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21 agosto 2023

Vampires (John Carpenter, 1998)

Vampires (John Carpenter's Vampires)
di John Carpenter – USA 1998
con James Woods, Daniel Baldwin
**1/2

Rivisto in TV (Sky Cinema).

Il rude Jack Crow (James Woods) è a capo di un gruppo di cacciatori di vampiri che, finanziati dal Vaticano, hanno l'incarico di rintracciare ed eliminare i succhiasangue nel sud-ovest americano. Ma dopo che la loro intera squadra è stata sterminata da Valek, un "maestro" particolarmente duro a morire, Jack e il fido Montoya (Daniel Baldwin) si ritroveranno ad affrontarlo con il solo aiuto di un giovane prete inesperto (Tim Guinee) e di una prostituta morsa dal mostro (Sheryl Lee). Un film di vampiri diretto da John Carpenter? Non poteva che essere tamarro al 100%. Per cominciare, si smonta il mito dei vampiri "romantici" che in quegli anni era tornato in auge grazie a pellicole come il "Dracula" di Coppola (1992) e "Intervista col vampiro" (1994): per usare le parole di Jack, i vampiri "non assomigliano affatto a un branco di transessuali che se ne vanno in giro in abito da sera a tentare di rimorchiare tutti quelli che incontrano, con un falso accento europeo". E anche i cacciatori sono canaglie, brutti, sporchi e cattivi, che dicono parolacce e volgarità assortite, bevono, vanno a puttane e picchiano i preti (!). L'ambientazione, poi, è quanto di più distante dagli scenari urbani tipici del genere: siamo nel Nuovo Messico, fra deserti e missioni spagnole abbandonate, più adatta a un film western che dell'orrore. Il film stesso è girato come un western alla Peckinpah, con un'atmosfera polverosa e piena di stile cui contribuiscono anche la colonna sonora (dello stesso Carpenter, come al solito) e la fotografia crepuscolare (di Gary B. Kibbe). Il divertimento non manca, e il gore nemmeno, anche se nella parte centrale la pellicola si trascina un po' stancamente. Ma il regista sa tenere desta l'attenzione dello spettatore anche con pochi mezzi (la pellicola è evidentemente girata al risparmio) e sa creare un "mondo" con le sue regole (che i cacciatori citano in continuazione) e la sua coerenza interna. Nel cast anche Maximilian Schell (il cardinale).

12 luglio 2023

Io confesso (Alfred Hitchcock, 1953)

Io confesso (I Confess)
di Alfred Hitchcock – USA 1953
con Montgomery Clift, Anne Baxter
**

Visto in TV (Sky Cinema).

Il profugo tedesco Otto Keller (Otto Eduard Hasse) confessa in chiesa a padre Michael Logan (Montgomery Clift), giovane prete cattolico, di aver appena ucciso un uomo in un tentativo di rapina. Non potendo rivelare ciò che gli è stato detto nel segreto del confessionale, Michael non può scagionarsi quando lui stesso viene sospettato dall'ispettore Larrue (Karl Malden) di essere l'autore del delitto... Da un dramma teatrale francese ("Nos deux consciences" di Paul Anthelme), che Hitchcock aveva visto da ragazzo e di cui sposta l'ambientazione a Québec, in Canada, un noir dallo spunto accattivante ma che si dipana poi in maniera schematica. Riguardo agli aspetti gialli o polizieschi, sappiamo già tutto sin dall'inizio: sono i dilemmi morali a far avanzare la storia, e questi si complicano quando l'ispettore si convince che il movente di padre Logan risieda nella sua passata relazione con Ruth (Anne Baxter), moglie di un abbiente avvocato (Roger Dann), che era ricattata dall'uomo ucciso. Buona la costruzione della tensione (anche se il pubblico americano, essendo protestante e non cattolico, fece fatica a comprendere il motivo per cui il protagonista scegliesse volontariamente di non scagionarsi), meno convincente la sceneggiatura, soprattutto nella caratterizzazione un po' ballerina dei personaggi. Deludente anche la risoluzione finale, che giunge in maniera casuale ed è alquanto semplificata e annacquata rispetto al dramma originale. Il cameo di sir Alfred è subito all'inizio, nella prima scena dopo i titoli di testa. Bella la colonna sonora sinfonica di Dimitri Tiomkin, che in certi passaggi ingloba il tema del "Dies irae".

13 gennaio 2023

L'uomo dalla croce (R. Rossellini, 1943)

L'uomo dalla croce
di Roberto Rossellini – Italia 1943
con Alberto Tavazzi, Roswita Schmidt
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

In Ucraina, nell'estate del 1942, fra le truppe italiane impegnate sul fronte russo della seconda guerra mondiale c'è anche un cappellano militare (Alberto Tavazzi) che reca conforto non solo ai propri commilitoni feriti, ma anche alla popolazione civile (aiutando una donna a partorire) e persino ai soldati nemici. La terza pellicola della cosiddetta "trilogia della guerra fascista" di Rossellini, dopo i precedenti "La nave bianca" (1941) e "Un pilota ritorna" (1942), è un film di propaganda pieno di retorica umanista e religiosa ("Il trionfo del bene contro il male", recitava la frase di lancio), prima ancora che bellica e patriottica. Certo, i soldati italiani sono ritratti come disciplinati, organizzati ed efficienti, mentre i sovietici sono malridotti, codardi e infidi. Ma il cuore della storia, più che nelle vicende della guerra, si concentra in quelle spirituali. La didascalia finale dedica il film «alla memoria dei cappellani militari caduti nella crociata contro i "senza dio"», e infatti la sceneggiatura (da un soggetto del giornalista fascista Asvero Gravelli) sottolinea a più riprese il disprezzo dei militari bolscevichi verso le "superstizioni cristiane", mentre naturalmente i poveri abitanti dei villaggi (essenzialmente donne e bambini) accolgono con favore la parola biblica portata dal protagonista. Buone, in ogni caso, le scene di battaglia, realizzate con discreto dispiego di mezzi (anche molti carri armati). Fra i pochi personaggi degni di nota di un film che, protagonista a parte (ispirato alla figura reale di padre Reginaldo Giuliani, cappellano fascista morto nel 1936 durante la guerra d'Etiopia), è perlopiù corale, ci sono il russo Sergej (Antonio Marietti) e la sua compagna Irina (Roswita Schmidt), in particolare quest'ultima, miliziana indottrinata e ostile all'occidente, ma che di fronte alla morte rivela il proprio passato tragico e accetta il conforto portatogli dal cappellano. Quanto ai soldati italiani, come nei film precedenti sono ritratti come un miscuglio di giovani di varia provenienza ed estrazione sociale, attraverso l'uso di dialetti. Gli attori sono in gran parte non professionisti. Musiche di Renzo Rossellini.

14 luglio 2021

Calvario (John Michael McDonagh, 2014)

Calvario (Calvary)
di John Michael McDonagh – Irlanda 2014
con Brendan Gleeson, Kelly Reilly
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Padre James (Gleeson), prete in una cittadina costiera in Irlanda, è un brav'uomo e un ottimo conoscitore della natura umana, nonostante (o forse proprio per) il suo passato da laico (ha anche una figlia) e da alcolizzato. Per questo, quando nel segreto del confessionale riceve la notizia che uno dei suoi fedeli – lui sa di chi si tratta, noi spettatori no – intende ucciderlo la domenica successiva, come punizione per i peccati della Chiesa e dei “preti cattivi” che avevano abusato di lui da piccolo, non si scompone più di tanto. Trascorrerà la settimana seguente, forse l'ultima della sua vita, continuando a svolgere i propri compiti, facendo visita ai parrocchiani (ciascuno con i propri problemi, e fra i quali non mancano personalità decisamente eccentriche), riallacciando i rapporti con la problematica figlia che è giunta da trovarlo da Dublino, e naturalmente riflettendo sulla morte (complice anche un'estrema unzione), sui peccati, ma anche sulle virtù. Proprio come il “calvario” evocato dal titolo, l'attesa si carica di dolore e sofferenza man mano che ci si avvicina alla meta finale (la sua chiesa viene bruciata, il cane viene ucciso). E anche se lui personalmente non è colpevole, accetta in qualche modo il suo ruolo di capro espiatorio, consapevole e volontario ma non vittimistico, andando incontro a un sacrificio quasi inevitabile per espiare i peccati altrui. Insolita e originale riflessione sul tema della pedofilia nella Chiesa cattolica, anche se questo viene affrontato solo tangenzialmente. Il vero argomento è, appunto, quello del sacrificio: e nonostante il sottotesto religioso e potenzialmente astratto, il film si rivela incredibilmente umano e per nulla trascendente (si parla molto di uomini e in fondo poco di Dio), riuscendo a stemperare in toni persino leggeri quella che in mani diverse sarebbe stata una storia assai “pesante” e retorica. Merito di un eccezionale protagonista (il sempre ottimo Gleeson: ma anche i numerosi comprimari sono da elogiare), di una regia competente e misurata e di una fotografia dai colori caldi che rende giustizia tanto ai personaggi quanto ai sublimi paesaggi della costa e della natura irlandese (cui, forse non a caso, è dedicata un'ultima fugace immagine celata fra i titoli di coda). Il vasto cast di contorno attorno a Gleeson (che per McDonagh, qui al secondo lavoro, aveva già recitato in “Un poliziotto da happy hour”, altro ottimo film purtroppo rovinato dallo stupido titolo italiano) comprende Kelly Reilly (la figlia Fiona), Chris O'Dowd, Aidan Gillen, Dylan Moran, Isaach de Bankolé, M. Emmet Walsh, Orla O'Rourke, Marie-Josée Croze, David Wilmot e Domhnall Gleeson.

31 agosto 2020

The new pope (Paolo Sorrentino, 2020)

The New Pope
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Spagna/USA 2020
con John Malkovich, Jude Law, Silvio Orlando
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Sequel (in nove episodi) di "The young pope", la serie tv che Sorrentino aveva realizzato nel 2016, in cui il regista prosegue a raccontare le vicende di un Vaticano immaginario e controverso, all'insegna di intrighi e lotte di potere, con un'estetica pop, un ritmo dilatato, vaghi riferimenti all'attualità e ammiccamenti erotici. La chiesa cattolica è sotto assedio, dovendo fronteggiare da un lato gli scandali sessuali del clero e dall'altro l'insorgere del terrorismo islamico. E Lenny Berardo (Jude Law) – ovvero Pio XIII, "il papa giovane" – è caduto in coma, senza che i medici gli diano alcuna possibilità di risvegliarsi, il che non impedisce la nascita di culti che lo idolatrano come un santo. I cardinali decidono allora di eleggere un nuovo pontefice, una figura debole che possa essere manipolata facilmente. La scelta ricade dapprima su Tommaso Viglietti (Marcello Romolo), l'ex confessore già visto nella serie precedente, che sale al trono pontificio con il nome di Francesco II e che, come il santo cui si ispira, predica la rinuncia ai beni materiali e apre il Vaticano ai poveri e agli immigrati, sconvolgendo equilibri millenari e spaventando un po' tutti. Naturalmente avrà vita breve, in tutti i sensi (con evidenti rimandi al caso di Giovanni Paolo I, morto misteriosamente anch'egli a un solo mese dal conclave). Tocca allora a una figura più neutra, il cardinale inglese sir John Brannox (John Malkovich), teorico della "via media" ma anche snob e carismatico, che viene convinto ad abbandonare la ricca tenuta di famiglia per trasferirsi a Roma. Nonostante la personalità eccentrica, Brannox – divenuto papa con il nome di Giovanni Paolo III – si rivela però fragile e con alcune ombre nel suo passato, tanto da essere ricattato dalla "triade malefica" composta dal corrotto cardinale Spalletta (Massimo Ghini), dal ministro dell'economia italiano e dal faccendiere Thomas Altbruck, perverso marito dell'addetta al marketing Sofia Dubois (Cécile de France). I tre riescono anche ad allontanare il segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), sostituendolo con l'inetto Assente (Maurizio Lombardi). Ma l'inaspettato risveglio di Pio XIII (che dopo essere apparso occasionalmente come fantasma o testimone nei primi sei episodi della serie, negli ultimi tre si riappropria del ruolo di protagonista e persino della sigla di apertura), e i suoi consueti "miracoli", rimetteranno le cose a posto. Più complessa della stagione precedente, ma anche meno focalizzata e con numerose deviazioni narrative (abbastanza superflua, per esempio, l'intera sottotrama di Esther (Ludivine Sagnier) con le sue peripezie da "santa e puttana"), la nuova serie sembra più improvvisata, pur con occasionali ma estemporanei riferimenti alla realtà (la coesistenza di due papi ricorda ovviamente l'attuale situazione con Ratzinger e Bergoglio).

A un Pio XIII sempre più "santo", il cui respiro viene trasmesso in diretta dalla radio 24 ore su 24 e davanti alle cui stanze a Venezia, dove è ricoverato, si radunano fedeli e fanatici che lo venerano (ma "Io non faccio miracoli, io mi trovo semplicemente al centro delle coincidenze", dirà), si contrappone un Giovanni Paolo III ben più umano e fragile, vanitoso, tossicodipendente, con scheletri nell'armadio e traumi familiari alle spalle (la morte del fratello gemello, il "predestinato" al quale si è di fatto sostituito), una gioventù punk e un amore per il cinema e la ribellione che lo porta a voler incontrare nelle udienze papali personaggi del calibro di Marilyn Manson e Sharon Stone (che interpretano sé stessi in brevi ma impagabili sequenze). In fondo non adatto alla vita da pontefice, Brannox lascerà il posto a Belardo per ritornare nella villa di famiglia in compagnia di Sofia, con cui era scattata un'intesa a prima vista (quando lei gli aveva detto, metacinematograficamente: "Lei mi ricorda il mio attore preferito, John Malkovich"). Il cast è ricchissimo, con numerosi personaggi importanti per la trama: alcuni già visti nella serie precedente – come Javier Cámara (il cardinale Gutierrez) – e altri nuovi, come Mark Ivanir (l'enigmatico Bauer), J. David Hinze (l'inquietante Essence), Kika Georgiou (la leader dei seguaci del culto di Pio XIII), Antonio Petrocelli (Don Luigi Cavallo, ambiguo braccio destro di Voiello), Nora von Waldstätten (la combattiva suor Lisette). Silvio Orlando si sdoppia recitando anche la parte del proprio rivale in conclave, Hernandez (identico a lui tranne che per l'assenza di un neo sulla guancia e per la montatura degli occhiali). I temi spaziano ad ampio raggio, contaminando le questioni religiose con quelle politiche, i dilemmi esistenziali con le derive fondamentaliste, riflessioni sull'amore (da molteplici punti di vista) e sulla trascendenza. Molte anche le sottotrame minori, troppe per citarle qui, che rendono forse la serie eccessivamente dispersiva, anche se contribuiscono a un suo certo fascino. Peccato che molto risulti appunto estemporaneo, dando l'impressione che Sorrentino navigasse a vista, seguendo magari il proprio senso estetico e visivo ma senza una direzione narrativa ben precisa. Fra gli ammiccamenti erotici succitati (residui forse del lavoro precedente del regista, quel "Loro" ispirato alla vita di Silvio Berlusconi) spiccano le sequenze di apertura degli episodi 1-6, con le suore di clausura del convento di Santa Teresa (che organizzano uno sciopero per rivendicare i propri diritti) in versione cubiste, che ballano in camicia da notte davanti a una croce al neon. Fotografia di Luca Bigazzi e colonna sonora di Lele Marchitelli, usuali collaboratori di Sorrentino. Il regista ha ventilato la possibilità di una terza serie, per la quale avrebbe "un'idea folle", anche se è difficile immaginare un seguito dopo una conclusione che in un certo senso ha messo tutte le carte a posto.

30 giugno 2020

Il cattivo tenente (Abel Ferrara, 1992)

Il cattivo tenente (Bad Lieutenant)
di Abel Ferrara – USA 1992
con Harvey Keitel, Frankie Thorn
***1/2

Rivisto in TV.

Un tenente di polizia newyorkese (il personaggio non ha nome), dedito a vizi e depravazioni di ogni tipo – dall'alcol alle droghe e al sesso – e abituato ad agire fuori dalle regole e ad abusare del proprio potere, si ritrova emotivamente coinvolto dall'indagine su un violento stupro subito da una suora. Questa, infatti, intende perdonare i propri aguzzini. E il tenente, che nel frattempo è posto sotto pressione per via di alcuni crescenti debiti di gioco (il film si dipana durante una serie di playoff di baseball fra i New York Mets e i Los Angeles Dodgers, con i primi – sui quali ha scommesso il protagonista – che "bruciano" un vantaggio di tre incontri a zero, facendosi clamorosamente rimontare), ne rimane a tal punto colpito e ossessionato da decidere di espiare a sua volta i propri peccati. Forse il capolavoro di Abel Ferrara, scritto insieme alla modella e attrice Zoë Lund (che appare in una piccola parte) e ad Edouard de Laurot, non accreditato: un viaggio negli inferi di un "peccatore" che compie una sorta di via crucis in cerca di una redenzione impossibile. Temi e metafore religiose, come si vede, si sprecano: l'ambiente, dopo tutto, è quello delle comunità cattoliche italo-americane, lo stesso visto nei primi film di Scorsese, come "Chi sta bussando alla mia porta" e "Mean Streets" (non a caso entrambi questi titoli vedevano come protagonista Keitel, che funge dunque da filo conduttore). Linguaggio e situazioni forti, nudi integrali, abuso di droga e visioni mistiche (un Cristo che scende dalla croce) completano il tutto per dare vita a una pellicola potente e indimenticabile, a tratti un vero pugno nello stomaco. Il film di Werner Herzog del 2009, "Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans", nonostante il titolo, non ha nulla a che fare con questo (se non per la presenza di un protagonista simile).

19 febbraio 2020

I due papi (Fernando Meirelles, 2019)

I due papi (The two popes)
di Fernando Meirelles – USA/GB/Italia/Argentina 2019
con Jonathan Pryce, Anthony Hopkins
**1/2

Visto in TV.

Nel 2012, frustrato dall'incapacità della chiesa cattolica di rinnovarsi in un mondo che cambia e in un momento critico funestato da scandali e da perdita di consensi, il cardinale argentino Jorge Bergoglio invia le proprie dimissioni a Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI. Ma questi, anziché accettarle, lo invita a Roma per una lunga conversazione a porte chiuse, nella residenza estiva di Castel Gandolfo, durante la quale gli rivela in anteprima l'intenzione di lasciare a sua volta il trono pontificio. E gli chiede di rimanere cardinale, visto che in prospettiva proprio lui potrebbe essere eletto nuovo papa e intraprendere finalmente le riforme che ritiene necessarie: cosa in effetti avverrà, quando salirà al soglio in Vaticano con il nome di papa Francesco. Da un'opera teatrale di Anthony McCarten, un insolito biopic che immagina l'amicizia "dietro le quinte" fra due papi – l'attuale e il precedente – diversissimi fra loro sotto ogni profilo (da notare che è anche la prima volta da seicento anni che due pontefici coesistono simultaneamente). Due attori straordinari e decisamente in parte, entrambi candidati all'Oscar (Pryce come protagonista, Hopkins come non protagonista), danno vita a personaggi ritratti nella loro intimità, lontano dalle cerimonie, dai riti e dai fasti delle apparizioni in pubblico. Ne risulta un film simpatico e gradevole, ma forse troppo innocuo e leggero, oltre che lievemente agiografico e compiacente. C'è senza dubbio qualche libertà nella caratterizzazione, e i dialoghi semplificano un po' troppo le questioni religiose, politiche e sociali nonché i loro contrasti: anche se si confrontano ripetutamente sulle rispettive visioni del mondo e della chiesa, il film preferisce mostrarci il loro volto umano e quotidiano, mentre mangiano la pizza, canticchiano, fischiettano o danzano, guardano la televisione o si raccontano barzellette, ma anche i rimpianti per il passato, i sensi di colpa e il peso della solitudine. Bergoglio non si perdona il ruolo durante la dittatura militare in Argentina, quando non ha saputo alzare la voce contro la giunta preferendo collaborare con essa per salvare più vite possibile, mentre Ratzinger confessa di attraversare una crisi personale e spirituale, e di non sentire più la voce di Dio come un tempo. E sembra quasi paradossale che proprio uno dei papi considerati più conservatori, tradizionalisti e dogmatici abbia preso una decisione così "rivoluzionaria" come quella di rinunciare al proprio incarico. "La verità può essere vitale, ma senza l'amore e insostenibile": sembra una frase di Bergoglio, ma in realtà l'ha scritta Ratzinger. E dopo averci mostrato il nuovo papa viaggiare per il mondo e immergersi fra i poveri, i rifugiati e gli immigrati, il film si conclude con i due "amici" che assistono insieme (sui titoli di coda) alla finale dei mondiali di calcio del 2016, Germania-Argentina appunto. Juan Minujín è Jorge Bergoglio da giovane, in una serie di flashback (particolarmente intensi quelli ambientati durante la dittatura militare).

29 ottobre 2019

Grazie a Dio (François Ozon, 2019)

Grazie a Dio (Grâce à Dieu)
di François Ozon – Francia 2019
con Melvil Poupaud, Denis Ménochet, Swann Arlaud
***

Visto al cinema Anteo.

A parecchi anni di distanza, alcune vittime (ora uomini adulti) di un prete pedofilo che li molestava da bambini, in parrocchia o nel campo scout, trovano il coraggio di parlarne e la forza di denunciare l'accaduto. Il film è ispirato ad eventi reali (il caso di Bernard Preynat), si svolge a Lione (e dintorni) e si dipana quasi come un documentario, girato da Ozon in modo sobrio e senza fronzoli, seguendo in particolare (come se fosse diviso in tre sezioni) tre personaggi principali. Si comincia con Alexandre (Melvil Poupaud), quarantenne cattolico con famiglia e ben inserito in società, che quando viene a sapere che il sacerdote, padre Preynat (Bernard Verley), è stato riassegnato alla sua diocesi, chiede un incontro con lui nella speranza che questi gli domandi perdono. E quando ciò non accade, inizia a interpellare i suoi superiori ecclesiastici per scoprire se il sacerdote (reo confesso) sarà punito, sbattendo contro un muro di protezione e di omertà, che lo spingerà a sporgere denuncia. François (Denis Ménochet), in seguito agli abusi, è invece diventato ateo ed è ben più combattivo e ostile verso la chiesa: organizzerà un'associazione per riunire più vittime possibile e portare il caso all'attenzione mediatica. Emmanuel (Swann Arlaud), infine, è quello che più di altri ha avuto la vita rovinata dall'accaduto: non solo ha problemi di natura sociale e di salute (soffre di epilessia), ma ha visto compromesso il rapporto con il padre (e in generale con le figure di autorità) e con la compagna. La pellicola dedica molta attenzione non soltanto a questi personaggi (tutta la storia è raccontata dal punto di vista delle vittime, con occasionali flashback e ricordi di quando erano bambini) ma anche a coloro che stanno loro attorno: amici, compagni e familiari, a partire dai genitori, molti dei quali sapevano ma non hanno agito fino in fondo per il timore delle conseguenze o perché immersi in una cultura che suggeriva di mettere a tacere le cose (magari limitandosi a una preghiera). Eppure anche per alcune di queste mamme (e papà) la situazione e difficile, e molte di loro, spinte anche dai sensi di colpa, sostengono apertamente i figli nella ricerca di giustizia, o anche solo nel tentativo di curare finalmente le ferite psichiche rimaste aperte troppo a lungo. "Grazie a Dio, tutti questi fatti sono prescritti" è invece il cinico commento del cardinale Barbarin, il capo della diocesi, di fronte all'effetto valanga delle tante denunce. Il film è forse un po' lungo, ma molto coinvolgente nel suo modo di raccontare i fatti (a tratti utilizzando lettere e documenti come un romanzo epistolare) e assai equilibrato, privo di retorica e di sensazionalismo (cosa decisamente apprezzabile, visto l'argomento). Nel cast anche Éric Caravaca, Aurélia Petit e Josiane Balasko. Gran premio della giuria al festival di Berlino.

27 luglio 2019

Il club (Pablo Larrain, 2015)

Il club (El club)
di Pablo Larraín – Cile 2015
con Alfredo Castro, Antonia Zegers
***

Visto in divx.

In una casa sulla costa, nel sud del Cile, quattro preti allontanati dalle loro parrocchie perché colpevoli di vari crimini (pedofilia, omosessualità o connivenza con la dittatura) conducono una vita riservata e da reclusi in compagnia di una suora sorvegliante (Antonia Zegers). In teoria dovrebbero trascorrere il tempo in preghiera e penitenza, ma in realtà si dedicano soprattutto ad addestrare un levriero per farlo competere nelle corse dei cani e guadagnare soldi con le scommesse. Sotto un'atmosfera grigia e plumbea, le cose peggiorano dapprima quando l'ingresso di un quinto prete trascina con sé anche un uomo – il suo ex chierichetto, diventato ora un folle barbone (Roberto Farías) – che lo accusa di aver abusato di lui; e poi precipitano con l'arrivo di un "consulente spirituale", padre Garcia (Marcelo Alonso), che vorrebbe instaurare regole più rigide e magari chiudere addirittura la casa... Larraín parla di chiesa e di pedofilia, è vero, ma tra le righe si riferisce soprattutto alla dittatura cilena (e alla successiva resa dei conti): non solo perché uno dei sacerdoti è stato un cappellano militare, che come confessore conosce (e serba per sé) tanti segreti dei torturatori, ma perché l'intera vicenda è una metafora su vittime e carnefici, su chi è colpevole (ma non prova sensi di colpa, anzi preferirebbe dimenticare tutto e trascorrere una vecchiaia tranquilla) e su chi non può far a meno di ricordare, o gridare al mondo, quello che gli è successo. Cupo e d'atmosfera, il film non banalizza l'argomento, mostrandone invece tante sfaccettature senza retorica o qualunquismo: parla di sofferenza, dolore, morte, violenza, sopraffazione, controllo dei propri istinti, espiazione, vendetta e follia, lasciando che i punti di vista di ciascuno vengano alla luce e illustrando le turbe psichiche di vittime e carnefici, prigionieri in fondo gli uni degli altri e legati indissolubilmente fra loro. Fra i quattro sacerdoti spicca Alfredo Castro (intenso come sempre) nei panni di padre Vidal. Gran premio della giuria al Festival di Berlino.

21 maggio 2019

Ida (Paweł Pawlikowski, 2013)

Ida (id.)
di Paweł Pawlikowski – Polonia/GB/Fra/Dan 2013
con Agata Trzebuchowska, Agata Kulesza
***1/2

Visto in divx alla Fogona.

Polonia, anni sessanta. Pochi giorni prima di prendere i voti, la giovane novizia Anna esce per la prima volta dal convento per trascorrere qualche giorno con l'unica parente che le è rimasta: la zia Wanda, giudice comunista che vive a Varsavia. Inizialmente la donna (che appare fredda, ostile, disillusa, nonché dedita ai vizi e alla vita mondana) sembra volerla respingere. Ma poi le rivela la verità su di lei: il suo vero nome è Ida, la sua famiglia era ebrea e i suoi genitori sono stati uccisi durante la guerra. Insieme, le due partono per il villaggio dove vivevano, per scoprire come sono morti (denunciati da un vicino che si è poi impadronito della loro casa) e dove sono stati sepolti. Il doloroso viaggio, oltre ad avvicinarle, cambierà profondamente entrambe le donne. Con stile solenne ed essenziale, come un film di Bresson (è girato in bianco nero e in 4:3) o magari – vista la breve durata: un'ora e venti scarsa – un episodio del “Decalogo” del connazionale Kieslowski, Pawlikowski firma forse il suo capolavoro: un film che affronta la delicata questione della complicità dei civili polacchi nelle atrocità naziste durante la guerra, ma non solo. Formalmente elegante, intenso e toccante, nella sua semplicità affronta temi esistenziali (da diversi punti di vista) e il modo di reagire ai dolori della vita, ritirandosi da essa o tuffandocisi completamente, accettando le cose con consapevolezza e serenità oppure rifiutandole con rabbia e furore. La musica, quasi tutta diegetica, spazia dalla classica (la sinfonia “Jupiter” di Mozart, che Wanda ascolta ripetutamente) alle canzonette (fra cui “24 mila baci” e “Guarda che luna”), fino al jazz di John Coltrane suonato dal giovane sassofonista con cui Ida decide di “sperimentare” un po' di quella vita cui dovrà poi rinunciare diventando suora, accettando il consiglio di Wanda secondo cui bisogna conoscere quello che si sceglie di abbandonare, altrimenti il sacrificio non ha alcun valore. Sulle scene finali del suo ritorno in convento, si ode invece una versione per piano della cantata di Bach “Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ”. È il primo film ambientato in patria di Pawlikowski, che in precedenza aveva lavorato per lo più in Gran Bretagna (dove è cresciuto). Premio Oscar per il miglior film straniero.

30 agosto 2018

The young pope (Paolo Sorrentino, 2016)

The Young Pope
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Spagna 2016
con Jude Law, Silvio Orlando
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Miniserie televisiva in 10 episodi di circa un'ora ciascuno, ideata, scritta e realizzata da Sorrentino (alla prima esperienza in questo campo) con una produzione e un cast internazionale. Visto l'ottimo riscontro di pubblico e di critica, è già in cantiere un sequel, che si intitolerà "The new pope". La storia racconta il pontificato (immaginario) di Pio XIII, al secolo Lenny Belardo (Jude Law), americano quarantasettenne che viene eletto a sorpresa dal conclave riunito in Vaticano. I cardinali, guidati dal potente segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando, ispirato alla figura di Tarcisio Bertone), lo scelgono nella speranza di poterlo manipolare a proprio piacimento, contando sulla sua inesperienza e sulla giovane età. Ma Lenny si rivela subito indipendente, irriverente, ambizioso e soprattutto imprevedibile. Se da un lato il suo pontificato è conservatore (anzi, reazionario) e all'insegna dell'intransigenza (con chiusura estrema verso il dialogo politico o l'omosessualità nel clero, e con l'intenzione di restaurare l'antico potere della Chiesa), dall'altro l'atteggiamento del nuovo papa è diverso da tutti quelli che l'hanno preceduto: rifiutando di apparire in pubblico (per essere "invisibile e irraggiungibile come una rock star") o di mostrarsi conciliante verso i credenti (al punto da rendersi controverso e impopolare), si aliena magari alcune simpatie ma costruisce attorno a sé un'aura di mistero che ne accresce a dismisura la fama. E soprattutto, conquista pian piano la fiducia e l'ammirazione di coloro che gli stanno attorno (a cominciare da Voiello) e che non esitano a considerarlo un santo, anche perchè in effetti sembra avere un rapporto privilegiato con Dio (che esaudisce, in alcune occasioni, le sue preghiere). Con una strizzatina d'occhio a Fellini (situazioni e momenti surreali, come la presenza del canguro nei giardini del vaticano, ricordano comunque scene già viste ne "La grande bellezza") e un'altra a Nanni Moretti (alcune sequenze, come le suore che giocano a calcio, sembrano uscire da "Habemus papam"), Sorrentino porta avanti con amore le vicissitudini del suo personaggio, insistendo sui suoi pregi e i suoi tanti difetti (è egocentrico, megalomane, sociopatico, vendicativo, scostante, arrogante, borderline), dapprima in un'atmosfera di complotti e intrighi (Voiello pensa di poterlo ricattare) e poi analizzando man mano le motivazioni del suo comportamento.

Tutto risale alla sua infanzia ("I preti non possono diventare padri perché devono rimanere bambini"), al fatto di essere stato abbandonato dai suoi genitori, che quando aveva sette anni lo lasciarono nell'orfanotrofio di Suor Mary (Diane Keaton). E il desiderio di ritrovarli, questi genitori che compaiono di frequente nei suoi sogni, è il motore di tutte le sue azioni. Provocatorio, onirico, filosofico, tutt'altro che canonico dal punto di vista religioso (si solleva il dubbio che Lenny in realtà non creda veramente in Dio: ma in generale gli aspetti metafisici e spirituali restano sullo sfondo), il serial è diretto con maestria ed eleganza (belle e affascinanti le immagini dei corridoi, delle lussuose stanze e dei giardini del Vaticano, ricolme di opere d'arte, molte delle quali fanno mostra di sé nella sigla d'apertura), anche se il formato della serie televisiva porta inevitabilmente con sé alcuni difetti congeniti: la vicenda risulta troppo "spalmata", con sottotrame e personaggi minori che distraggono o divagano troppo (così come le "trasferte" in Africa e negli Stati Uniti in un paio di episodi). Apprezzabili comunque i riferimenti alla realtà: oltre alla facile identificazione di alcuni personaggi con controparti reali, si sfiorano – attraverso il meccanismo della provocazione per eccesso – molti temi legati al clero, alla religione e alla società ai giorni nostri. E il cast è sicuramente ottimo: al trio Law (un giovane papa fumatore ed edonista, "più bello di Gesù"), Orlando (un cardinale intrigante e tifoso del Napoli), Keaton (una suora-consigliera e surrogato della figura materna), si affiancano James Cromwell (il cardinale Spencer, mentore di Larry, che nutre rancore nei suoi confronti perché sperava di diventare lui stesso papa), Javier Cámara (il mite cardinale Gutierrez, incaricato dal pontefice di una delicata trasferta americana per "incastrare" un arcivescovo pedofilo), Scott Shepherd (Dussolier, il tormentato amico d'infanzia di Lenny ) e Ludivine Sagnier (Esther, moglie di una guardia svizzera, che sviluppa con il papa un legame speciale). Cécile de France è la responsabile del marketing del Vaticano, Marcello Romolo è Don Tommaso (confessore e confidente del papa), Toni Bertorelli è l'anziano e ambiguo cardinale Caltanissetta, Stefano Accorsi è il presidente del consiglio italiano (modellato su Matteo Renzi).

19 marzo 2017

Diario di un curato di campagna (R. Bresson, 1951)

Diario di un curato di campagna (Journal d'un curé de campagne)
di Robert Bresson – Francia 1951
con Claude Laydu, Nicole Ladmiral
***

Visto in divx.

Un giovane curato (Laydu), appena uscito dal seminario, viene assegnato alla parrocchia di Ambricourt, piccolo paese di campagna nel nord della Francia. Umile e ascetico, il giovane si sente a disagio nella sua missione, essendo fra l'altro poco interessato ai bisogni materiali (al punto da trascurare anche la propria salute, decisamente cagionevole) e semmai più incline al misticismo. Anche per questo motivo non è ben visto dai suoi parrocchiani: le bambine del catechismo lo sbeffeggiano e – poiché si nutre solo di pane e di vino – si sparge la voce che sia un alcolizzato. Come da titolo, il curato affida i suoi pensieri e le sue preoccupazioni alle pagine di un diario, che vengono lette dalla sua voce narrante nell'arco di tutta la pellicola: all'inizio è un modo per documentare i piccoli episodi della vita quotidiana, ma poi si traduce in un tentativo di fare chiarezza nei tormenti dello spirito. Ben diverso da lui è l'anziano e pragmatico curato del vicino villaggio di Torcy (Adrien Borel), che oltre a consigliargli di "pregare di più" gli suggerisce di stringere relazioni più strette con i suoi parrocchiani, in particolare con la nobiltà del luogo. Tutto ciò comporterà però ulteriori incomprensioni: mentre l'anziana contessa (Rachel Berendt) si strugge nel ricordo del figlio morto, il conte (Jean Riveyre) ha una relazione clandestina con l'istitutrice della figlia Chantal (Nicole Ladmiral), la quale è una ragazzina piena d'odio, che nutre sentimenti ambivalenti verso il giovane prete. Le parole del curato aiuteranno la contessa a ritrovare la pace, superando solitudine e rassegnazione, ma non ridurranno l'ostilità nei suoi confronti. Il tutto mentre la sua salute peggiora sempre di più... Il terzo film di Bresson – tratto dall'omonimo romanzo di Georges Bernanos – è considerato quello della sua svolta stilistica, in cui la qualità poetico-letteraria si accompagna a uno stile asciutto e minimalista che non concede alcunché al melodramma o allo spettacolo, a costo di risultare un po' pesante durante la prima visione (le visioni ripetute, però, sono quanto mai ripaganti!). Il regista francese comincia qui a usare attori non professionisti o comunque alle prime armi (per Laydu si tratta dell'esordio), la cui recitazione austera pare a volte quasi assente. Il suo diventa un cinema di sottrazione, che sullo schermo mostra solo l'indispensabile (e cela tantissimi dettagli: per esempio ignoriamo del tutto il nome del protagonista) e che pure crea forti suggestioni nella mente dello spettatore. A concorrere a questo risultato ci sono anche gli scenari e la fotografia contemplativa, che calano la vicenda in un mondo senza tempo, una specie di limbo al di fuori della modernità (se si eccettua la scena con la motocicletta, il film potrebbe svolgersi in qualsiasi epoca; per la cronaca, il romanzo originale è del 1936): un ambiente ideale per parlare di argomenti come le sofferenze dello spirito e del corpo, la felicità e la rassegnazione, l'amore e l'odio, il rancore e il perdono, il tormento e la pace ("La pace: quanto è meraviglioso che si possa donare quel che non si ha").

20 novembre 2016

Agnus Dei (Anne Fontaine, 2016)

Agnus Dei (Les innocentes)
di Anne Fontaine – Francia/Polonia 2016
con Lou de Laâge, Agata Buzek
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa.

Nell'inverno del 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, una giovane dottoressa francese della Croce Rossa di stanza in Polonia viene segretamente chiamata in un convento isolato, dove numerose suore e novizie, che erano state violentate dai soldati sovietici, stanno per dare alla luce i loro figli. In un misto di vergogna, disonore e zelo religioso, le monache vorrebbero tenere nascosto al mondo il proprio stato: la dottoressa dovrà aiutarle a partorire in segreto, mentre ai bambini ci penserà la madre superiora, che li affida – o almeno così afferma – alle famiglie delle madri. Ma per alcune delle religiose il trauma è troppo grande: la fede viene messa in discussione, le regole cominciano a vacillare, e ai problemi di salute si sommano i pericoli del mondo esterno (le minacce sovietiche di repressione della chiesa cattolica). Ispirato a una storia vera, un film dove il soggetto difficile e scabroso è forse la cosa più interessante. I conflitti personali e morali dei vari personaggi non sono banalizzati grazie a una messinscena rigorosa, che punta molto sull'intensità dei primi piani e su ambienti austeri e monocromatici (belle le scene delle monache nei paesaggi innevati), ma alcune caratterizzazioni – a partire dalla protagonista – sono poco più che funzionali al racconto, e la sceneggiatura – che pure evita le trappole della retorica (affiancare temi come la devozione religiosa, il trauma della violenza subita e il senso di maternità non era certo facile) – mi è parsa a tratti un po' semplicistica. Agata Kulesza è la madre superiora, Vincent Macaigne è il medico ebreo.

22 aprile 2016

Le confessioni (Roberto Andò, 2016)

Le confessioni
di Roberto Andò – Italia/Francia 2016
con Toni Servillo, Daniel Auteuil
*1/2

Visto al cinema Apollo.

Il presidente del Fondo Monetario Internazionale (Daniel Auteuil) e i ministri dell'economia del G8 si riuniscono in un albergo di lusso sulla costa della Germania per deliberare una manovra segreta contro la crisi economica. Al summit, a sorpresa, sono invitati anche tre elementi esterni: una rock star, una scrittrice per bambini (Connie Nielsen, ispirata evidentemente a J.K. Rowling) e un monaco certosino votato al silenzio (Servillo). A quest'ultimo, a sera inoltrata, il presidente chiede inaspettatamente di essere confessato nella privacy della propria stanza. Ma quando la mattina dopo l'uomo viene trovato morto, si scatenano dubbi e panico: si è suicidato? è stato ucciso (con il monaco come primo sospettato)? Ma soprattutto, ha rivelato nella sua confessione il segreto della manovra finanziaria che sta per essere varata, e che avrà conseguenze pesanti per i paesi più deboli e già in difficoltà? Dopo "Viva la libertà", Andò – con l'aiuto di Servillo – prosegue la sua riflessione sul potere, centrando meglio l'attenzione da quello politico a quello economico. Ma lo fa con un film sì elegante (e che può contare su un ricco cast internazionale: ci sono anche Pierfrancesco Favino, Lambert Wilson, Marie-Josée Croze, Togo Igawa e Moritz Bleibtreu) ma anche freddo, fumoso e qualunquista nelle sue riflessioni a vasto raggio (oltre a politica ed economia, si sfiorano anche arte e religione). L'aggancio all'attualità (la crisi economica, l'austerity, il default della Grecia) si perde in generalizzazioni tanto superficiali quanto discutibili, mentre il gioco dei contrasti (il monaco umile in abito bianco che si aggira nei corridoi di un hotel lussuoso e asettico, i politici e gli economisti che devono prendere decisioni disumane e che frattanto mostrano vizi e virtù quanto più umane possibili) lascia il tempo che trova. Quanto all'aspetto giallistico, Andò ha dichiarato di essersi voluto rifare a maestri come Polanski e Hitchcock (di cui si cita esplicitamente "Io confesso"): ma evidentemente non sembra aver compreso la lezione di sir Alfred secondo cui la suspense va costruita "titillando" il pubblico: qui lo spettatore è tenuto all'oscuro di quasi tutti i dettagli della vicenda, i segreti dei personaggi rimangono tali anche per lui, il monaco è sempre enigmatico e impenetrabile, e dunque vengono a mancare gli appigli per costruire la tensione e rendere avvincente il thriller. Aggiungiamovi la caratterizzazione mal riuscita o inesistente di gran parte dei personaggi (alcuni dei quali, come il cantante, francamente inutili), la stereotipazione dei "buoni" e dei "cattivi" (i soli a manifestare dubbi sulla manovra economica sono il ministro italiano e l'unica donna, la canadese, mentre fra i "duri" ci sono ovviamente il tedesco, l'americano e il russo: le simpatie e le antipatie del regista sono fin troppo evidenti), i luoghi comuni sul potere delle banche, sul cinismo del capitalisti e sulla disumanità di potenti che non ascoltano la propria coscienza. A rendere un po' più gradevole il tutto non bastano sporadici momenti surreali o poetici (gli uccelli, il cane, il vecchio ricco con l'alzheimer, il finale semi-comico che però giunge fuori tempo massimo in un film che si è preso troppo sul serio) o la bravura degli interpreti (alcuni però, come Auteuil o la Nielsen, affossati dal doppiaggio). Nella colonna sonora di Nicola Piovani c'è spazio per Lou Reed ("Walk on the wild side") e Schubert ("Winterreise").

18 febbraio 2016

La conversa di Belfort (R. Bresson, 1943)

La conversa di Belfort (Les anges du péché)
di Robert Bresson – Francia 1943
con Renée Faure, Jany Holt
***

Visto in divx.

In un convento domenicano, le suore accolgono abitualmente fra loro le ex carcerate che escono dalla vicina prigione e che intendono abbracciare una nuova vita. Una novizia, Anna Maria, ragazza di buona famiglia che ha scelto di diventare suora per aiutare le peccatrici a "trovare la serenità", si prende a cuore in modo particolare la sorte di Teresa, ex galeotta ribelle e indisciplinata, che però è entrata in convento non per vocazione ma per nascondersi dalla polizia: il giorno stesso in cui era uscita di galera, infatti, ha assassinato l'uomo che l'aveva incastrata per un furto che non aveva commesso. Buona e semplice, ma anche testarda e ostinata, Anna Maria dedica tutta sé stessa alla "redenzione" di Teresa, apparentemente senza successo: anzi, la sua eccessiva dedizione la porta a trascurare gli altri doveri e le mette contro le sue stesse sorelle, che la reputano orgogliosa e piena di sé. Fomentate in parte anche dalla "distruttrice" Teresa, nel convento nascono così tensioni, zizzannie e gelosie... Ma il "percorso parallelo verso la grazia" di Anna Maria e Teresa si concluderà insieme. Girato mentre la Francia era sotto l'occupazione tedesca, il primo lungometraggio di Bresson è ancora lontano dal suo stile asciutto e minimalista, si serve di attori professionisti e mostra più di qualche concessione al melodramma (tutti aspetti che tenderanno a sparire dal suo cinema dopo un paio di film). Eppure, per l'ambientazione e i temi religiosi (su tutti il sacrificio, la redenzione e la lotta fra bene e male), il rigore formale e l'austerità della messa in scena, già prefigura molto di quel che verrà. Alla sceneggiatura ha collaborato anche un prete domenicano, Raymond Leopold Bruckberger, insieme al drammaturgo Jean Giraudoux e a Bresson stesso.

28 novembre 2015

L'indiscreto fascino del peccato (P. Almodóvar, 1983)

L'indiscreto fascino del peccato (Entre tinieblas)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1983
con Cristina Sánchez Pascual, Julieta Serrano
**

Visto in divx.

Un titolo "buñueliano" (nella versione italiana, s'intende: l'originale era "Nelle tenebre") per il terzo film di Almodóvar, con il quale il regista spagnolo continua a mettere in scena i suoi personaggi eccentrici e borderline all'interno di uno scenario provocatorio e irriverente. In fuga dalla polizia dopo la morte del suo compagno per overdose, la cantante di night club Jolanda si rifugia in un convento popolato da suore dai nomi bizzarri (Suor Perduta, Suor Maltrattata da Tutti, Suor Squallida, Suor Vipera) e che abbinano alla preghiera vizi e passatempi non proprio ortodossi (la madre superiore è lesbica e cocainomane, una delle suore scrive libri pornografici sotto falso nome, un'altra cucina dolci a base di LSD, e così via, per non parlare della tigre che custodiscono nel cortile del convento), forse perché per salvare i peccatori è necessario conoscere prima i loro peccati. Nonostante le premesse trasgressive, la pellicola è paradossalmente meno grottesca e più equilibrata (ma anche meno divertente) dei due lungometraggi precedenti. Non si tratta di un attacco diretto o di una satira sulla chiesa e la religione, e i personaggi non mancano di umanità, anche se l'ambientazione assurda e surreale è senza dubbio pensata per scuotere il pubblico conservatore. Ma l'assenza di una vera trama si fa sentire: la storia si snoda attraverso una serie di sketch poco collegati fra loro, e molti spunti vengono introdotti e poi abbandonati troppo presto. A tratti sembra di trovarsi di fronte a una versione distorta de "La conversa di Belfort" di Bresson. Il cast (praticamente tutto al femminile) comprende anche Marisa Paredes, Carmen Maura, Chus Lampreave, Lina Canalejas e Cecilia Roth, molte delle quali torneranno ripetutamente nei film successivi del regista.

24 settembre 2015

Il caso Spotlight (Tom McCarthy, 2015)

Il caso Spotlight (Spotlight)
di Tom McCarthy – USA 2015
con Mark Ruffalo, Michael Keaton
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La storia vera dell'indagine effettuata da Spotlight, la redazione investigativa del quotidiano "Boston Globe", sui tanti casi di abuso di bambini da parte di sacerdoti negli Stati Uniti e sulla loro copertura da parte delle alte sfere della gerarchia cattolica, che si limitavano a patteggiare in tribunale senza informare l'opinione pubblica e a trasferire poi i preti in questione in altre parrocchie, dove tutto inevitabilmente si ripeteva. Sin dai tempi di "Tutti gli uomini del presidente" il giornalismo d'inchiesta, che proprio in America vanta i suoi migliori rappresentanti, è spesso oggetto di film d'impegno sociale serrati e avvincenti. E questa pellicola ne è un perfetto esempio. Di impianto corale (i giornalisti sono Michael Keaton, Liev Schreiber, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Brian d'Arcy James, Gene Amoroso e John Slattery, ma fra gli interpreti spiccano anche Stanley Tucci e Billy Crudup) illustra tutte le tappe dell'indagine effettuata fra il 2000 e il 2002, che valse al "Globe" il premio Pulitzer l'anno successivo. Partendo dal caso di un singolo prete, e cercando le prove che l'arcivescovo della diocesi di Boston, il cardinale Law, fosse a conoscenza degli abusi, i reporter ampliarono poco a poco lo spettro dello scandalo, scoprendo una vera e propria procedura sistematica di rimozione e ricollocamento dei numerosissimi sacerdoti incriminati. E rivelando, inoltre, che la percentuale di preti coinvolti in abusi su minori era enormemente alta (ed è un peccato che questo non abbia stimolato riflessioni a più ampio raggio, per esempio sulle conseguenze della castità imposta dalla Chiesa ai suoi ministri e che viene spesso comunque violata in un modo o nell'altro – nel film si dice nel 50% dei casi – anche se non sempre con conseguenze così traumatiche). McCarthy dirige con piglio e controllo una pellicola solida, ben inquadrata nel suo genere (ma anche con i suoi limiti: vedi lo scarso coinvolgimento psicologico dei personaggi), che non intende tanto scandalizzare o scuotere le coscienze (anche se fa comunque un buon lavoro di informazione sul tema e di ricostruzione storica), quanto raccontare i meccanismi del lavoro dei giornalisti, la nascita e lo sviluppo di una vasta indagine fino alla pubblicazione finale dell'articolo. In fondo l'oggetto dell'inchiesta avrebbe potuto essere un altro (per esempio, un caso di corruzione politica o di inquinamento ambientale) e il film non sarebbe cambiato di una virgola. Per affrontare direttamente l'argomento della pedofilia nella chiesa, in maniera equilibrata o anche ambigua, ci sono altri film, come "Il dubbio" o "Calvario".

17 maggio 2015

La vedova del pastore (Carl T. Dreyer, 1920)

La vedova del pastore (Prästänkan)
di Carl Theodor Dreyer – Svezia 1920
con Einar Röd, Hildur Carlberg
***

Visto su Dailymotion.

Il secondo lungometraggio di Dreyer (girato in Svezia, a quei tempi industria cinematografica più "avviata" di quella danese) è considerato dalla critica il suo "primo vero film", nonostante sia ancora privo di quel rigore psicologico e formale che lo contraddistinguerà in seguito, e presenti invece alcune caratteristiche insolite per il regista, prima su tutte un diffuso sense of humour che ne fa a tratti una commedia più che un dramma. Tratto da un racconto del 1879 dello scrittore norvegese Kristofer Janson, parla di un giovane e povero studente di teologia, Sofren, che si propone per il posto di parroco in un villaggio isolato fra le montagne, il cui pastore è da poco deceduto. A spingerlo a ottenere l'incarico è anche l'amore: il padre della sua fidanzata Mari, infatti, gli consentirà di sposarla soltanto se diventerà parroco. Dopo aver superato la concorrenza di altri due pretendenti, viene selezionato dai notabili del luogo, ma a una condizione: dovrà sposare la vedova del precedente pastore, l'anziana Dama Margarete, che non intende abbandonare la casa dove ha sempre vissuto. Messo alle strette, Sofren accetta, sperando che la donna abbia ancora poco da vivere. Ma Margarete, sui cui girano voci di stregoneria, non sembra intenzionata ad abbandonare tanto presto questo mondo... Punteggiato da scenette comiche (tutta la sequenza delle "audizioni" dei vari pretendenti al posto di parroco; le sfortunate interazioni di Sofren con i due servi di Margarete; il buffo travestimento notturno da diavolo con cui il giovane spera di spaventare a morte la vecchia; i suoi tentativi di trascorrere alcuni momenti da solo con Mari, che nel frattempo ha fatto accogliere in casa spacciandola per sua sorella...), la pellicola culmina in un finale commovente e consolatorio, in cui il personaggio della "strega" Margarete acquista profondità, rivedendo in Mari sé stessa da giovane e lasciando finalmente via libera ai due giovani amanti, anzi benedicendoli. Dopo aver tanto desiderato la sua morte, Sofren e Mari la ricorderanno con affetto. Molti elementi del film sono tipici del cinema scandinavo di quegli anni: una fonte letteraria assai nota, tipicamente tardo ottocentesca; un pizzico di soprannaturale o di superstizione (qui i poteri magici di Margarete); una grande attenzione agli aspetti umani e psicologici dei personaggi, alle prese con dilemmi di natura morale o sociale. Bella la scenografia (l'antico villaggio norvegese del diciassettesimo secolo, con la sua chiesa e le case di legno, era stato ricostruito in Norvegia da un appassionato: Dreyer in pratica se lo trovò già pronto): la difficoltà di piazzare la macchina da presa in un punto fisso, a causa delle pareti delle case, costrinse il regista a spostarla di continuo, "riprendendo i personaggi da ogni lato", a tutto vantaggio della dinamicità della messa in scena. Nel comparto degli interpreti, da sottolineare la prova della settantaseienne attrice teatrale Hildur Carlberg, che morì poco dopo la fine delle riprese, senza mai aver visto il film completato.

13 dicembre 2014

Porgi l'altra guancia (Franco Rossi, 1974)

Porgi l'altra guancia
di Franco Rossi – Italia 1974
con Bud Spencer, Terence Hill
*1/2

Rivisto in TV.

Padre Pedro (Bud Spencer) e Padre G. (Terence Hill, in realtà un ex galeotto) sono due preti missionari che alla fine dell'ottocento difendono gli indigeni di una piccola località dell'America Latina dalle prepotenze del mercanti occidentali. Invisi al principale proprietario terriero della zona di Maracaibo, il marchese spagnolo Gonzaga (discendente dei conquistador!) perché si oppongono alle sue politiche di sfruttamento della popolazione, ma anche alle alte sfere della chiesa cattolica, perché tollerano le credenze locali e predicano l'uguaglianza, i due daranno vita a una comunità clandestina che vive sugli alberi e che si batte contro i colonialisti. Girato subito dopo il grande successo di "...Altrimenti ci arrabbiamo", ma più nello stile e nell'impronta di "Più forte ragazzi" (di cui recupera l'ambientazione sudamericana), è uno fra i film meno riusciti e meno popolari della coppia. A lungo, probabilmente a causa dell'attacco alla chiesa cattolica, è stato anche tra quelli trasmessi con meno frequenza in televisione. Naturalmente non mancano i classici marchi di fabbrica dei due attori (botte e sganassoni, grandi mangiate, l'immancabile sequenza davanti alla roulette), ma proprio per questo la sensazione è che l'ambientazione e gli insoliti panni che i nostri eroi si trovano a vestire non siano che un pretesto per mettere in scena, sotto diversa forma ma con molta meno verve ed efficacia, cose già viste e ripetute. Poche anche le battute e le gag da ricordare. Bud e Terence avevano già vestito (false) tonache in "Continuavano a chiamarlo Trinità". Fra i "cattivi" spiccano Jean-Pierre Aumont (monsignor Delgado) e Robert Loggia (il marchese Gonzaga).

7 febbraio 2014

Il dubbio (John Patrick Shanley, 2008)

Il dubbio (Doubt)
di John Patrick Shanley – USA 2008
con Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman
***

Visto in TV, con Sabrina.

Nell'America post-kennedyana degli anni sessanta, in una scuola cattolica del Bronx, l'anziana e rigida suora Aloysius (Meryl Streep) si convince che il sacerdote, l'espansivo padre Flynn (Seymour Hoffman), riservi morbose "attenzioni speciali" a uno dei giovani alunni (che, tra l'altro, è l'unico bambino di colore ammesso a scuola) e inizia a fargli una guerra spietata per convincerlo ad abbandonare la comunità. I suoi sospetti sono fondati, affinati da anni di esperienza e di lotta contro gerarchie (maschili) che si proteggono a vicenda per insabbiare i casi di pedofilia, oppure si tratta di pregiudizi verso un prete che – a differenza di lei – cerca di stare più vicino ai ragazzi, dando loro amicizia e sostegno, nel tentativo di comprenderli a fondo anziché intimidirli o spaventarli? Dubbio contro certezza, metodi progressisti contro conservatorismo, educazione moderna e permissiva contro regole e disciplina; il tutto condito da metafore fino troppo evidenti (quelle che padre Flynn esplicita nei suoi sermoni) contro la mancanza di fede, la maldicenza e l'ipocrisia: nonostante un soggetto a forte rischio di melodramma, la calibrata sceneggiatura (dello stesso Shanley, che ha adattato un proprio dramma teatrale) ha il merito di non varcare mai la soglia del sensazionalistico ma di mantenersi sempre su un tono intimo e sufficientemente ambiguo, estendendo tale ambiguità a tutti i personaggi (non c'è spazio per le caratterizzazioni manichee viste in altri film simili, tipo "Philomena"), seminando il dubbio anche nella mente dello spettatore (chiamato a giudicare più sulla base di simpatie e affinità di pensiero che non su prove effettive: la "verità" rimane elusiva) e affrontando questioni morali e al tempo stesso assai "concrete", intelligentemente calate in un contesto storico-sociale ben preciso (siamo, fra l'altro, negli anni del Concilio Vaticano II). E lungo la strada, coadiuvata dalla straordinaria recitazione degli interpreti, sforna almeno due o tre scene memorabili, come il serrato colloquio a tre fra Flynn, Aloysius e la giovane suora James (Amy Adams); il drammatico dialogo fra sorella Aloysius e la madre del bambino (Viola Davis); e il confronto finale fra la suora e il prete. Proprio il comparto attoriale, alla resa dei conti, si rivela il vero punto di forza della pellicola: tutti e quattro gli attori, protagonisti di prove intense e ricche di sfumature, sono stati candidati all'Oscar (la Davis per una sola scena!), con la Streep forse una spanna sopra gli altri.