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2 maggio 2023

Passaggio a Nord-Ovest (King Vidor, 1940)

Passaggio a Nord-Ovest (Northwest Passage)
di King Vidor – USA 1940
con Spencer Tracy, Robert Young
**1/2

Visto in divx.

A metà Settecento, mentre nei territori del Nuovo Mondo infuria la guerra franco-indiana (che mette di fronte inglesi e francesi, entrambi alleati con differenti tribù di nativi), il giovane Langdon Towne (Robert Young), aspirante artista cacciato da Harvard dopo essere caduto in disgrazia per aver sbeffeggiato il governatore del New Hampshire, si arruola nei rangers guidati dal maggiore Robert Rogers (Spencer Tracy) e parte insieme a loro in una spedizione ai confini col Canada per affrontare gli indiani Abenachi, alleati dei francesi. Il viaggio sarà lungo e difficile: e soltanto grazie all'intraprendenza di Rogers (che spesso deve però faticare per convincere i suoi uomini, spossati e affamati, a proseguire il cammino), Langdon e un gruppo di altri soldati riusciranno a sopravvivere. Dal romanzo storico di Kenneth Roberts (di cui porta sullo schermo solo la prima delle due parti di cui è composto: paradossalmente, la ricerca del "passaggio a Nord-Ovest" che collega l'Oceano Atlantico al Pacifico avviene nella seconda), ispirato ad eventi e personaggi reali, un filmone epico e d'avventura tutto girato in esterni (in Idaho e Oregon) e in technicolor, che celebra il coraggio e l'ardimento dei primi coloni di quelli che ancora non erano gli Stati Uniti. I rangers di Rogers compiono imprese di ogni genere (dal trasportare le proprie canoe su una collina per evitare uno sbarramento nemico sul fiume, alla "Fitzcarraldo"; al guadare un fiume in piena formando una catena con i propri corpi; dal distruggere un villaggio indiano sterminandone gli abitanti; al sopravvivere per giorni interi marciando senza cibo né acqua), senza però che l'agiografia sovrasti gli aspetti più deleteri dei personaggi. Tracy è il mattatore, mentre Young, che all'inizio sembrava il protagonista, pian piano perde importanza all'interno di una storia corale. Nel cast anche Walter Brennan (l'amico di Langdon che si arruola con lui), Nat Pendleton, Ruth Hussey. Vidor avrebbe voluto dirigere un seguito per adattare la seconda parte del romanzo, ma non se ne fece niente.

9 aprile 2023

Il cammino della speranza (P. Germi, 1950)

Il cammino della speranza
di Pietro Germi – Italia 1950
con Raf Vallone, Elena Varzi
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la chiusura della solfara locale, che dava loro lavoro e sostentamento, i minatori di un villaggio siciliano decidono di partire con le loro famiglie per trasferirsi tutti in Francia, allettati dalle parole di una "guida" (Saro Urzì) che si offre di condurli a destinazione clandestinamente, superando controlli e confini. Il viaggio sarà lungo, duro e difficile: alcuni si perderanno, altri sceglieranno di tornare indietro, ma alla fine un gruppo di emigranti raggiungerà la terra promessa. Ispirato a un fatto vero raccontato nel romanzo "Cuori negli abissi" di Nino Di Maria, nonché alla reale chiusura della solfara Ciavolotta in provincia di Agrigento, una pellicola di impianto corale, forse più importante che bella, sceneggiata da Federico Fellini e Tullio Pinelli (che avevano collaborato con Germi già l'anno precedente per "In nome della legge"). Oltre al tema dell'emigrazione, racconta anche di un'Italia spaccata in due, fra l'arretratezza delle zone rurali e la vita moderna della grande città (nell'episodio di Lorenza, la ragazza che si perde durante la sosta a Roma); degli ostacoli posti dall'autorità e dalla burocrazia; della convivenza fra abitanti di regioni differenti (i siciliani e i bergamaschi, assunti dallo stesso fattore per aiutarlo col raccolto); delle lotte sociali fra poveri (scioperanti contro crumiri, ma entrambi repressi dalle forze dell'ordine). I molti personaggi del cast hanno storie e vicende personali che procedono per lo più in parallelo. E a tratti la vicenda si fa melodrammatica, come nel caso del duello rusticano sulla neve delle Alpi fra il protagonista Saro (Raf Vallone) e il "bandito" Vanni (Franco Navarra) per l'amore della bella Barbara (Elena Varzi). La colonna sonora è di Carlo Rustichelli, ma a spiccare è soprattutto la canzone popolare "Vitti 'na crozza" del compositore Franco Li Causi, divenuta poi molto celebre. Apprezzato da pubblico e critica, anche internazionale (vinse premi a Cannes e Berlino), il film suscitò polemiche politiche in patria per la sua rappresentazione della "disoccupazione postbellica".

11 marzo 2023

Chung Kuo, Cina (Michelangelo Antonioni, 1972)

Chung Kuo, Cina
di Michelangelo Antonioni – Italia 1972
***

Visto in TV (RaiPlay).

Documentario sulla Cina popolare, "appunti filmati" che formano un taccuino di viaggio che cerca di ritrarre la vita quotidiana degli abitanti ed esplorare l'organizzazione sociale e statale di un paese a quel tempo ancora del tutto impenetrabile ed elusivo per gli occidentali, colto nel bel mezzo della "rivoluzione culturale" voluta da Mao Tse-tung. Realizzato da Antonioni insieme al giornalista Andrea Barbati, e trasmesso dalla Rai in tre puntate, fu uno dei rari casi di quegli anni in cui a un cineasta straniero fu concesso di girare per il paese. In effetti Antonioni fu invitato espressamente dal governo cinese, sotto gli auspici del primo ministro del consiglio di stato Zhou Enlai, favorevole a una timida apertura all'occidente, anche se in seguito il film venne duramente criticato da altri membri dell'establishment (a cominciare dalla moglie di Mao e dalla "banda dei quattro"), che erano invece ostili a questi segnali (e anche in Italia venne male accolto da chi, da sinistra, sperava che il regista cogliesse l'occasione per celebrare retoricamente la rivoluzione comunista, anziché catturare la banalità del quotidiano). Accompagnato da una voce narrante mai invadente, il film documenta come può la realtà cinese di quegli anni, operosa nelle aree urbane e relativamente povera e arretrata soprattutto nelle zone rurali, ma molto ben organizzata a livello sociale (e naturalmente monolitica politicamente e culturalmente, almeno all'apparenza). Un paese vasto, misterioso, affascinante, che sotto la superficie mostrata dalle immagini (spesso catturate in segreto, nascondendo la macchina da presa per cogliere meglio la realtà quotidiana) lascia l'impressione che molto rimanga ancora nascosto, sommerso e impenetrabile. Antonioni e l'operatore Luciano Tovoli cominciano il loro viaggio da Pechino (dove visitano anche la Città Proibita e la Grande Muraglia), si spostano poi in zone più rurali o montuose (l'Honan, la valle dello Yangtze), passano per Suzhou, Nanchino e infine Shanghai (all'epoca, con dieci milioni di abitanti, la maggiore metropoli cinese). Osservano i lavoratori, gli operai, i contadini, i mercanti, gli studenti. Visitano città (il film si apre a piazza Tienanmen, "il grande spazio silenzioso che rappresenta il centro del mondo per i cinesi": il titolo del documentario, "Chung Kuo", significa appunto "il paese del centro"), campagne, scuole, ospedali, fabbriche, mercati, villaggi, comuni agricole, industrie, grandi porti fluviali... e infine la pellicola (che si apriva sui titoli di testa con i canti patriottici dei bambini di un asilo) si conclude con una lunga rappresentazione circense-acrobatica. L'unico filo conduttore, narrativamente parlando, è quello dell'osservazione: non si intende "spiegare" la Cina, ma ritrarne gli abitanti, i volti, le attività, lo scorrere di una vita altamente organizzata ma che sembra dipanarsi senza l'ansia o la fretta che in quegli anni connotava invece l'occidente. Il ritmo è perciò assai rilassato, le sequenze si prendono il loro tempo (la durata complessiva del film sfiora le quattro ore) e a volte si soffermano a lungo su persone che praticano tai chi, bambini che giocano o cantano inni di propaganda, contadini che lavorano o passanti in bicicletta. Il montaggio è di Franco Arcalli, la consulenza musicale di Luciano Berio.

24 febbraio 2023

#IoSonoQui (Eric Lartigau, 2019)

#IoSonoQui (#Jesuislà)
di Eric Lartigau – Francia/Belgio 2019
con Alain Chabat, Bae Du-na
**

Visto in TV (Now Tv).

Stéphane (Alain Chabat), chef e proprietario di un ristorante a conduzione famigliare nella campagna basca, divorziato e in crisi di mezza età, prende per la prima volta nella sua vita una decisione d'impulso e parte in aereo per Seul per conoscere di persona una pittrice coreana (Bae Du-na) con cui era in corrispondenza via internet. La donna però non si presenterà al suo arrivo, e lui trascorrerà diversi giorni all'aeroporto ad attenderla, pubblicando nel frattempo immagini su Instagram: la sua "storia" lo trasformerà senza saperlo in una piccola celebrità e lo aiuterà a riconnettersi con sé stesso e con la famiglia, in particolare con i due figli (Jules Sagot, Ilian Bergala) che vengono a "recuperarlo". Aggiornato all'era dei social media (i messaggi e le immagini che Stéphane posta e riceve compaiono tutti sullo schermo), una sorta di "Lost in translation" franco-coreano, con un protagonista che per ritrovare sé stesso deve volare all'altro capo del mondo ed entrare in contatto con una cultura così differente dalla sua, esemplificata dal concetto del "nunchi", ovvero la capacità di comprendere i sentimenti altrui senza che questi vengano detti esplicitamente, indice di intelligenza emozionale. La parte migliore è quella centrale, ovvero quella ambientata nell'aeroporto di Incheon. Alain Chabat aveva già recitato per Lartigau nella commedia romantica "Prestami la tua mano", che (come questo) avevo scelto di vedere solo per gli interpreti.

26 gennaio 2023

Visages, villages (Agnès Varda, 2017)

Visages, villages
di Agnès Varda, JR – Francia 2017
con Agnès Varda, JR
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Stringendo un'insolita collaborazione, la cineasta Agnès Varda (88 anni) e l'artista-fotografo JR (33 anni) girano per le campagne francesi, a bordo di un furgone adibito a laboratorio fotografico, per scattare immagini degli abitanti dei piccoli villaggi di provincia e farne giganteschi poster da incollare alle pareti esterne delle case e sui muri di mattoni degli edifici abbandonati. Lo scopo è quello di collegare, attraverso il ritratto, i volti delle persone (ma anche dettagli ingranditi dei loro corpi o antiche foto di famiglia) e i luoghi più isolati e dimenticati del paese, riportando al centro dell'attenzione la vita di un tempo e quella attuale, antichi e nuovi lavori, storie del passato e del presente, e ritraendo dunque il cambiamento cui persone e luoghi sono continuamente soggetti. Viaggiando insieme e discutendo delle rispettive forme d'arte, AV e JR attraversano così paesi dove un tempo fiorivano attività ormai abbandonate (una miniera), villaggi fantasma composti da edifici in rovina, cittadine turistiche sulla costa, regioni agricole dove le innovazioni tecnologiche permettono a un singolo contadino di occuparsi di centinaia di ettari di terreno, allevamenti di capre e altri animali (cui vengono tolte le corna per impedire che lottino fra loro e aumentare così la produttività), fabbriche di prodotti chimici, porti commerciali (come quello di Le Havre) i cui lavoratori sono in sciopero... e infine si dedicano anche a sé stessi. Man mano che si viaggia, infatti, anche l'amicizia fra i due artisti si fa più stretta (nonostante la differenza di età, che non impedisce loro di punzecchiarsi a vicenda), mentre il desiderio di conoscere di più l'uno dell'altra cresce a dismisura: entrambi lavorano con le immagini, e non a caso i rispettivi sguardi costituiscono lo strumento per conoscere il mondo circostante, uno strumento paradossalmente non privo di difetti (la vista di Agnès è in costante declino, e la regista vede ormai il mondo sfocato; JR, dal canto suo, non si separa mai dai suoi occhiali da sole, che frappone un filtro scuro fra i suoi occhi e la realtà). Ne risulta un originale e avvincente documentario on the road che fa riflettere sulla potenza delle immagini (anche quando effimere: molte delle affissioni di JR sono destinate a essere spazzate via dall'acqua o dagli elementi) e sul loro legame con la memoria (da conservare per le generazioni future) e i ricordi, che siano quelli di antichi lavori, di antenati lontani, di amicizie dimenticate (la Varda cerca di andare a visitare Jean-Luc Godard, ma questi non si fa trovare in casa). Il tutto intrecciato con il tema del viaggio, che sia reale o virtuale (le foto degli occhi e dei piedi di AV vengono affisse sui vagoni cisterna di un treno merci "che andrà in posti dove tu non andrai mai").

14 gennaio 2023

Stray Dog: Kerberos Panzer Cops (M. Oshii, 1991)

Stray Dog: Kerberos Panzer Cops (Kerberos: Jigoku no banken)
di Mamoru Oshii – Giappone 1991
con Yoshikatsu Fujiki, Shigeru Chiba
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver trascorso tre anni in prigione per aver partecipato alla fallita rivolta dei Kerberos, unità speciale di un corpo di polizia paramilitare che si era ribellata al governo autoritario del Giappone, Inui (Yoshikatsu Fujiki) lascia il paese e parte alla ricerca di Koichi Todome (Shigeru Chiba), l'ex leader del suo squadrone che si era dato alla fuga. Grazie all'aiuto di una misteriosa ragazza, Tang Mie (Sue Eaching), lo rintraccerà a Taiwan. Ma scoprirà di essere stato usato dal misterioso Hayashi (Takashi Matsuyama) e da una sedicente organizzazione che fornisce "supporto" ai soldati fuggitivi e che intende eliminare il troppo scomodo Koichi... Secondo capitolo cinematografico della bizzarra "Kerberos saga" di Mamoru Oshii dopo "The red spectacles" del 1987, di cui è a tutti gli effetti un prequel. La saga proseguirà nel 1999 con un altro prequel, stavolta in animazione, "Jin-Roh - Uomini e lupi". Dei tre film, questo è quello più diseguale e che lascia più perplessi: soltanto nel finale, infatti, c'è una sequenza d'azione fantascientifica, con la resa dei conti fra Inui, in armatura da Kerberos, e i suoi nemici in un edificio abbandonato: in precedenza assistiamo a scene di ordinaria quotidianità, dapprima seguendo il viaggio quasi turistico di Inui e Tang Mie per le città e le campagne taiwanesi, e poi, una volta rintracciato Koichi, con la permanenza dei tre presso il mare, in una sorta di commedia punteggiata da siparietti comici e aspetti ludico-surreali non dissimili da certe cose di Takeshi Kitano ("L'estate di Kikujiro", "Sonatine"). Il personaggio di Koichi, in particolare, risulta particolarmente in contrasto con i temi distopico-bellici del resto della saga. I dialoghi, specialmente quelli fra Hayashi e Inui, si appoggiano sull'insistita metafora degli ex soldati come veri e propri "cani randagi", sperduti e spaventati ma comunque sempre alla ricerca del padrone che li ha abbandonati. Il budget è piuttosto basso, ma non inficia sul risultato. Fondamentale nell'economia del film la quasi onnipresente colonna sonora acustica e d'atmosfera di Kenji Kawai (per una volta senza i suoi soliti cori), che accompagna i piani sequenza di Oshii.

9 gennaio 2023

Siberia (Abel Ferrara, 2020)

Siberia (id.)
di Abel Ferrara – Italia/Germania/Messico 2020
con Willem Dafoe, Dounia Sichov
**

Visto in TV (RaiPlay).

Un uomo (Dafoe), isolatosi dal mondo per sfuggire ai fantasmi di morte del proprio passato, gestisce una baita sperduta in mezzo a un paesaggio innevato. Perseguitato da allucinazioni e visioni di vario genere, parte – con la slitta trainata dai suoi cani – per un viaggio che è soprattutto mentale, attraversando una natura impervia e ostile (che rappresenta il suo subconscio) e cercando di fare i conti con la propria vita. Incontrerà il proprio alter ego, rivedrà i genitori defunti, l'ex moglie, il figlio, passando per scenari freddi e cupi e altri insoliti e surreali (compreso un deserto africano e un pascolo primaverile). Un film bizzarro, surreale, onirico, pieno di non sequitur e salti narrativi, come la psiche del protagonista: ha però un suo strano fascino, che ne sostiene la visione fino in fondo, nonostante alcuni passaggi a vuoto nei (pochi) dialoghi (vedi quello con l'ex moglie, pieno di luoghi comuni come "L'unica mia colpa è quella di amarti troppo"). Ferrara, che ha scritto la sceneggiatura insieme al terapista Chris Zois, si sarebbe ispirato al "Libro rosso" di Carl Gustav Jung, ma è difficile capire come. Per il sempre ottimo Dafoe si tratta della sesta collaborazione con il regista italoamericano: nella versione italiana del film ha un accento molto marcato, essendosi doppiato da solo. Le riprese sono state effettuate per lo più in Alto Adige (e infatti i paesaggi di montagna non ricordano affatto la Siberia, che d'altronde è un luogo mentale più che reale).

3 settembre 2022

Scompartimento n. 6 (J. Kuosmanen, 2021)

Scompartimento n. 6 - In viaggio con il destino (Hytti nro 6)
di Juho Kuosmanen – Finlandia/Russia 2021
con Seidi Haarla, Yuri Borisov
**

Visto in TV (Now Tv).

Laura (Haarla), giovane finlandese che studia archeologia a Mosca, parte in treno diretta verso nord per andare a osservare i petroglifi (antiche incisioni rupestri) su un'isola vicino a Murmansk, oltre il Circolo Polare Artico. Avrebbe dovuto accompagnarla Irina, la sua ragazza russa, che però all'ultimo momento si è tirata indietro (dal viaggio e forse dalla sua vita). Si trova così a condividere il lungo tragitto con un giovane russo sconosciuto, Ljoha (Borisov), che a sua volta sta recandosi a Murmansk per lavorare in una cava mineraria. All'inizio la convivenza è difficile, ma poi subentra l'amicizia e forse qualcosa di più... Da un romanzo di Rosa Liksom, un film gradevole ma esile nella trama e nei personaggi, la storia di un viaggio (e di una coabitazione forzata nello scompartimento di un treno) che avvicina due persone all'apparenza lontanissime fra loro (sono di paesi, lingue, sessualità diverse). Bella l'ambientazione e la descrizione degli ambienti, e bravi gli attori. Nulla, comunque, di sorprendente o che non si sia mai visto prima: anche per questo lascia perplessi il gran premio della giuria ricevuto a Cannes (ex aequo con "Un eroe" di Asghar Farhadi).

3 febbraio 2022

La ragazza con la pistola (M. Monicelli, 1968)

La ragazza con la pistola
di Mario Monicelli – Italia 1968
con Monica Vitti, Carlo Giuffré
***

Visto in TV (Prime Video), per ricordare Monica Vitti.

Rapita (più o meno volontariamente), sedotta e abbandonata dal compaesano Vincenzo (Carlo Giuffré), che poi se ne fugge in Gran Bretagna, la siciliana Assunta Patanè (Monica Vitti) parte alla sua ricerca armata di pistola per vendicare il proprio onore e quello della sua famiglia. L'inseguimento all'uomo, che continua a sfuggirle, la porterà da Edimburgo (in Scozia) a Sheffield, da Bath a Londra, fino a Brighton: un viaggio e una permanenza in un paese così diverso e distante da quello di origine che finiranno per cambiarla profondamente. Diventerà infatti una ragazza moderna, cambierà abbigliamento e acconciatura, metterà in discussione i vecchi valori di una terra arcaica e arretrata, legati all'onore e ai ruoli della donna e dell'uomo, e infine si prenderà a suo modo una rivincita, ribaltando i ruoli e gli stereotipi. Se la forma è quella della commedia (all'italiana), non scevra di macchiette e di gag, i contenuti di questo film epocale sono dunque da contestualizzare e legati al movimento di liberazione ed emancipazione della donna, di cui la protagonista – attraverso le sue varie avventure – diventa simbolo e paradigma. Per la Vitti, fino ad allora identificata con il cinema di Antonioni, fu uno dei primi ruoli comici di una carriera che si rinnoverà in maniera brillante, pur non rinnegando mai lo spessore messo in mostra nelle esperienze precedenti. La scelta di ambientare quasi tutta la pellicola in un paese lontano e diverso (il contrasto fra i paesaggi, le usanze, la lingua, è sempre sottolineato con precisione e rispetto, pur nel contesto comico e parodistico), in un panorama sociale caratterizzato da costumi "liberi", fra omosessuali, sportivi, modelle e contestazione giovanile, consente di portare in primo piano la personalità della protagonista, impegnata a portare a termine la "commissione", con le sue contraddizioni sui ruoli di genere ("Un vero uomo ci deve provare, ma una vera donna si deve difendere"). Stanley Baker è il dottore dell'ospedale di Bath di cui Assunta si innamora, Anthony Booth il giocatore di rugby che la ospita a Sheffield, Corin Redgrave il suicida gay, Stefano Satta Flores il cameriere al ristorante italiano. Le scene ambientate in Sicilia sono state girate in realtà in Puglia (a Polignano a Mare e a Conversano). Alla sceneggiatura ha collaborato Luigi Magni.

4 gennaio 2022

Un viaggio a quattro zampe (C.M. Smith, 2019)

Un viaggio a quattro zampe (A Dog's Way Home)
di Charles Martin Smith – USA 2019
con Jonah Hauer-King, Ashley Judd
**

Visto in TV (Rai 1), con Sabrina.

Per tornare a casa dal suo padrone Lucas (Hauer-King), che l'ha adottata, la cagnolina randagia Bella affronta da sola un lungo viaggio di 650 chilometri, dal New Mexico al Colorado, attraversando (nel corso di oltre due anni) città e parchi naturali e affrontando i pericoli della natura e dell'uomo. Sulla falsariga di "Torna a casa, Lassie", un film d'avventura con protagonista canino: poco originale e pieno di cliché, ma anche moderatamente realistico, ottimamente realizzato e – quando sono di scena gli animali – avvincente e a tratti commovente. Se non mancano inevitabili tocchi di retorica, la sceneggiatura non è però del tutto superficiale e infantile, visto che non si premura di nascondere o edulcorare aspetti negativi o paurosi, come la morte. Memorabile l'amicizia fra Bella e un cucciolo di puma, da lei soprannominata "Gattina Gigante", fra le montagne del Colorado. La voce narrante della protagonista, che si rivolge agli spettatori, in originale è di Bryce Dallas Howard. Gli altri animali invece non parlano. Nel cast "umano" anche Ashley Judd, Alexandra Shipp, Edward James Olmos, Brian Markinson e Wes Studi.

20 novembre 2021

Sir Gawain e il cavaliere verde (D. Lowery, 2021)

Sir Gawain e il cavaliere verde (The Green Knight)
di David Lowery – USA 2021
con Dev Patel, Alicia Vikander
***

Visto in TV (Prime Video).

Per dare prova di valore, il giovane cavaliere Gawain (Dev Patel), nipote del re (Artù, anche se il suo nome – come quelli di Merlino, Excalibur, ecc. – non viene mai pronunciato), accetta la sfida postagli dal misterioso cavaliere verde che giunge alla corte di Camelot nel giorno di Natale: potrà colpirlo a suo piacimento, senza che lui si difenda, ma a un anno di distanza dovrà recarsi nella "cappella verde" situata nel lontano nord e accettare che gli venga restituito lo stesso colpo. E poiché Gawain, con la spada del re, decapita il cavaliere (che però, essendo una creatura magica, recupera la propria testa come se nulla fosse), il suo viaggio l'anno successivo – punteggiato peraltro da numerose avventure – si trasformerà in un cammino verso la (probabile) morte. Tratto da un poema cavalleresco del quattordicesimo secolo, appartenente al ciclo arturiano e reso popolare nella versione curata da J.R.R. Tolkien, il nuovo film di Lowery (già regista del bellissimo "Storia di un fantasma") è un fantasy cupo e austero, caratterizzato da un palpabile "realismo magico" che permea con la sua atmosfera tutta l'ambientazione medievale. Il protagonista – il cui nome in Italia è noto anche come Galvano – è costantemente al centro di un'avventura in cui deve misurarsi, più che con misteriosi nemici soprannaturali, soprattutto con sé stesso: con le sue paure, le sue insicurezze, le tentazioni, i suoi doveri di lealtà e di coraggio, e inevitabilmente con la morte. Il "cavaliere verde", creatura selvaggia e ultraterrena (il verde, ovviamente, è il colore della natura, ma anche quello del decadimento che ricopre ogni cosa), lo mette alla prova in una sorta di gioco che si riveste di innumerevoli significati (come tante sono le interpretazioni del poema originale). Al fascino del film contribuiscono le scenografie spoglie e la fotografia che le ammanta di mistero, mentre Gawain è alle prese con fantasmi, giganti, streghe o animali parlanti. Notevole anche la sequenza conclusiva, muta (a parte la musica), in cui il giovane cavaliere "vive" in un solo momento tutta la sua vita futura. Nel cast Sean Harris (il re), Kate Dickie (la regina), Alicia Vikander (in due ruoli: Essel, la compagna di Gawain, e la dama del castello), Joel Edgerton (il signore del castello: curiosamente, nel film "King Arthur" del 2014, Edgerteon aveva interpretato proprio Galvano), Barry Keoghan (il saccheggiatore), Erin Kellyman (Winifred) e Erin Kellyman (il cavaliere verde, il cui aspetto pare uscire da un film di Del Toro). Da notare i multipli titoli (che dividono la pellicola in capitoletti). Il poema era già stato portato al cinema due volte (nel 1973 e nel 1984).

15 novembre 2021

Viaggio verso Agartha (Makoto Shinkai, 2011)

Viaggio verso Agartha, aka I bambini che inseguono le stelle
(Hoshi wo ou kodomo)
di Makoto Shinkai – Giappone 2011
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver incontrato un misterioso giovane che proviene dal leggendario mondo sotterraneo di Agartha, la curiosa Asuna, ragazzina introversa che vive in un paese fra le montagne boscose, andrà alla sua esplorazione in compagnia del suo insegnante Morisaki, membro di un'organizzazione che da anni studia in segreto i misteri di Agartha e che intende riportare in vita la propria moglie defunta grazie alla magia che, si dice, è nascosta nel luogo più segreto e inaccessibile del sottosuolo... Il terzo lungometraggio animato di Makoto Shinkai è quello che più degli altri tradisce il suo debito verso Hayao Miyazaki e, più specificatamente, "Laputa" e "Nausicaä", film dai quali provengono numerosi elementi, sia narrativi che estetici. Per il resto, la vicenda di base – ispirata a svariati miti legati ai mondi sotterranei e alla possibilità di far tornare in vita le persone amate: si pensi a quello di Orfeo ed Euridice, o a quello giapponese, citato espressamente, di Izanagi e Izanami – si dipana come un racconto d'avventura che procede in maniera lineare, accatastando una situazione dopo l'altra in modo quasi improvvisato. A ogni svolta, infatti, saltano fuori nuovi personaggi e situazioni che poi escono di scena senza un motivo (Shun, il "gatto" Mimi, la bambina Mana), mentre il finale non completa l'arco narrativo della protagonista ma solo quello del professor Morisaki. E dunque, nonostante una parte iniziale (ambientata però nel mondo di superficie!) ricca di poesia e di fascino, che sembrava promettere molto di più, la pellicola – lunga ed estremamente densa – procede poi stancamente, a tratti persino annoiando, e delude in un finale fuffoso ed esoterico, dove le caratterizzazioni non convincono e temi importanti come la solitudine e l'accettazione della morte sono trattati in modo superficiale e raffazzonato. Persino l'interessante ambientazione, Agartha, rimane soltanto accennata (i suoi regni e villaggi, il declino, gli abitanti, le dinamiche interne) ma mai davvero sfruttata se non come sfondo e con aspetti incoerenti (qual è, per esempio, la fonte di luce?). Ottimi gli scenari, i paesaggi e i fondali, mentre il character design è un po' semplicistico (e molto, troppo, è di derivazione miyazakiana: vedi anche i mostri guardiani, le rovine, i cristalli magici). Esistono due versioni italiane, di cui la prima ha un pessimo doppiaggio: meglio la seconda, quella intitolata "I bambini che inseguono le stelle".

20 agosto 2021

Viaggio a Kandahar (Mohsen Makhmalbaf, 2001)

Viaggio a Kandahar (Safar-e Qandahār)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Francia 2001
con Nelofer Pazira, Hassan Tantaï
***

Rivisto in TV (La7), con Sabrina.

Nafas (Nelofer Pazira), una giornalista afgana rifugiatasi in Canada, intende reintrodursi clandestinamente nel proprio paese di origine per raggiungere la città di Kandahar, dove si trova ancora sua sorella, che le ha comunicato l'intenzione di uccidersi nel giorno dell'ultima eclisse di sole del millennio. Ma per attraversare il territorio controllato dai talebani (gli "studenti coranici" che impongono severe leggi che limitano la libertà degli abitanti, e in particolare delle donne) deve nascondersi sotto un burqa e dipendere dall'aiuto di occasionali sconosciuti incontrati lungo il cammino (una famiglia di profughi di cui si finge una delle mogli, un bambino appena espulso da una scuola coranica, un medico di origine americana, un uomo con il braccio amputato). Di impianto semi-documentaristico (la storia della protagonista è in parte vera, e molti degli attori interpretano sé stessi), è il film più noto in occidente del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, che lo ha girato negli anni del primo regime talebano in Afghanistan: prima, cioè, che gli attentati dell'11 settembre 2001 spingessero gli americani e i paesi occidentali a rovesciare tale regime: oggi, proprio nei giorni in cui i talebani hanno riacquistato il controllo del paese, la pellicola è tornata tristemente e prepotentemente di attualità dopo aver passato qualche tempo (dopo l'iniziale successo) nel dimenticatoio. Potente e impressionante nel suo mettere in scena le condizioni di un popolo soggiogato da un sistema fanatico ed estremista (vedi per esempio la scena della scuola coranica, che mostra l'indottrinamento dei bambini), oltre che della situazione di profughi e rifugiati (molti dei quali con arti amputati a causa delle numerose mine, residui della lunga guerra fra i sovietici e i mujaheddin: indimenticabili le scene in cui gli elicotteri della Croce Rossa "paracadutano" nel deserto protesi e gambe finte), il film parla soprattutto delle dure condizioni delle donne sotto il dominio talebano, chiamate cumulativamente "teste nere", private di ogni diritto (dall'educazione al lavoro indipendente), persino della parola (un uomo o un bambino devono fare da "interprete" fra loro e gli estranei durante qualsiasi conversazione) e naturalmente costrette a nascondersi interamente dietro il velo (sotto il quale, però, alcune di loro non rinunciano a mettersi lo smalto o il rossetto). Alcune sequenze appaiono involontariamente comiche, come quella in cui non solo Nafas ma anche la sua guida e numerosi altri uomini si celano sotto il burqa per unirsi a un corteo nuziale e oltrepassare così un posto di blocco (una sequenza che ricorda quella del film dei Monty Python "Brian di Nazareth" con le barbe finte). La maggior parte del film è stata girata in Iran (per esempio presso il campo rifugiati di Niatak), ma alcune scene anche (segretamente) in Afghanistan. Il medico che aiuta Nafas è interpretato da Hassan Tantaï (alias Dawud Salahuddin), un vero ex combattente americano che si è convertito all'Islam, si è rifugiato in Iran e ha ucciso un oppositore di Khomeini (ed è tuttora ricercato come fuggitivo). Finale aperto, con l'ultima scena che era stata proposta anche all'inizio e che torna come in un circolo (richiamato dall'immagine dell'eclisse, intravista da Nafas attraverso le maglie strette del burqa e ovvia metafora di un'oscurità che irrompe sul destino degli abitanti del paese). Ma la bellezza del film sta anche nella sua apertura verso la speranza, a tratti evocata dalle frasi, dai canti e dalle emozioni che Nafas cattura a mo' di reportage, durante tutto il viaggio, sul suo registratore portatile, nell'intento di portare conforto alla sorella e, per estensione, a tutto il popolo afgano.

29 giugno 2021

Lost in translation (Sofia Coppola, 2003)

Lost in translation - L'amore tradotto (Lost in Translation)
di Sofia Coppola – USA/Giappone 2003
con Bill Murray, Scarlett Johansson
***

Rivisto in TV (Netflix).

In Giappone per girare uno spot pubblicitario per una marca di whisky, Bob Harris (Bill Murray), attore americano in declino nonché in crisi esistenziale e personale, si scopre sperduto e alienato, vittima del fuso orario ma anche di una cultura che non comprende. Troverà però una sorta di anima gemella nella giovane Charlotte (Scarlett Johansson), che risiede nel suo stesso albergo, dove ha seguito il marito per lavoro. Nonostante la differenza di età, i due si aggrapperanno l'uno all'altra per resistere e sopravvivere in qualche maniera in un mondo che appare vacuo ed estraneo. Forse tuttora il miglior film della Coppola, nonostante i tanti (troppi) stereotipi sul Giappone e le sue eccentricità possano renderlo fastidioso per chi conosce e ama quel paese. Ma in fondo non è importante dove veramente si svolge la storia: avremmo potuto trovarci in qualsiasi altro contesto "estraneo" in cui ci si senta intrappolati (e più il paese è esotico e distante, meglio è), volendo persino su un altro pianeta (tanto che la Coppola ripeterà l'operazione in "Somewhere", stavolta rappresentando sullo schermo il trash della tv italiana). Quel che è importante è il racconto malinconico e introspettivo di due solitudini che si incontrano e cercano di restare a galla insieme. Non è una storia romantica tradizionale (e infatti il sottotitolo italiano, "L'amore tradotto", è fuorviante oltre che stupido: molto indovinato invece quello originale, che oltre al livello metaforico fa riferimento alla buffa scena in cui l'interprete giapponese traduce a Bob a modo suo le lunghe sfuriate del regista dello spot pubblicitario), ma mette a confronto due personaggi che si trovano nell'impasse in differenti momenti della propria vita. Bob (interpretato da un Bill Murray il cui consueto sarcasmo è per una volta al servizio non della comicità ma di un personaggio depresso e introverso, e che proprio per questo sembra ancora più reale: che sia tale il vero lato privato dei comici?) è in crisi di mezza età, stanco della vita e di un matrimonio che va avanti per inerzia; Charlotte è invece all'inizio della propria vita ma già appare delusa e disillusa. E il fatto che siano lontani da casa, in un paese che sembra incomprensibile, e anche senza punti di riferimento (sono entrambi trascurati e ignorati dai rispettivi coniugi), non aiuta di certo ("Diventa più facile, poi?" chiede lei a lui). Alcune scene ritraggono il Giappone moderno (Tokyo) e quello antico (Kyoto), ma gran parte della pellicola è ambientata fra le mura dell'albergo (memorabile la scena in cui i due guardano in tv, di notte, una scena della "Dolce vita" di Fellini con i sottotitoli). E a proposito di "traduzioni" mancanti: alla fine, prima di separarsi, Bob abbraccia Charlotte e le sussurra qualcosa all'orecchio, ma noi non lo sentiamo: per noi spettatori il messaggio rimarrà un mistero. Oscar per la miglior sceneggiatura (firmata dalla stessa Coppola), più tre nomination per il film, la regia e l'attore protagonista. Giovanni Ribisi è il marito di Charlotte. Anna Faris è Kelly, divetta svampita. Catherine Lambert è la cantante nella lounge dell'albergo che canta "Scarborough Fair".

11 gennaio 2021

Hanna (Joe Wright, 2011)

Hanna (id.)
di Joe Wright – USA/GB/Germania 2011
con Saoirse Ronan, Cate Blanchett
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cresciuta nella natura selvaggia fra le foreste innevate dell'Artico e addestrata dal padre, l'ex agente della CIA Erik Heller (Eric Bana), all'arte della sopravvivenza e del combattimento, la sedicenne Hanna (Saoirse Ronan) si reca per la prima volta nella civiltà con l'obiettivo di uccidere Marissa Wiegler (Cate Blanchett), un tempo superiore di Erik. E nel farlo scoprirà anche la verità su sé stessa e su sua madre, cavia di esperimenti scientifici per creare il "soldato perfetto". Action movie che parte da un canovaccio già visto molte volte (sembra il soggetto di un film di Luc Besson, un mix fra "Nikita", "Lucy" e "Leon", con tanto di cattivi eccentrici come il killer biondo interpretato da Tom Hollander) ma lo arricchisce a modo suo con tocchi da commedia – vedi tutto il viaggio della protagonista, dal Marocco alla Spagna e poi verso la Germania, "aggregata" a una famiglia di turisti sciroccati (Jason Flemyng, Olivia Williams, Jessica Barden e Aldo Maland), e in generale le interazioni di Hanna con il mondo moderno, che aveva studiato solo sui libri – e un costante parallelo con le fiabe dei fratelli Grimm (in cui Marissa è la strega cattiva/matrigna). La buona caratterizzazione della protagonista e una regia ricca di long takes (Joe Wright è innamorato da sempre dei piani sequenza: notevole qui quello dell'arrivo di Eric a Berlino, ma ottima anche la fuga di Hanna dal centro di detenzione) compensano così una trama derivativa e che si fa via via più prevedibile, tanto che alla fine non lascia granché allo spettatore. Musica dei Chemical Brothers. Le scene iniziali sono state girate in Finlandia. Saoirse Ronan aveva già recitato per Wright nel suo film più riuscito, "Espiazione". Dalla pellicola è stata tratta una serie tv.

12 dicembre 2020

Amen (Kim Ki-duk, 2011)

Amen (id.)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2011
con Kim Ye-na, Kim Ki-duk
**1/2

Visto su YouTube, per ricordare Kim Ki-duk.

Una ragazza coreana (Kim Ye-na) sbarca a Parigi in cerca di qualcuno (forse il suo innamorato?). La giovane vaga per la città, citofona inutilmente ai recapiti di cui dispone, grida il nome dell'uomo che sta cercando in mezzo alla folla, prende treni per Venezia prima e per Avignone poi, ma invano. Nello scompartimento di uno di questi treni, viene addormentata, derubata e violentata da uno sconosciuto in tuta mimetica e maschera antigas, che in seguito comincia a pedinarla di nascosto. Quando la ragazza scopre di essere rimasta incinta, lo sconosciuto la approccia, chiedendole di tenere il bambino... Forse il film più esile e minimalista di Kim, girato "in trasferta" con la camera a mano, senza dialoghi (il rumore di fondo è in presa diretta) e con una sola attrice (anzi due: il regista stesso, oltre a reggere la videocamera, interpreta l'uomo con la maschera antigas). In questo estremo artigianalismo non è molto diverso dal precedente "Arirang": ma se quello era una confessione a cuore aperto, qui Kim sembra quasi volersi imporre una sorta di invisibilità, cancellando persino il proprio volto, continuando però ad espiare i propri peccati. E perciò, anche se la prima impressione è che la trama sia stata improvvisata sul momento, non si può negare che non manchino l'interesse e l'intensità: si partecipa al viaggio e alle vicende della protagonista senza nome, sola in terra straniera, e si rimane stranamente avvinti dal suo volto irregolare, dalle sue lacrime, dalle notti trascorse sulle panchine, e dal mistero dell'uomo che la segue (spesso l'inquadratura corrisponte alla soggettiva di questi) donandole denaro o abiti, sentendosi in colpa per ciò che ha fatto. Espliciti anche alcuni sottotesti religiosi, a partire dal titolo e dalle sequenze ambientate in chiesa o presso luoghi di culto, quasi a voler leggere la vicenda come quella di una novella Maria di fronte al mistero dell'annunciazione. Musica di Schubert (l'Andantino D. 959).

5 novembre 2020

Borat 2 (Jason Woliner, 2020)

Borat - Seguito di film cinema. Consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan
(Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan)
di Jason Woliner – USA 2020
con Sacha Baron Cohen, Marija Bakalova
**

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Dopo quattordici anni (trascorsi ai lavori forzati per aver disonorato l'immagine del Kazakistan con il suo film precedente), Borat Sagdiyev viene nuovamente inviato negli Stati Uniti d'America: questa volta non per fare un reportage, ma per consegnare un "dono" agli uomini della cerchia ristretta del presidente Trump (dapprima il suo vice Michael Pence, e poi l'avvocato Rudy Giuliani) e far entrare così il presidente kazako nelle sue grazie. Tale dono avrebbe dovuto essere "Johnny la scimmia", ma Tutar (Bakalova), la figlia di Borat, si sostituisce all'animale: e sarà dunque la ragazza ad accompagnare il protagonista nel suo viaggio. Distribuito in streaming in tempo di pandemia, il canovaccio è lo stesso del film precedente: un collage di "candid camera" in cui il finto giornalista kazako stuzzica individui e gruppi di persone con il suo comportamento offensivo e politicamente scorretto (è oltraggioso, razzista, maschilista). Problema: il personaggio di Borat e le sue fattezze sono ormai ben noti al grande pubblico (come lo stesso film fa notare), e dunque Sacha Baron Cohen deve ricorrere a ulteriori travestimenti per non farsi riconoscere, mandando avanti in qualche occasione la "figlia" a seminare scompiglio fra la gente. Inoltre, nella pellicola originale la continua presenza delle telecamere era giustificata perché si diceva che si stava girando un documentario per la tv kazaka, mentre stavolta è difficile considerare plausibile la ripresa delle scene (anche da più angolature). In alcuni casi (vedi l'episodio con Giuliani nella camera d'albergo) erano presenti telecamere nascoste o addirittura telefonini, ma in altri? Più schierato politicamente del precedente, il film fa complessivamente meno ridere, forse perché la spalla è meno indovinata ma soprattutto perché le reazioni della gente paiono più anestetizzate (se le provocazioni sono fin troppo scoperte, le idee assurde di Borat cadono nel vuoto o vengono addirittura condivise da chi gli sta di fronte), con un finale che – a parte il twist sull'origine del coronavirus, degno de "I soliti sospetti" – è all'insegna della mutata sensibilità sociale nell'epoca del #MeToo. Memorabili comunque alcune sequenze (la visita nella clinica antiabortista, la "danza della fertilità" al ballo delle debuttanti, l'irruzione al comizio di Pence con Borat travestito da Trump) e la descrizione – praticamente documentaristica – di certi ambienti della profonda provincia americana (come la "fiera" dei negazionisti del Covid). Fra le curiosità: scopriamo che il secondo nome di Borat è Margaret. A differenza del primo film, stavolta il titolo italiano è sgrammaticato come l'originale.

3 ottobre 2020

La vallée (Barbet Schroeder, 1972)

La vallée, aka Obscured by Clouds
di Barbet Schroeder – Francia 1972
con Bulle Ogier, Michael Gothard
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Interessata all'acquisto di piume di uccelli esotici, Viviane (Bulle Ogier), moglie di un diplomatico in vacanza in Nuova Guinea, si unisce alla spedizione di un gruppo di ragazzi francesi verso una valle misteriosa nel cuore dell'isola, situata fra montagne inaccessibili e in zone inesplorate e non segnate sulle mappe. Il secondo lungometraggio di Schroeder racconta di un viaggio verso l'ignoto che è contemporaneamente una ricerca della libertà e del cambiamento e un desiderio di tornare al "paradiso perduto". Già prima di partire la protagonista, ricca e annoiata borghese, si lascia attrarre dallo stile di vita libero e anticonformista dei suoi compagni di viaggio, che praticano l'amore libero e consumano droghe: e l'incontro con la natura e gli indigeni la portano lentamente a conoscere e ad esplorare sempre di più la parte più "naturale" e selvatica del mondo che la circonda e di sé stessa. La meta, come detto, è simbolicamente il "paradiso" (da cui provengono appunto gli uccelli del paradiso, il cui bellissimo piumaggio colorato è irresistibile fonte di desiderio), e il percorso per raggiungerlo – dapprima in jeep, poi a cavallo e infine a piedi, attraversando la giungla e inerpicandosi su montagne avvolte nella nebbia – è disseminato di insidie (quale il serpente, di cui inizialmente Viviane ha terrore ma con cui poi familiarizza). Ma attenzione: come Olivier (Michael Gothard), uno dei quattro compagni di Viviane, spiega a una protagonista che dopo essere stata accolta fra gli indigeni e invitata a partecipare alle loro cerimonie si illude di essere entrata a far parte della tribù, "il paradiso ha tante uscite ma nessun ingresso", e una volta persa l'innocenza è quasi impossibile ritrovarla: "dalla conoscenza non si torna indietro, e forse dovevamo fare il contrario di quello che abbiamo fatto, ovvero dare un altro morso alla mela". Gli aborigeni che appaiono sullo schermo appartenevano alla tribù Mapuga. Come il precedente "More", anche questo film ha una colonna sonora firmata appositamente dai Pink Floyd, che la pubblicarono nell'albo "Obscured by Clouds". Mai doppiata o distribuita in Italia, la pellicola è fortemente legata alla cultura hippie e anni '70. Ma per l'interessante stile quasi improvvisato e antropologico sembra anticipare certe cose di Peter Weir e Werner Herzog.

28 maggio 2020

Marrakech Express (G. Salvatores, 1989)

Marrakech Express
di Gabriele Salvatores – Italia 1989
con Fabrizio Bentivoglio, Diego Abatantuono
***

Rivisto in DVD.

Quando ricevono dal Marocco un'inattesa richiesta d'aiuto da parte di Rudy, l'amico di cui non avevano più notizie da dieci anni, quattro trentenni un tempo inseparabili ma che si sono ormai persi di vista – l'ingegnere Marco (Fabrizio Bentivoglio), il venditore d'auto usate Maurizio detto "Ponchia" (Diego Abatantuono), l'insegnante Paolino (Giuseppe Cederna) e il solitario Cedro (Gigio Alberti) – decidono di partire insieme in auto per Marrakech per portargli il denaro che ha richiesto. Il lungo viaggio farà tornare alla luce i rapporti, i rancori e le incomprensioni, ma anche le complicità, i giochi e soprattutto la nostalgia per un'epoca ormai finita ("Siamo una tribù in via di estinzione, gli ultimi che avranno i ricordi in bianco e nero"). Vero e proprio cult movie generazionale, forse debitore in parte a "Il grande freddo" e a "Fandango", il terzo film di Gabriele Salvatores è il primo della cosiddetta "trilogia della fuga" (seguiranno "Turné" e "Mediterraneo"), nella quale il regista esplicita la sua miglior vena comico-indulgente e, insieme con i suoi sceneggiatori (qui Umberto Contarello, Carlo Mazzacurati ed Enzo Monteleone), guarda al passato e ai ricordi di quando, con gli amici, si facevano spensierati viaggi in giro per l'Europa e per il mondo, all'insegna della gioventù e dell'incoscienza (farsi le canne sul traghetto, rubare cibo al supermercato, dormire sotto le stelle...) prima che gli impegni e i doveri della vita adulta ci cambiassero profondamente e soffocassero la voglia di libertà. Leggero e ingenuo, riesce a risultare comunque risonante e gradevole, grazie al fascino apportato dai temi del viaggio (che, come sempre, è anche e soprattutto alla (ri)scoperta di sé) e dell'amicizia, ma pure a una colonna sonora che comprende brani vintage ("L'anno che verrà" di Lucio Dalla, "La leva calcistica del '68" di Francesco De Gregori, quest'ultima usata nella scena più celebre della pellicola, quella della partita nel deserto contro i marocchini che sarà poi citata da Aldo, Giovanni e Giacomo in "Tre uomini e una gamba"). Fra i tanti momenti memorabili, la sosta presso il villaggio western in Spagna, la visita dal dentista tedesco a Marrakech, il tatuaggio al bagno turco, l'attraversamento del deserto in bicicletta, prima che la pellicola si perda un po' nel finale: come in molti viaggi, quando si arriva alla meta tutto sembra di colpo meno interessante. Ottimi gli attori, che torneranno quasi tutti nei film seguenti del regista: a spiccare sono in particolare Cederna (nei panni del timido Paolino) e Abatantuono (Ponchia), che dopo "Regalo di Natale" prosegue a staccarsi dalla figura del "terrunciello" che lo aveva reso celebre, dimostrandosi interprete a tutto tondo. Ugo Conti è l'omosessuale Salvatore, che aiuta i nostri amici in Marocco. Massimo Venturiello è Rudy, mentre Cristina Marsillach è Teresa, la ragazza spagnola che questi manda dagli amici. Insieme ai lavori successivi avrebbe potuto forse rinnovare la stagione della commedia all'italiana: ma il filone inevitabilmente si estinguerà da solo in poco tempo, e lo stesso Salvatores cercherà altre strade.

11 marzo 2020

Le straordinarie avventure di Mr. West... (Lev Kuleshov, 1924)

Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi
(Neobychainye priklyucheniya mistera Vesta v strane bolshevikov)
di Lev Kuleshov – URSS 1924
con Porfiri Podobed, Vsevolod Pudovkin
**1/2

Visto su YouTube.

In viaggio in Unione Sovietica per conto della YMCA (la Young Men’s Christian Association, non ancora resa celebre per altri motivi dai Village People!), il ricco americano Mr. West (Porfiri Podobed) si porta come guardia del corpo il cowboy Jed (Boris Barnet) affinché lo protegga dai "terribili bolscevichi", che i giornali di New York dipingono come barbari assetati di sangue. Ma questo non gli impedirà di finire nelle grinfie di una banda di criminali, guidata dallo scaltro Shban (Vsevolod Pudovkin), che sfruttando la sua ingenuità lo circuirà e fomenterà le sue paure pur di spillargli dollari su dollari. A salvarlo, oltre al fido Jeddie e all'americana Elly (Vera Lopatina), saranno proprio i poliziotti russi. E quando vedrà le meraviglie del comunismo e assisterà a una parata militare dei "veri bolscevichi", cambierà finalmente idea sul loro conto (telegrafando alla moglie, rimasta in America, e chiedendole di appendere un ritratto di Lenin nello studio!). Pellicola dai toni semi-comici che ironizza sugli stereotipi con cui gli americani e l'occidente intero (il nome del protagonista, West, è significativo) guardavano alla Russia post-rivoluzionaria. A parte il finale smaccatamente propagandistico (in un'inquadratura, durante la parata, compare Trotsky!), lo stile è da commedia e parodizza con sarcasmo le paure, le diffidenze e le percezioni errate dell'ingenuo yankee e del suo cowboy, senza tralasciare gli aspetti negativi della banda di criminali russi, fra i quali, oltre a Pudovkin (allievo di Kuleshov e in procinto di diventare regista a sua volta), spicca la buffa e seducente "Contessa" interpretata da Aleksandra Khokhlova, moglie del regista, senza dimenticare il "Dandy" (Leonid Obolensky) e l'uomo con la benda sull'occhio (Sergei Komarov). Quanto a West, con gli occhiali rotondi ricorda il classico personaggio comico di Harold Lloyd. Movimentato e rocambolesco (da segnalare l'inseguimento che vede protagonista Jed, in slitta, e la polizia russa), il film ha oggi dunque un interesse storico e politico che va anche al di là dei suoi meriti cinematografici, comunque di buon livello (Kuleshov è stato un pioniere e il primo teorico della scuola sovietica del montaggio). Curiosamente, potrebbe aver ispirato la prima avventura a fumetti del Tintin di Hergé, pubblicata nel 1929 e intitolata appunto "Tintin nel paese dei soviet".