famiglia ma con l'amante: eppure, così facendo, salva la vita a quest'ultima).

4, "Onora il padre e la madre"
Una ragazza trova una lettera che la madre le aveva scritto poco prima di morire, subito dopo la sua nascita, in cui le rivela che l’uomo che l’ha cresciuta potrebbe non essere il suo vero padre. La rivelazione giunge quasi come un sollievo, visto che è sempre stata attratta da lui (sentimento peraltro reciproco): ma sarà vera? Uno degli episodi più ambigui e scabrosi, ma anche fra i più lucidi e compatti per sceneggiatura e messa in scena, considerato da alcuni critici come il migliore dei dieci film. Verità e menzogne, desideri e paure si alternano fino alla fine, aiutati dal fatto che la protagonista sia una studentessa di arte drammatica, e dunque abituata a “recitare”.

5, "Non uccidere"
Un ragazzo inquieto, forse in cerca di autodistruzione, vaga per la città in attesa dell'occasione giusta per compiere un atto violento: alla fine decide di uccidere brutalmente e a sangue freddo, senza apparente motivo, un tassista. Al processo verrà inutilmente difeso da un giovane avvocato che ha appena superato l'esame da procuratore e che si prodiga in una sentita arringa contro la pena di morte, da lui ritenuta ingiusta e inutile come deterrente. I due si rincontreranno in prigione, al momento dell'esecuzione, alla quale l'avvocato dovrà assistere poche ore dopo aver avuto un figlio. Un episodio dai toni cupi e scuri, come testimonia la fotografia ricca di filtri e di viraggi in color seppia, quasi si trattasse di una vecchia fotografia (come quella della sorellina morta, che il giovane assassino porta a restaurare).

6, "Non commettere atti impuri"
Tomek, giovane impiegato alle poste che vive da solo con la madre, spia di nascosto una conturbante e disinibita vicina di casa, il cui appartamento è situato proprio di fronte alla sua finestra. Non solo: le fa telefonate mute, si fa assumere per consegnare il latte nel suo palazzo e, pur di vederla più spesso, le spedisce falsi avvisi di vaglia postali per spingerla a recarsi allo sportello. Quando viene a conoscenza di tutto, la donna si prenderà gioco di lui, umiliandolo. Ma di fronte al tentato suicidio del ragazzo, e rendendosi conto della sua sensibilità, cambierà atteggiamento. Forse l'episodio che parla maggiormente di sentimenti: e per nulla scabroso, nonostante il tema trattato.

7, "Non rubare"
"Si può rubare quello che è già nostro?". A porsi la domanda è Maika, che rapisce quella che tutti credono essere la sua sorellina minore, Anka, con l'intenzione di fuggire all'estero portandola con sé. In realtà la bambina è sua figlia, nata quando lei aveva solo 16 anni, di cui la nonna si è "impossessata" come se fosse sua, inizialmente per mettere a tacere lo scandalo (Maika era solo una studentessa, e il padre della bimba era il suo insegnante) ma anche perché la donna, dopo la nascita della primogenita, non poteva avere altri figli. Anche per questo Maika odia la madre, capace di mostrare verso Anka tutto quell'affetto e quella tenerezza che per lei non ha mai avuto. Un episodio melodrammatico e particolarmente ambiguo, come sempre originale nell'interpretare il comandamento che gli dà il nome.

8, "Non dire falsa testimonianza"
Zofia, anziana insegnante di filosofia ed etica all'università, si ritrova faccia a faccia con Elzbieta, che nel 1943 – quando era solo una bambina di sei anni – aveva rifiutato di proteggere dai nazisti. Elzbieta avrebbe dovuto infatti essere accolta da una famiglia purché fosse battezzata; ma Zofia e suo marito, che avrebbero dovuto fare da padrini al finto battesimo, avevano rifiutato all'ultimo momento l'aiuto promesso per non mentire di fronte al Dio in cui credevano, "quel Dio che chiede di essere misericordiosi ma che non permette di dare falsa testimonianza". Ma fu davvero quella l'unica ragione? Non è consentito mentire per una giusta causa? A distanza di quarant'anni il mistero viene svelato, ed Elzbieta scopre che quello che Zofia e il marito invece fecero fu proprio mentire per una giusta causa...

9, "Non desiderare la donna d'altri"
Roman, chirurgo cardiologo, si scopre all'improvviso impotente e suggerisce alla bella moglie Hanka, con cui è sposato da dieci anni (senza figli), di trovarsi un amante. Non sa però che la donna ne ha già uno, un giovane studente di fisica: e quando lo scopre, in preda alla gelosia o alla disperazione, tenta il suicidio... Questa volta il comandamento non sembra rivolto a uno dei due protagonisti ma al comprimario, lo studente che introducendosi nella vita della coppia rischia di provocare il disastro. Episodio particolarmente sofferto, attento ai piccoli dettagli e alle sfumature. Da ricordare la giovane cantante che Roman deve operare al cuore per consentirle di proseguire la sua carriera, ma che preferirebbe farne a meno (le basta vivere, non cantare: simbolo di chi si accontenta, in contrapposizione a chi vuole quello che non ha).

10, "Non desiderare la roba d'altri"
Due fratelli ereditano la collezione di francobolli del padre, che avevano sempre disprezzato ("Com'è possibile che un uomo possa avere tanta voglia di possedere qualcosa?"). Ma quando ne scoprono il valore, lentamente cominciano a diventare come lui, al punto che il maggiore venderà addirittura un rene pur di mettere le mani su un pezzo particolarmente raro. E quando un ladro ruberà l'intera collezione, sospetteranno l'uno dell'altro. Apologo sull'avidità e sul collezionismo, con due personaggi diversi fra loro (il fratello maggiore è un lavoratore inquadrato, il minore è un cantante rock anticonformista) che si scoprono uguali a quel padre che li aveva abbandonati e viveva segregato nel proprio appartamento per timore dei furti. Nulla diventa per loro più importante dei francobolli ("Ho la sensazione che i miei problemi non esistano più", confessa uno dei fratelli), e solo la loro perdita, dopo il primo senso di smarrimento, farà comprendere ai protagonisti la loro stupidità.

13 giugno 2011

Il venditore di miracoli (B. Pawica, J. Szoda, 2009)

Il venditore di miracoli (Handlarz cudów)
di Boleslaw Pawica, Jaroslaw Szoda – Polonia 2009
con Borys Szyc, Sonia Mietielica
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Stefan, con un passato (non ancora superato) di alcolizzato e una recente conversione religiosa, sta per partire dalla Polonia in pellegrinaggio per Lourdes, dove intende portare – dietro compenso – anche le preghiere di altri residenti di case delle cura e di accoglienza che frequenta. Lungo il viaggio scopre però di avere nel furgone due piccoli clandestini, un fratello e una sorella ceceni, che gli chiedono di accompagnarli fino in Francia, dove li attende il padre. Inizialmente ostile, l’uomo finirà con l'affezionarsi ai due ragazzi e farà di tutto per aiutarli, aiutando così anche sé stesso. Un film con molte buone intenzioni, ma che non riesce a decollare. Lo spunto ricorda in parte “L’estate di Kikujiro”, ma la pellicola non ha l’anima, la poesia e l’umorismo che rendevano grande il film di Kitano. Primo premio al Bergamo Film Meeting.

21 settembre 2010

Essential killing (J. Skolimowski, 2010)

Essential killing
di Jerzy Skolimowski – Polonia/Norvegia 2010
con Vincent Gallo, Emmanuelle Seigner
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Un guerrigliero afgano viene catturato dai soldati americani nel deserto e trasportato al nord: durante il trasferimento riuscirà a fuggire e si darà alla macchia fra montagne e boschi innevati, aiutato da fortunate circostanze, dalla natura – sotto forma di animali (cinghiali, cervi, lupi, formiche) e piante (tronchi, cortecce, bacche) – e dal coraggio di saper uccidere quando serve. Nulla che non sia stato già fatto in passato, anche in modo migliore (i primi trenta minuti di "Caccia spietata", per esempio): ma Vincent Gallo è bravo a reggere un intero film senza dire una parola (e anche la Seigner, la donna che lo accoglie e gli cura le ferite, è muta) e certe scene fra l'assurdo (l'assalto alla donna che allatta) e il documentaristico (l'uso del paesaggio) non si dimenticano facilmente. Del protagonista senza nome (nei titoli di coda è però indicato come Mohammed) non ci viene detto nulla, benché alcuni squarci sul suo passato – in cui si intravede una famiglia felice, mentre sullo sfondo risuonano i richiami dei mujaheddin alla guerra santa – lascino immaginare due possibilità: che abbia abbandonato tutto per unirsi alla jihad, oppure che moglie e figlio siano rimasti vittime degli attacchi americani e che lui si sia arruolato per vendetta. In ogni caso, non è certo questo che interessava al regista, intenzionato semmai a mostrare l'istinto di sopravvivenza di un uomo in un ambiente che non conosce (le montagne anziché il deserto) e a contatto con una natura selvaggia e protettiva al tempo stesso.

12 settembre 2010

Senza fine (Krzysztof Kieślowski, 1985)

Senza fine (Bez konca)
di Krzysztof Kieślowski – Polonia 1985
con Grazyna Szapolowska, Aleksander Bardini
**

Rivisto in DVD, con Martin.

Il fantasma di un giovane avvocato impegnato e idealista, da poco scomparso, continua a rimanere accanto alla moglie Ula, che solo dopo la sua morte si rende finalmente conto di quanto lo amasse. Quando la donna viene contattata dalla famiglia dell'ultimo cliente del marito (un operaio incarcerato per aver organizzato uno sciopero illegale), lei le suggerisce di affidare il caso a un avvocato più anziano e più disposto al compromesso, che pur di farlo scarcerare consiglia all'uomo di chinare la testa e di rimettersi in riga. Nel frattempo ogni tentativo da parte di Ula di dimenticare il marito, persino ricorrendo all'ipnosi, fallirà: e alla fine la solitudine si rivelerà troppo forte da sopportare. Si tratta della prima collaborazione del regista con lo sceneggiatore Krzysztof Piesiewicz, con il quale lavorerà in tutti i film successivi. La pellicola porta avanti due piani narrativi: quello sull'elaborazione del lutto da parte di Ula, e quello che si concentra sul sistema giudiziario e sulla legge marziale contro i dissidenti politici (il sindacato Solidarnosc era stato dichiarato illegale nel 1981). Forse è un po' più ostica e – nell'immediato – meno soddisfacente dei film precedenti di Kieślowski, ma non certo meno significativa e personale. Memorabile la scena d'apertura, in cui il fantasma del marito si rivolge direttamente agli spettatori (al fascino della scena contribuisce anche la musica funebre e solenne di Zbigniew Preisner), e molto bella l'attrice protagonista.

23 luglio 2010

Destino cieco (K. Kieślowski, 1981)

Destino cieco (Przypadek)
di Krzysztof Kieślowski – Polonia 1981
con Bogusław Linda, Monika Goździk
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Il caso governa l'esistenza del giovane Witek, nato a Poznań durante la rivolta del 1956. A seconda che urti un ubriaco alla stazione o lo eviti, riuscendo così a prendere o meno il treno che dovrebbe riportarlo a Varsavia dopo la morte del padre, finirà col conoscere persone differenti e seguire percorsi di vita alternativi: diventerà un attivista politico e farà carriera all'interno del partito comunista; o collaborerà con un movimento di resistenza clandestina e si convertirà al cristianesimo; oppure ancora terminerà gli studi di medicina, sposerà una compagna di corso e si manterrà equidistante da ogni presa di posizione politica. Prima di "Sliding doors", "Smoking/No smoking" e "Lola corre", Kieślowski ha messo in scena l'idea che un evento insignificante possa cambiare completamente il corso della vita di un uomo, mostrandone tre differenti svolgimenti come nelle "storie a bivi" di disneyana memoria. Ma alla fine il destino incombe e porta comunque nella direzione che vuole lui. Anche se non si sfugge alla sensazione di trovarsi di fronte a un giochino intellettuale un po' fine a sé stesso e che esprime in fondo concetti non troppo profondi (per non parlare della nonchalance con la quale il protagonista intraprende strade completamente diverse l'una dall'altra, come se per sua natura fosse privo di convinzioni, ideologie o inclinazioni personali in grado di dirigerlo comunque in una determinata direzione), il film è interessante per il suo approccio "politico" e per la descrizione sfaccettata di un periodo turbolento della storia polacca (le ingerenze del partito comunista nella vita di tutti i giorni, le comunità giovanili che si organizzavano per far circolare idee libere e pubblicazioni non autorizzate, le pastoie burocratiche e di regime che controllavano l'attività di ogni cittadino). Non a caso, per problemi di censura, uscì nei cinema soltanto nel 1987. Formidabile l'incipit, quasi incomprensibile a una prima visione della pellicola, con una successione di brevi flash che riassumono in pochi minuti l'intero passato di Witek.

2 luglio 2010

Il cineamatore (K. Kieślowski, 1979)

Il cineamatore (Amator)
di Krzysztof Kieślowski – Polonia 1979
con Jerzy Stuhr, Malgorzata Zabkowska
***

Visto in DVD, con Martin.

In occasione della nascita di sua figlia, il timido impiegato Filip (che lavora come addetto alle vendite in un'azienda di una grigia cittadina polacca) acquista una piccola telecamera super8. Quando lo vengono a sapere, i superiori gli chiedono di realizzare un documentario sui festeggiamenti previsti per l'anniversario della ditta: la pellicola, inviata a un concorso di cinema aziendale amatoriale, vincerà un premio e spingerà l'uomo ad appassionarsi al mondo della celluloide, girando una serie di documentari sempre più attenti e aderenti alla realtà. Ma il direttore, che non vede di buon occhio le sue ambizioni artistiche, gli suggerisce a più riprese di evitare determinati argomenti (come il ritratto di un lavoratore portatore di handicap). E anche l'armonia familiare comincia ad andare in crisi, complice la tentazione di un'avventura extraconiugale. Se inizialmente Filip credeva di essere felice con il poco che aveva, presto si rende conto di non poter più fare a meno del cinema e dell'espressione artistica, anche se questa rischia di danneggiare la sua relazione con la moglie, i parenti e i colleghi. Decisamente autobiografico (come hanno rivelato sia Kieślowski, che fino ad allora aveva girato soprattutto documentari, sia Stuhr, che ha contribuito ai dialoghi), il film si concentra sul rapporto fra l'individuo e la società attraverso l'arte e sulle conseguenze da pagare (non esclusivamente in prima persona, come dimostrano le ricadute delle azioni di Filip anche su coloro che gli stanno intorno) a fronte delle proprie scelte etiche. Molte le scene memorabili: dal dialogo in cui il capo del protagonista confessa di invidiarlo per la sua famiglia e lo mette in guardia dal dedicarsi troppo al cinema ("Ma anche lei ha un hobby" – "Sì, ma io non ho altro") al momento in cui, mentre la moglie sta per lasciarlo e andarsene via di casa, Filip ha l'impulso di "inquadrarla" nell'obiettivo formato dalle dita a finestrella. Il regista Krzystof Zanussi e il critico Andrzej Jurga recitano nelle parti di sé stessi.

13 giugno 2008

Quattro notti con Anna (J. Skolimowski, 2008)

Quattro notti con Anna (Cztery noce z Anna)
di Jerzy Skolimowski – Polonia 2008
con Artur Steranko, Kinga Preis
**

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Di Skolimowski, sceneggiatore de "ll coltello nell'acqua" di Polanski e con una lunga carriera come regista alle spalle, non avevo mai visto nulla in precedenza. Questo film è laconico e quasi completamente muto, direi quasi alla Kaurismäki se non fosse per l'assenza di quell'umorismo e di quelle situazioni surreali che ravvivano le opere del regista finlandese. La narrazione è temporalmente decostruita, al punto che soltanto verso il finale si comprende chiaramente il vero ordine cronologico delle vicende. Leon, il protagonista, assiste allo stupro di una ragazza, Anna, e viene accusato di essere il colpevole. Condannato, quando esce dal carcere inizia a sorvegliare di nascosto Anna, del quale si è invaghito. Dopo averle messo nel sonnifero nel vasetto dello zucchero, si introduce nottetempo in casa sua per starle vicino e guardarla mentre dorme, ma anche per ripararle piccoli oggetti (come in "Ferro 3") e per lasciarle dei regali. La quarta notte, però, verrà scoperto... Una pellicola notturna e disperata, lenta ma a tratti intrigante, anche se in fondo piuttosto inconcludente.

17 marzo 2008

Il coltello nell'acqua (R. Polanski, 1962)

Il coltello nell'acqua (Nóz w wodzie)
di Roman Polanski – Polonia 1962
con Leon Niemczyk, Jolanta Umecka, Zygmunt Malanowicz
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Chiara.

Il primo lungometraggio di Polanski (realizzato dopo una serie di brillanti cortometraggi e considerato uno dei migliori esordi nel mondo del cinema) è un affascinante thriller psicologico basato su tre soli personaggi, isolati dal resto del mondo e in preda alle forti dinamiche delle loro relazioni. Andrea e Cristina (questi i nomi del doppiaggio italiano) sono una coppia alto-borghese che si appresta a trascorrere una tranquilla giornata domenicale in barca a vela. Durante il tragitto verso il lago i due coniugi danno un passaggio a un giovane autostoppista che, una volta giunti al molo, il marito invita in maniera sarcastica e con aria di sfida a salire a bordo insieme a loro. Il ragazzo, nonostante non sia mai stato in barca, accetta per orgoglio. Le continue provocazioni fra i due uomini, i battibecchi fra i coniugi, l'attrazione fra il giovane e la donna fanno lentamente crescere la tensione fino al punto di non ritorno: e le pulsioni, che l'eccellente regia è abile nel mettere in scena con estrema semplicità (aiutata da una suggestiva ambientazione e dalla bella musica jazz) paiono sempre sul punto di esplodere, come se scorressero sotto la superficie dell'acqua che viene solcata dall'imbarcazione. Due dei tre attori (la donna e il giovane) non avevano esperienze da attori professionisti. Il titolo si riferisce al grosso coltellaccio che l'autostoppista porta con sé, "utile nei boschi ma inutile su un lago", costantemente al centro di molte scene.