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25 luglio 2023

Good night, and good luck (G. Clooney, 2005)

Good Night, and Good Luck. (id.)
di George Clooney – USA 2005
con David Strathairn, George Clooney
**

Rivisto in TV (Prime Video).

Negli anni cinquanta, il giornalista Edward R. Murrow (David Strathairn), già celebre per i suoi notiziari dal fronte durante la seconda guerra mondiale e ora conduttore di una popolare trasmissione d'inchiesta sulla CBS ("See It Now"), comincia a prendere posizione contro il maccartismo imperante e la "caccia alle streghe" condotta dal senatore McCarthy contro chiunque sia sospettato di avere simpatie per il comunismo, dapprima segnalando nella sua trasmissione casi di abusi e violazioni dei diritti civili e poi attaccando direttamente il senatore. Il film di Clooney (alla sua seconda regia, dopo "Confessioni di una mente pericolosa", e che si ritaglia per sé il ruolo di Fred Friendly, amico, collaboratore e producer di Murrow) ricostruisce l'ambiente di quegli anni dal punto di vista della redazione giornalistica, in una sorta di omaggio a Murrow e alla sua concezione della televisione, che non deve fornire solo intrattenimento fine a sé stesso ma anche informare il pubblico e denunciare le storture della politica. Girato in un bianco e nero patinato, il film è però monotono nel ritmo, ingessato nello stile e noioso nella narrazione, nonostante alcune sottotrame (il giornalista emarginato che si suicida, la coppia che finge di non essere sposata) e un tema tutto sommato "importante", legato a un periodo particolare della storia e della cultura americana nel dopoguerra. Il titolo è la frase con cui Murrow era solito chiudere ogni sua trasmissione. Nel cast anche Jeff Daniels, Frank Langella, Grant Heslov e Patricia Clarkson. Ottimo il riscontro critico, con sei nomination agli Oscar (miglior film, regia, attore, sceneggiatura, fotografia e scenografia) ma nessuna statuetta. Strathairn vinse anche la coppa Volpi a Venezia.

11 febbraio 2022

A proposito dei Ricardo (A. Sorkin, 2021)

A proposito dei Ricardo (Being the Ricardos)
di Aaron Sorkin – USA 2021
con Nicole Kidman, Javier Bardem
**

Visto in TV (Prime Video).

America, anni cinquanta: Lucille Ball (Nicole Kidman) e Desi Arnaz (Javier Bardem), coppia nel lavoro e nella vita, interpretano i coniugi Ricardo, protagonisti di "I love Lucy" ("Lucy ed io", in italiano), la più popolare sitcom della televisione americana. Ma mentre si apprestano a registrare la puntata settimanale, la loro vita privata e pubblica è messa a repentaglio da più parti. Da un lato, infatti, sulla stampa filtra la voce che Lucille possa aver simpatizzato in passato per il partito comunista (siamo in piena epoca Maccartista!), il che preoccupa non poco i responsabili del canale televisivo e quelli dell'azienda del tabacco che sponsorizza lo show; dall'altro, la stessa relazione coniugale fra Lucille e Desi è scossa dai sospetti di tradimento che la donna ha nei confronti dell'uomo, proprio nel momento in cui scopre di stare aspettando un bambino... E così gelosie e tensioni si riversano nel lavoro quotidiano, fra frecciatine e litigi con i collaboratori. Il terzo film di Sorkin è, ancora una volta, ispirato a una storia vera e a personaggi reali, e si iscrive nel filone nostalgico e autocelebrativo con cui l'industria dell'intrattenimento americana ama rivisitare e ritrarre sé stessa. "I love Lucy" è stata infatti una pietra miliare della tv a stelle e strisce, tuttora considerata una delle sitcom più influenti e popolari di sempre. Attrice cinematografica di secondo piano (la ricordiamo per piccole particine in alcuni film di Astaire e Rogers), la Ball trovò infatti la fama dapprima in radio e poi in tv, come ci mostrano una serie di flashback che interrompono il flusso degli eventi (la storia vera e propria si svolge nell'arco di una settimana, quella che precede la messa in scena della puntata del programma) e che raccontano anche l'incontro e il matrimonio con Arnaz, esule cubano e una delle prime stelle "latine" della tv americana. Ma nel complesso i personaggi (la perfezionista Ball e l'istrionico Arnaz) qui sono molto meno interessanti della storia e dell'ambiente di contorno. J. K. Simmons e Nina Arianda sono William Frawley e Vivian Vance, i comprimari della sitcom. Tony Hale è il produttore esecutivo Jess Oppenheimer, Alia Shawkat la sceneggiatrice Madelyn Pugh: questi ultimi due personaggi, insieme all'altro sceneggiatore Bob Carroll Jr., appaiono anche da "anziani" in una serie di finte interviste che incorniciano la pellicola come se si trattasse di un documentario. Curiosamente è del tutto assente, invece, il direttore della fotografia Karl Freund, figura chiave per il successo dello show originale. Tre nomination agli Oscar, tutte per gli interpreti (Bardem, Kidman e Simmons). Il progetto originale, che risale al 2015, prevedeva Cate Blanchett come protagonista e Sorkin soltanto alla sceneggiatura.

2 febbraio 2022

Ladri di saponette (Maurizio Nichetti, 1989)

Ladri di saponette
di Maurizio Nichetti – Italia 1989
con Maurizio Nichetti, Caterina Sylos Labini
**1/2

Rivisto in divx.

Il regista Maurizio Nichetti è ospite in uno studio televisivo per presentare il suo ultimo film, un omaggio neorealista a "Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica, che andrà in onda in serata. Ma le continue e invadenti interruzioni pubblicitarie creano uno strano cortocircuito con la pellicola: i personaggi del film – un disoccupato nell'Italia del dopoguerra (interpretato sempre da Nichetti, ma senza baffi) e la sua famiglia – si ritrovano a interagire con quelli dei commercial, scambiandosi di posto, e la trama deraglia. A un certo punto lo stesso Nichetti deve "entrare" nella pellicola per cercare di riportare la storia sui binari originali. Il quinto film del regista milanese è forse il suo lavoro più famoso e paradigmatico, per come gioca con uno dei temi a lui più cari, ovvero la dissonanza fra realtà e fantasia. O fra due tipi diversi di fantasia: quella del cinema neorealista, con il suo mondo in bianco e nero, funestato da drammi sociali ed eventi tragici; e quello della pubblicità, colorato e popolato da accattivanti jingle, da modelle seminude e inviti al consumismo. Attraverso la televisione, mezzo che non si fa scrupolo di mescolare le carte (le interruzioni pubblicitarie irrompono nei momenti meno opportuni, troncando le battute e alterando il flusso delle emozioni), anche mondi all'apparenza distinti possono fondersi e mescolarsi: e così un bambino povero viene esposto a merendine e giocattoli, una moglie disperata (Caterina Sylos Labini) si ritrova in un universo di elettrodomestici, un'appariscente modella straniera (Heidi Komarek) viene catapultata nello squallore dell'Italia del dopoguerra. La satira di Nichetti non si limita comunque all'invettiva contro la tv commerciale (o "berlusconiana") dell'epoca, ma è diretta anche ai tanti luoghi comuni del cinema d'autore (si pensi ad alcuni personaggi del film neorealista, come il prete interpretato da Renato Scarpa), all'intellettualità dei critici cinematografici (con Claudio G. Fava che interpreta sé stesso, disquisendo di Melville e di Lubitsch) e alle modalità di consumo di film e tv, distratta e superficiale, di una famiglia borghese qualunque (Massimo Sacilotto e Carlina Torta). Oggi il film passa raramente in televisione, forse perché avendo molte pubblicità inglobate al proprio interno (fasulle, come un recupero di "Ho fatto splash" proveniente dall'omonimo film dello stesso Nichetti, o reali, come quelle celebri del Cynar e del detersivo Aiax) si corre il rischio di confonderle con quelle che davvero interrompono in continuazione i programmi sui canali generalisti. Le musiche sono di Manuel De Sica, figlio appunto di Vittorio!

16 ottobre 2021

Confessioni di una mente pericolosa (G. Clooney, 2002)

Confessioni di una mente pericolosa (Confessions of a dangerous mind)
di George Clooney – USA 2002
con Sam Rockwell, Drew Barrymore
**

Visto in TV (Now Tv).

Il film che segna l'esordio alla regia di George Clooney è una biografia (romanzata? vedi sotto) di Chuck Barris (Sam Rockwell), ideatore e conduttore di popolari programmi televisivi americani fra gli anni Sessanta e Settanta, come "Il gioco delle coppie", "Tra moglie e marito" e il celeberrimo "The Gong Show" (un format simile al nostro "La corrida"). Nella sua autobiografia, scritta nel 1984, Barris millantò di aver lavorato in segreto come killer per la CIA durante la guerra fredda, e di aver ucciso numerosi agenti nemici nel corso dei suoi viaggi all'estero: che sia vero o meno (quasi sicuramente non lo è), il film lo prende sul serio, anche se i toni della narrazione sono semi-comici. L'intera vicenda – con lo svilupparsi in parallelo delle due "carriere" di Chuck – è raccontata in flashback dallo stesso Barris, mentre scrive la propria biografia, rinchiuso in una camera d'albergo. Nel ruolo del protagonista Rockwell "steals the show", come si suol dire: attorno a lui si muovono lo stesso Clooney (l'agente della CIA che lo assolda), Rutger Hauer (la spia tedesca), e soprattutto Drew Barrymore e Julia Roberts, le due donne di cui Chuck si innamora nella sua doppia vita (una pubblica, l'altra segreta). Pur di apparire nel film dell'amico George, Barrymore e la Roberts hanno accettato di ridursi il compenso al minimo. Particina anche per Maggie Gyllenhaal (Debbie), e cameo per Brad Pitt e Matt Damon nei panni dei concorrenti sconfitti in una puntata de "Il gioco delle coppie". Nel complesso un film divertente ma ondivago, con una narrazione frammentata e un po' confusa che contrappone una brillante e svagata leggerezza a una certa ambizione artistico-intellettuale (alcuni critici hanno ravvisato nello stile della pellicola un mix di influenze dei registi con cui Clooney, da attore, ha più lavorato, ovvero Steven Soderbergh e i fratelli Coen). Peccato che alla resa dei conti non riesca a creare nulla di veramente memorabile, a parte forse il titolo, e che tanto la satira (o l'analisi) del mondo dello spettacolo quanto il cinismo da black comedy risultino alquanto superficiali. Lo sceneggiatore Charlie Kaufman ha disconosciuto in parte la pellicola, lamentando di non essere stato coinvolto da Clooney nelle fasi di produzione e montaggio.

23 maggio 2021

Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999)

Magnolia (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 1999
con Tom Cruise, Julianne Moore
***

Rivisto in DVD.

Le vicende di vari personaggi, molti dei quali collegati direttamente o indirettamente fra loro, si intersecano in maniera rocambolesca nell'arco di 24 ore, culminanti in una bizzarra pioggia di rane (un fenomeno meteorologico raro ma effettivamente possibile) su Magnolia Boulevard, a Los Angeles (da cui il nome del film). L'anziano produttore televisivo Earl Partridge (Jason Robards), in punto di morte, chiede all'infermiere che lo accudisce, Phil (Philip Seymour Hoffman), di rintracciare il figlio che ha abbandonato anni prima. Questi, che ora si fa chiamare Frank T.J. Mackey (Tom Cruise), è diventato un "guru" del sesso che conduce una trasmissione chiamata "Seduci e distruggi", dove insegna come conquistare (e abbandonare) le donne. La nevrotica Linda (Julianne Moore), giovane moglie di Earl, che ha sposato solo per il suo denaro, ha scoperto di amarlo proprio adesso che sta per morire e progetta di suicidarsi insieme a lui con una robusta dose di farmaci. Jimmy Gator (Philip Baker Hall), conduttore veterano del quiz show per bambini prodotto da Earl, è a sua volta malato di tumore, nonché alcolizzato e in crisi perché la figlia Claudia (Melora Walters) non vuole più vederlo né parlargli. Quest'ultima, tossicomane e sregolata, incontra il poliziotto Jim (John C. Reilly), single in cerca di amore che si invaghisce di lei. Anche Donnie Smith (William H. Macy), un tempo bambino prodigio protagonista della trasmissione di Jimmy e ora un perdente che conduce una vita miserabile, è in cerca di amore (è innamorato di un barista), e nel frattempo progetta di derubare il proprietario del negozio dove lavora. Il piccolo Stanley (Jeremy Blackman) è invece l'attuale star del quiz televisivo: ma le aspettative su di lui, fomentate dal padre e dal pubblico intero, lo fanno andare in crisi e scatenano la sua ribellione...

Il terzo film di Paul Thomas Anderson è tuttora forse il suo lavoro migliore ("Boogie nights" a parte). Lungo (tre ore abbondanti) e complesso, dalla struttura corale e altmaniana, pieno di rimandi e citazioni interne (i numeri 8 e 2, per esempio, si ripetono in continuazione: si tratta di un riferimento al passo biblico Esodo 8:2, che preannuncia la pioggia di rane), affronta tanti e tali temi di "peso" (la malattia, la morte, il rapporto fra padri e figli, i tradimenti, i sensi di colpa, la dipendenza – dal sesso, dalle droghe, dal successo, dall'alcol, o semplicemente dall'amore) da risultare estremamente ambizioso, forse troppo se pensiamo che è opera di un regista così giovane (soltanto 29 anni al momento dell'uscita nelle sale). E dire che inizialmente Anderson intendeva realizzare un film "piccolo" e intimo: ma in fase di scrittura la pellicola "ha continuato a sbocciare" (come una magnolia, appunto?), ingigantendosi sempre di più. Certo, non mancano alcuni passaggi un po' troppo melodrammatici, con certi eccessi emotivi e lungaggini che vanno forse a discapito dell'insieme. Come per "Il favoloso mondo di Amélie" di Jeunet, si ha a tratti l'impressione che "il troppo stroppia" (lo stesso PTA, in retrospettiva, ha ammesso che avrebbe fatto meglio a ridurre la durata della pellicola e a tagliare qualche cosa). Ma la tensione riesce a reggere per tutto il film, grazie anche a un eccellente montaggio, coadiuvato dalla fotografia (di Robert Elswit) e dalla colonna sonora (di Jon Brion, con molte canzoni di Aimee Mann), tutti elementi che fanno da collante fra le diverse scene, collaborando in maniera continua e incessante fra loro e con la regia.

Si parte da una voce narrante che riepiloga alcuni fatti bizzarri, strane coincidenze o casualità (in parte eventi reali, in parte leggende urbane), per sottolineare come quelli che sembrano scherzi del caso o fatalità possono invece accadere di continuo: le vicende che seguono ce lo dimostreranno, con frequenti collegamenti fra i personaggi o analogie fra le situazioni di cui sono protagonisti. Molte di queste si infatti ripetono o si rispecchiano l'una nell'altra: e le storie, oltre a intersecarsi, procedono anche in parallelo, in un crescendo che va di pari passo con l'evoluzione della situazione meteorologica all'esterno (la pioggia incessante, il breve momento di calma – in cui tutti i personaggi intonano, ciascuno per proprio conto, la canzone "Wise Up" – e infine la suddetta pioggia di batraci che, in qualche modo, contribuisce a sciogliere molti nodi). Ottimo e convincente Tom Cruise, forse alla sua prova migliore di sempre, in un ruolo sopra le righe e decisamente diverso da quelli che ha interpretato in precedenza. Eccellente anche Julianne Moore (meravigliosa la scena in farmacia), ma bene tutto il cast, che comprende numerosi habitué del regista (Philip Baker Hall, Philip Seymour Hoffman e John C. Reilly). Jason Robards era al suo ultimo film. Piccole parti per Luis Guzmán (uno dei concorrenti adulti del quiz show), Melinda Dillon (la moglie di Jimmy), Michael Bowen (il padre di Stanley), April Grace (la giornalista che intervista Frank), Alfred Molina, Henry Gibson, Felicity Huffman. Tre nomination agli Oscar (per Cruise come attore non protagonista, per la sceneggiatura, e per la canzone "Save Me").

17 febbraio 2021

Anchorman (Adam McKay, 2004)

Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy (Anchorman: The legend of Ron Burgundy)
di Adam McKay – USA 2004
con Will Ferrell, Christina Applegate
*1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Nella San Diego degli anni '70, il popolarissimo conduttore del telegiornale di Channel Four, il re degli ascolti Ron Burgundy (Will Ferrell), e la sua squadra di giornalisti d'assalto (Paul Rudd, David Koechner e Steve Carell) vedono la propria egemonia messa in crisi dall'arrivo di una collega donna, Veronica Corningstone (Christina Applegate), che si fa strada nel mondo maschilista e volgare in cui loro sguazzano. Il film d'esordio di McKay, scritto insieme al protagonista Ferrell (che rimarrà una presenza costante in tutti i primi film del regista), è una commedia stupida e mai divertente, che punta su gag deboli, imbarazzanti o disimpegnate, rinunciando quasi subito ad approfondire i potenziali spunti storico-sociali che il soggetto pure offriva (il fenomeno del giornalismo televisivo sensazionalista delle "Action News", le molestie sessuali sul luogo di lavoro). L'umorismo è quello demenziale del Saturday Night Live, ma il livello dei comici (e delle battute) non è certo pari a quello anarchico e dissacrante che la stessa trasmissione aveva sviluppato negli anni settanta. Mi sembra il tipo di stupidaggine che può piacere solo negli USA, dove infatti è stato inspiegabilmente ben accolto dalla critica ed è diventato un piccolo cult. Piccoli ruoli per Vince Vaughn, Luke Wilson e Ben Stiller (reporter di canali televisivi rivali, ciascuno a capo di vere e proprie bande che si scontrano in una rissa per la strada), Danny Trejo, Seth Rogen, Jack Black, Tim Robbins e, nei titoli di coda, Burt Reynolds. Con un seguito, uscito nel 2013.

25 dicembre 2020

A Very Murray Christmas (S. Coppola, 2015)

A Very Murray Christmas (id.)
di Sofia Coppola – USA 2015
con Bill Murray, Miley Cyrus
**

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

La notte di Natale, Bill Murray è al Carlyle Hotel di New York, intento a registrare controvoglia uno "special televisivo" in diretta a base di canzoni natalizie e sketch comici. Ma una violenta tempesta di neve isola l'albergo, impedendo agli ospiti previsti (fra cui George Clooney e Miley Cyrus) di raggiungerlo. Costretto a fare tutto da solo, in condizioni rese ancora più proibitive da un blackout elettrico, Murray trascorrerà il tempo chiacchierando e duettando con artisti di passaggio (Chris Rock, Maya Rudolph), con il personale dell'albergo (Jenny Lewis, David Johansen, i Phoenix) e con una coppia che avrebbe dovuto sposarsi quella sera stessa (Jason Schwartzman e Rashida Jones). Meta-special televisivo che alterna canzoni (per lo più a tema natalizio) con scenette e brevi gag autoironiche, in una sorta di omaggio/parodia ai variety show di un tempo: sicuramente per trascorrere un'ora durante le feste c'è di peggio. Nel finale, quando Murray batte la testa, nei suoi sogni appaiono i veri Clooney e Cyrus (vestita da Babbo Natale) che si esibiscono con lui in una scenografia degna di Broadway. Il pianista Paul Shaffer e l'attore Dimitri Dimitrov interpretano sé stessi. Amy Poehler e Julie White sono le due produttrici, Michael Cera l'aspirante manager.

21 novembre 2020

Domani si balla! (Maurizio Nichetti, 1982)

Domani si balla!
di Maurizio Nichetti – Italia 1982
con Maurizio Nichetti, Mariangela Melato
**

Visto in TV.

Una strana trasmissione di origine aliena disturba con continue interferenze le frequenze televisive sulla Terra, spingendo chi le ascolta a ballare senza fermarsi, come ipnotizzati, al suono di un'accattivante e ripetitiva musichetta. Ma aiuta anche a superare le proprie paure e le proprie inibizioni, a ribellarsi contro le ingiustizie e le paranoie (sul lavoro, in famiglia) e diventare più felici. Non stupisce che i poteri forti cerchino in tutti i modi di fermare il "contagio" e di mettere a tacere la musica (ammonendo: "Ballare è pericoloso"). Il terzo lungometraggio di Nichetti (co-protagonista insieme a Mariangela Melato, con la quale forma una coppia di giornalisti televisivi che lavorano per una scalcinata emittente indipendente) è una satira ingenua e stralunata, più semplicistica e meno convincente dei due lavori precedenti (riscosse anche meno successo). Se i due protagonisti mostrano un'interessante alchimia (la Melato domina con la sua energia prepotente e sarcastica, Maurizio risponde con occasionali gag da cartone animato – il cuore che batte quando riceve un bacio – o da comica muta), gli altri personaggi restano a livello di macchietta o sono poco approfonditi (fa eccezione la funzionaria del canale televisivo, interpretata da Clara Zovianoff, buffa e assatanata). Bella comunque l'ambientazione, la Milano delle prime emittenti televisive private che cominciavano a essere una presenza costante nelle case degli italiani. Da notare che la tv è sempre stata e sarà al centro dell'attenzione (o del bersaglio) dei film di Nichetti, dal precedente "Ho fatto splash" al futuro "Ladri di saponette". E l'ultima scena, ambientata in una sala cinematografica (dove è appena stato proiettato il film), pare invitare invece gli spettatori a partecipare anche loro alla danza liberatoria. Paolo Stoppa ed Elisa Cegani interpretano i genitori di Mariangela. Nel cast anche Ennio Groggia, Francesco Carnelutti, Claudio Caramaschi e Osvaldo Salvi. La musica è di Eugenio Bennato (fratello di Edoardo). Gli "effetti speciali" (gli alieni e l'astronave, ispirati ai film muti di Georges Méliès, come "Viaggio nella Luna") sono opera di Guido Manuli, co-autore anche della sceneggiatura insieme al regista.

8 novembre 2020

Il prestanome (Martin Ritt, 1976)

Il prestanome (The front)
di Martin Ritt – USA 1976
con Woody Allen, Zero Mostel
***

Visto in divx.

Siamo negli anni cinquanta, in pieno maccartismo (come ci mostra il montaggio di immagini d'epoca che apre il film). Per arrotondare lo stipendio, Howard Prince (Allen), cassiere in un bar e accanito scommettitore, accetta di fare da prestanome all'amico Alfred Miller (Michael Murphy), sceneggiatore per la tv finito nella "lista nera" per via delle sue inclinazioni politiche. Howard non deve far altro che presentare agli studi i copioni di Alfred (e di altri suoi colleghi nella stessa situazione), firmandoli con il proprio nome, ricevendo in cambio una percentuale dei compensi. La sua storia però si intreccia con quella di altri personaggi che finiscono stritolati nelle maglie della commissione per le attività anti-americane: in particolare l'attore comico Hecky Brown (Zero Mostel) che, non avendo potuto fare i nomi di altri colleghi con simpatie comuniste, finisce ostracizzato ed è portato al suicidio. E pian piano Howard prenderà coscienza delle ingiustizie di un sistema che si basa su delazioni, paure, paranoie e finte accuse, scegliendo infine di ribellarsi quando sarà a sua volta messo sotto inchiesta. Primo film di denuncia – anche se con toni da commedia – realizzato a Hollywood su un periodo nero della storia e della cultura americana: sia lo sceneggiatore Walter Bernstein, sia il regista Martin Ritt, sia diversi interpreti (fra cui Mostel, che dà vita a un personaggio praticamente autobiografico) avevano sperimentato sulla propria pelle cosa significava finire sulla "lista nera", e gran parte di ciò che si vede sullo schermo è ispirato a episodi o personaggi reali. La scelta di affidarsi a un attore comico come Woody Allen (in uno dei rarissimi casi in cui recita senza essere né regista né sceneggiatore) fu fatta per non appesantire il tema trattato o risultare predicatorio: ma "il pubblico entrava aspettandosi una commedia di Woody Allen e usciva distrutto", commenterà il regista. Nel cast anche Herschel Bernardi (il produttore Phil Sussman), Andrea Marcovicci (la segretaria di produzione Florence Barrett, che si innamora di Howard per via dei suoi copioni) e Remak Ramsay (l'agente della commissione).

14 ottobre 2020

L'ululato (Joe Dante, 1981)

L'ululato (The howling)
di Joe Dante – USA 1981
con Dee Wallace, Christopher Stone
***

Visto in divx.

Dopo essere stata aggredita a New York da un misterioso stalker (Robert Picardo), la conduttrice televisiva Karen White (Dee Wallace) piomba in uno stato di shock e non ricorda più nulla dell'accaduto. Uno psichiatra, il dottor George Waggner (Patrick Macnee), la invita allora a trascorrere insieme al marito Bill (Christopher Stone) un mese di riposo in una colonia fra i boschi, da lui gestita, a scopi terapeutici. Qui la donna scoprirà che i pazienti del dottore (così come l'uomo che l'aveva aggredita) sono tutti lupi mannari... Da un romanzo di Gary Brandner, un classico dell'horror dei primi anni ottanta, che ha lanciato la carriera di Joe Dante (poi decollata definitivamente con il successivo "Gremlins", prima di arrestarsi per divergenze con gli studios e una serie di flop). Il film è significativamente uscito in un anno, il 1981, di revival per i licantropi (ci furono anche "Un lupo mannaro americano a Londra" di John Landis e il meno celebre "Wolfen, la belva immortale" di Michael Wadleigh). Ma a differenza da Landis, più che al classico uomo lupo della Universal, Dante e gli sceneggiatori John Sayles e Terence H. Winkless guardano alle atmosfere dei film di Val Lewton e Jacques Tourneur (come "Il bacio della pantera"), puntando su uno stato prolungato di tensione impalpabile (che si scioglie nel finale, ma che in precedenza – si pensi ai momenti in cui Karen ode gli ululati nei boschi – costruisce la suspence senza mostrare nulla) e calando i temi horror nelle inquietudini della vita quotidiana e moderna. Memorabile, in particolare, il finale altamente satirico, nel quale una trasformazione in lupo mannaro mostrata in diretta televisiva viene accolta dal pubblico con indifferenza e scetticismo ("È solo un trucco, come lo sbarco sulla Luna!") e interrotta subito da uno spot pubblicitario (di cibo per cani!). Nonostante numerosi ammiccamenti (il cartoon con Ezechiele Lupo, le scatolette di chili Wolf, il poema "Howl" di Allen Ginsberg), omaggi e citazioni (quasi tutti i personaggi minori hanno nomi di celebri registi di film sui lupi mannari, come George Waggner, appunto, ma anche Terence Fisher, Roy William Neill, Erle Kenton, Sam Newfield, Jacinto Molina e Lew Landers), prima del finale il tono del film si mantiene assolutamente serio, mescolando a sequenze horror anche interessanti approfondimenti psicologici (la figura del lupo mannaro è vista come un modo per l'uomo di ricongiungersi con il proprio lato animale e bestiale, la parte primitiva di sé che la civiltà ha cercato di reprimere; ed Eddie Quist, fuggito dalla "colonia" fra i boschi per dare sfogo ai propri istinti nella grande città, lega patologicamente questi impulsi al sadismo e alla pornografia). Rispetto ai licantropi classici, questi temono il fuoco e possono essere uccisi da pallottole d'argento, ma per il resto sono virtualmente immortali (e famelici: non si contano gli indizi legati al consumo di carne). Altre suggestioni sembrano associare il film ad altri capolavori del genere horror: il tema della setta (la colonia) ricorda "Rosemary's baby" di Polanski, la mancanza di via di scampo per la protagonista (anche perché il morso di un lupo mannaro "condanna" la vittima alla stessa sorte) richiama invece "La notte dei morti viventi" di Romero. Gli effetti speciali, di Rob Bottin, sono di ottimo livello, pur con qualche occasionale caduta di stile (come la brevissima sequenza in animazione). Le scene delle trasformazioni, forse non belle come quella del film di Landis, sono altrettanto lunghe e spaventevoli. Nel vasto cast anche Dennis Dugan, Belinda Balaski (Chris e Terri, i due colleghi di Karen), Elisabeth Brooks (Marsha, la "mangiauomini" vestita di pelle), John Carradine, Slim Pickens, Kevin McCarthy, Don McLeod, Noble Willingham. Dick Miller è il libraio, Herbie Braha il commesso del pornoshop. Camei per lo sceneggiatore e futuro regista John Sayles, per Roger Corman e per Forrest J. Ackerman. Con sette sequel (di scarso valore).

7 dicembre 2018

Ridere per ridere (John Landis, 1977)

Ridere per ridere (The Kentucky Fried Movie)
di John Landis – USA 1977
con Evan Kim, Bong Soo Han
**

Rivisto in divx.

Il secondo film di John Landis, scritto dal trio ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker, all'esordio cinematografico: fino ad allora avevano lavorato solo in teatro, firmandosi come The Kentucky Fried Theater, da cui il titolo originale della pellicola, che ovviamente fa il verso a una celebre catena di fast food) è una parodia della programmazione di un canale televisivo, con tanto di telegiornali, programmi di attualità, dibattiti, film e persino finte pubblicità. L'idea è forse ispirata a "The Groove Tube" di Ken Shapiro (1974, inedito in Italia): da notare che Landis, insieme ad altri registi, ripeterà l'esperimento nel 1987 con "Donne amazzoni sulla Luna". Trattandosi essenzialmente di un collage di sketch spesso scollegati fra loro, il risultato è diseguale: il film è composto per lo più da gag demenziali, volgari, nonsense o semplicemente stupide, giochi di parole puerili (molti dei quali andati persi nel doppiaggio italiano), nudità femminili gratuite e scenette di cattivo gusto. Ma ha anche dei difetti. No, parlando seriamente: oggi, in epoca di political correctness, sarebbe forse impossible realizzare un film come questo per il circuito mainstream (e senza il divieto ai minori!). E in mezzo all'anarchia e al trash si annidano perle di geniale umorismo, quasi da teatro dell'assurdo, che non sfigurerebbero in uno sketch dei Monty Python (la mia preferita è la scena dei prigionieri nelle gabbie all'interno del film "Per un pugno di yen": "Sono relitti che non sanno dove sono e non gliene importa..."). Fra le gag da ricordare: la rubrica dell'oroscopo, con il tormentone dei nati sotto il segno dei gemelli che devono "aspettarsi l'inaspettato" (e per tutto il film vengono colpiti da frecce vaganti); la proiezione del film "con gli effetti speciali" realizzati direttamente in sala dalle maschere del cinema; la pubblicità dell'Unione Amici della Morte, che suggerisce di reinserire i defunti nella società; il documentario sull'ossido di zinco; i finti trailer di pellicole in arrivo (tutte prodotte dal fittizio Samuel L. Bronkowitz, al cui nome si ispirerà il gruppo comico italiano Broncoviz), che appartengono ai generi di serie B più in voga negli anni '70: l'erotico soft-core ("Liceali cattoliche in calore"), il catastrofico ("Il giorno del giudizio"), la blaxploitation ("Cleopatra Schwartz"). E naturalmente la parte del leone (ovvero la "fetta" più consistente della pellicola, visto che dura oltre 30 minuti, ma anche il segmento più riuscito) è data dal suddetto "Per un pugno di yen", spoof de "I tre dell'operazione drago" e in generale di tutto il cinema di arti marziali, anche se il finale a sorpresa sconfina in un'altra celebre pellicola classica. Evan Kim è Loo, parodia di Bruce Lee, mentre il fantastico Bong Soo Han è il suo arcinemico Dottor Klahn (che, nella scena in cui parla in coreano, chiede scusa agli spettatori che conoscono questa lingua). per il resto, per tutto il film sono distribuiti camei e comparsate di attori noti come Donald Sutherland, George Lazenby, Bill Bixby e lo stesso John Landis. Nella scena al cinema si può notare il poster del suo primo film, "Slok".

15 novembre 2018

Ho fatto splash (Maurizio Nichetti, 1980)

Ho fatto splash
di Maurizio Nichetti – Italia 1980
con Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro
**1/2

Rivisto in TV.

Angela (Finocchiaro), Luisa (Morandini) e Carlina (Torta: i personaggi hanno gli stessi nomi delle tre attrici) dividono un appartamento milanese a Porta Venezia, insieme a un bambino, figlio di una quarta coinquilina che è partita per un viaggio intorno al mondo. Delle tre, soltanto Carlina ha un lavoro stabile (fa l'insegnante in una scuola elementare) e porta a casa uno stipendio: Luisa aspira a fare l'attrice (con piccole parti a teatro e negli spot pubblicitari) e Angela è una pittrice sciroccata. A ravvivare ulteriormente l'atmosfera in casa, arriva il cugino di Carlina (Nichetti), che si era addormentato da piccolo guardando la televisione e si è appena risvegliato dopo un sonno durato oltre vent'anni... Il secondo film di Nichetti dopo "Ratataplan" è un libero susseguirsi di situazioni surreali e di scenette comiche ed episodiche che da un lato guardano alla comicità del muto (significativamente, nella casa delle ragazze spiccano, fra le altre cose, dei ritratti di Chaplin, Keaton, Oliver & Hardy e i fratelli Marx), per esempio nelle sequenze in cui il protagonista porta il caos in luoghi istituzionali (in chiesa, a teatro), e dall'altro cercano di abbozzare una satira sociale tipica della commedia all'italiana, benché filtrata attraverso l'ironia strampalata e grottesca, quasi "da fumetto", tipica dell'attore/regista. Il quale, fedele al proprio personaggio stralunato, resta in silenzio per l'intero film, con l'eccezione di un'unica frase, quella che dà il titolo al film (pronunciata durante le riprese di uno spot all'Idroscalo) e che diventa involontariamente un fortunato slogan pubblicitario per una bibita gassata. E proprio la pubblicità e la televisione, anzi la dipendenza (soprattutto da parte dei bambini e dei giovani) da questa, sono il filo conduttore della pellicola: sin dalla scena iniziale, in cui assistiamo all'indisciplina che regna nella classe in cui insegna Carlina (fra le altre cose, uno degli scolari fa il verso al Fonzie di "Happy Days"), per proseguire con l'attrazione irresistibile del bambino che vive in casa delle ragazze per i cartoni animati sul piccolo schermo (anche se non sembra far altro che guardarsi in loop la sigla italiana di "Gundam") e per la popolarità virale conquistata dal jingle "Ho fatto splash". Ma ce n'è per la società in generale (i giovani ribelli, il ladro gentiluomo, l'architetto "madonnaro", l'ingordigia degli invitati al pranzo di nozze, il mondo del teatro, con una presa in giro di Giorgio Strehler nella sequenza che mostra il suo allestimento de "La tempesta" di Shakespeare al Teatro Lirico). Guido Manuli ha collaborato alla sceneggiatura e ha disegnato le animazioni.

26 aprile 2018

Pleasantville (Gary Ross, 1998)

Pleasantville (id.)
di Gary Ross – USA 1998
con Tobey Maguire, Reese Witherspoon
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Rivisto in TV.

A causa di un telecomando "magico" (la trovata ricorda un po' quella di "Last Action Hero"), i fratelli David (Tobey Maguire) e Jennifer (Reese Witherspoon) si ritrovano intrappolati dentro il televisore, all'interno della sitcom anni '50 "Pleasantville", di cui di fatto sostituiscono i protagonisti Bud e Mary Sue. Il mondo di Pleasantville è sempre uguale a sé stesso, perfetto e conformista, con ruoli ben definiti e senza alcun elemento "controverso" (i letti sono separati, i libri hanno le pagine bianche, i pompieri salvano soltanto gattini): ma l'arrivo dei due ragazzi "moderni" introduce quell'elemento di novità (a cominciare dal sesso) che scompiglierà tutto, colorando progressivamente (e letteralmente!) quello che era un universo in bianco e nero. Un'idea carina per un film che, dopo la prima mezz'ora, si fa via via più stucchevole e retorico, un inno all'anticonformismo e alla scoperta di sé (il passaggio dal bianco e nero al technicolor avviene nel momento in cui una persona esce dai rigidi confini della propria personalità: per gli abitanti di Pleasantville è la scoperta che esiste qualcosa al di là del mondo in cui hanno vissuto fino ad allora; per David/Bud è l'istante in cui sveste i panni del "bravo ragazzo" e non esita a sporcarsi le mani per difendere sua madre; per Jennifer/Mary Sue è la fase della maturazione e della responsabilità) con una metafora ripetuta, esplicita e priva di sottigliezza. Ogni paragone con il quasi contemporaneo (e ben più profondo) "The Truman Show" sarebbe un'ingiustizia verso quest'ultimo. Anche qui, comunque, non manca la lettura religiosa in chiave antimoralista: Pleasantville è il "noioso" giardino dell'Eden dal quale si può fuggire assaggiando il frutto proibito dell'albero della conoscenza, come suggerisce la scena in cui una ragazza porge a Bud una mela rossa. Il film è passato alla storia per essere stato una delle prime pellicole completamente rielaborata in digitale (in modo da permettere gli effetti con i colori). William H. Macy e Joan Allen sono i genitori dei ragazzi nel telefilm, Jeff Daniels è il proprietario del fast food, J. T. Walsh (morto poco dopo le riprese) il capo della polizia.

18 dicembre 2017

Re per una notte (Martin Scorsese, 1983)

Re per una notte (The King of Comedy)
di Martin Scorsese – USA 1983
con Robert De Niro, Jerry Lewis
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Rivisto in DVD.

L'aspirante comico Rupert Pupkin (De Niro), dopo aver tentato inutilmente di avvicinare il celebre anchorman televisivo Jerry Langford (Lewis) per convincerlo a invitarlo nel suo show, lo sequestra con l'aiuto di un'altra fan sciroccata (Sandra Bernhard), costringendo così i suoi produttori a farlo apparire in onda per una sera. "Ognuno di noi può avere quello che vuole, purché sia disposto a pagarne il prezzo". Commedia satirica sul fanatismo, sui sogni di gloria e sul fascino delle celebrità e dei VIP: considerato un lavoro "minore" nella filmografia di Scorsese (che in quegli anni stava meditando di non girare più pellicole di finzione), affronta in maniera convincente e diretta molti temi della cultura popolare americana, senza accondiscendenza ma mettendone in luce gli aspetti più patologici e distorti. Istrionico e instancabile, Pupkin è un personaggio dominato dalle illusioni e dalle manie di grandezza (da cui il suo soprannome, "il re dei comici"), invadente ai limiti dell'indisponente, che confonde la fantasia con la realtà (come quando racconta a tutti di essere diventato amico e collega di Jerry solo per aver scambiato con lui un paio di frasi, o quando si presenta nella villa di campagna del divo, "convinto" di essere stato invitato) e sogna ad occhi aperti la fama e il successo come forma di riscatto per un'esistenza mediocre e patetica (non a caso tutte le sue battute, quando finalmente farà il suo show, ironizzano sulla sua vita infelice). Alla fine, in fondo, l'avrà vinta: "Meglio re per una notte che buffone per sempre", chiosa. L'improbabile lieto fine in cui Pupkin, uscito dal carcere, diventa una celebrità (e che, beninteso, potrebbe anche essere tutta una fantasia del protagonista, proprio come altre scene cui abbiamo assistito in precedenza) ricorda naturalmente quello di "Taxi Driver", quando Travis Bickle – altro personaggio "scollegato dalla realtà" – viene acclamato come un eroe. All'istrionismo e all'affabilità di De Niro (doppiato magistralmente, come sempre, da Ferruccio Amendola nell'edizione italiana), che ha improvvisato numerose scene, fa da contraltare un Jerry Lewis mai così serio e privo di humour, che appare sempre maldisposto verso i fan che lo assediano e lo infastidiscono: per il suo ruolo erano stati presi in considerazione anche Johnny Carson, Frank Sinatra e Dean Martin. Diahnne Abbott, che interpreta Rita, l'ex fiamma di Pupkin, all'epoca era sposata proprio con De Niro. Scorsese si concede un breve cameo nel ruolo di un regista televisivo. Nel 2019 il film ispirerà "Joker".

24 agosto 2017

Quinto potere (Sidney Lumet, 1976)

Quinto potere (Network)
di Sidney Lumet – USA 1976
con William Holden, Faye Dunaway
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Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

L'anziano giornalista televisivo Howard Beale (Peter Finch), in crisi esistenziale anche perché, dopo anni di onorato servizio, sta per essere licenziato a causa dei bassi indici di ascolto, annuncia durante il telegiornale la sua intenzione di suicidarsi in diretta entro una settimana. Naturalmente l'audience schizza alle stelle, e i responsabili della rete tv gli offrono la possibilità di esternare, in un programma tutto suo, qualsiasi cosa gli passi per la testa. L'amico Max Schumacher (William Holden), direttore della sezione news, tenta inutilmente di opporsi: viene esautorato dal suo incarico, che passa nelle mani della spregiudicata Diana Christensen (Faye Dunaway), ideatrice di programmi che ricorrono a qualsiasi mezzo e qualsiasi argomento pur di provocare la reazione del pubblico. Quando però le “sparate” di Beale si faranno sempre più scomode e l'indice di gradimento ricomincerà a scendere, nell'impossibilità di cacciarlo di nuovo (perché ormai entrato nelle grazie del proprietario del network), i responsabili della programmazione, guidati dal cinico Frank Hackett (Robert Duvall), organizzeranno il suo omicidio in diretta tv. Più che una satira, una lucida e feroce critica al mondo della tv commerciale, descritto come cinico e insensibile e che l'anziano Max identifica con la giovane e rampante Diana, incapace di provare veri sentimenti e che sostituisce alla realtà un mondo fittizio fatto di cinismo e spettacolarizzazione. Sceneggiato da Paddy Chayefsky, il film è stato intitolato in italiano “Quinto potere” per fare il verso al capolavoro di Orson Welles: ma più che semplicemente la stampa e la televisione, il quarto e quinto potere andrebbero interpretati rispettivamente come il giornalismo che manipola l'opinione pubblica (ossia il potere dei mass media) e la volgarizzazione dell'intrattenimento (ossia il loro inevitabile scadimento con il puro fine della crescita dell'audience). Per Diana i programmi possono parlare di qualsiasi cosa, purché solletichino gli istinti degli spettatori e portino profitto. Non importa se si tratti di idee controverse o pericolose: si può persino sostituire il telegiornale con le previsioni di un'indovina, o finanziare un gruppo terrorista per mostrarne le azioni in anteprima. Beale, addirittura, diventa il “pazzo profeta dell'etere”, un guru in grado di manipolare le masse con il suo anticonformismo, all'insegna dello slogan “Sono incazzato nero, e tutto questo non lo tollererò più”: una specie di Beppe Grillo ante litteram. E naturalmente questo tipo di tv passa sopra a ogni vita e a ogni rapporto umano, visto che tutto è sacrificabile e contano solo lo share e l'indice di gradimento. Nel cast anche Wesley Addy, Ned Beatty e Beatrice Straight. Grande successo di critica, con dieci nomination e quattro premi Oscar vinti: per le interpretazioni a Finch (assegnato postumo), Dunaway e Straight (per soli cinque minuti di apparizione sullo schermo: record minimo di sempre), per la sceneggiatura a Chayefsky.

17 febbraio 2017

Osterman weekend (Sam Peckinpah, 1983)

Osterman Weekend (The Osterman Weekend)
di Sam Peckinpah – USA 1983
con Rutger Hauer, John Hurt
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Rivisto in DVD.

L'anchorman televisivo John Tanner (Rutger Hauer) viene contattato dall'agente della CIA Lawrence Fassett (John Hurt), che gli rivela come tre dei suoi migliori amici – ex compagni di università che come ogni anno si appresta ad ospitare nel suo villino per trascorrere il weekend insieme – siano in realtà delle spie al servizio del KGB. Tanner lascia dunque che la propria casa venga riempita di microfoni, telecamere e schermi nascosti per consentire a Fassett e ai suoi uomini di tenere d'occhio tutto quanto accadrà nei due giorni: e nel frattempo cerca di capire quale dei tre amici potrebbe essere più facilmente "comprato" e convinto a cambiare nuovamente bandiera. Naturalmente, il weekend si svolge all'insegna delle tensioni più o meno sotterranee... Da un romanzo di Robert Ludlum, l'ultimo, confuso e fallimentare film di Sam Peckinpah. Il vecchio Sam, inviso a tutti i produttori e piagato da problemi di salute (e dalla dipendenza dall'alcol e dalle droghe), non lavorava ormai da cinque anni, e pur di tornare dietro la macchina da presa accettò uno script che lo convinceva ben poco. Ma se il film ha tanti difetti (la sceneggiatura manca di ritmo ed equilibrio, i buchi logici abbondano, la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga quando non è proprio priva di senso), la regia riesce a tenere botta almeno nelle scene d'azione, quelle della guerriglia notturna fuori e dentro la casa di Tanner (una home invasion che ricorda "Cane di paglia"). E i temi di fondo riecheggiano quelli cari da sempre a Peckinpah: l'amicizia tradita, la perdita dei valori, la fine di un mondo (con la falsa etica dei giorni nostri), l'ambiguità fra bene e male (la pellicola cambia continuamente le carte in tavola su chi siano i buoni e chi i cattivi), lo sberleffo finale, cui si aggiungono quelli – nuovi per lui, ma quanto mai d'attualità – della tecnologia usata per sorvegliare e ascoltare tutti, dell'invadenza della televisione e dei mass media, della fabbricazione della verità a uso e consumo di un pubblico invisibile o disposto a farsi ingannare ("La verità è una bugia che non è ancora stata scoperta", dice uno dei personaggi). Il voyeurismo e la necessità degli agenti dell'FBI di spiare e controllare ogni cosa raggiunge in culmine quando Fassett, sui suoi tanti monitor, contemporaneamente spia quello che accade nella casa e guarda una partita di football. Se non propriamente bello, il film è dunque almeno interessante e, se vogliamo, uno dei lavori più "filosofici" del regista. Ovviamente gli fu tolto il montaggio finale, e molte scene da lui dirette (compreso l'incipit) furono eliminate. Peckinpah morirà l'anno seguente, nel 1984. Buono il cast, con diversi attori importanti che accettarono un compenso ridotto pur di lavorare col vecchio Sam: Burt Lancaster è Danforth, il capo della CIA; Craig T. Nelson (Osterman), Dennis Hopper (Tremayne) e Chris Sarandon (Cardone) sono i tre amici di Tanner; Meg Foster, Cheryl Carter e Helen Shaver sono le mogli.

11 giugno 2016

Fahrenheit 451 (François Truffaut, 1966)

Fahrenheit 451 (id.)
di François Truffaut – GB/USA/Francia 1966
con Oskar Werner, Julie Christie
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Rivisto in DVD.

Considerato dallo stesso regista il suo lungometraggio dalla realizzazione più "faticosa", questo adattamento del romanzo di Ray Bradbury è un lavoro decisamente atipico nella carriera di Truffaut: si tratta del suo primo (e unico) film girato all'estero e in lingua inglese, del suo primo film a colori, e del primo (e unico) di genere fantascientifico, anche se sarebbe più preciso dire distopico. Il testo di Bradbury ha infatti contribuito, insieme a "1984" di Orwell, a fondare il filone, stabilendo tutti quei luoghi comuni che caratterizzeranno un genere che resterà particolarmente in voga negli anni sessanta e settanta (da "THX 1138" a "la fuga di Logan"). In una società futura in cui leggere è proibito (perché "i libri rendono la gente infelice e antisociale"), il protagonista Montag fa parte del corpo dei pompieri, ovvero di coloro che sono incaricati di bruciare i libri che la gente, ostinatamente, continua a tenere nascosti nelle proprie case. Montag non sembra aver dubbi, esegue ciecamente gli ordini e segue le regole che gli vengono imposte senza interrogarsi sul perché. Eppure è diverso dagli altri suoi colleghi: a un certo punto, spinto dalla curiosità instillatagli da una misteriosa ragazza, si azzarda a leggere uno dei volumi che sequestra e scopre che al suo interno ci sono vita, sentimenti, emozioni, ovvero tutto ciò che nel mondo attorno a lui è ormai assente, fra persone tenute nell'ignoranza, anestetizzate dal conformismo (è vietato anche avere capelli lunghi!), dai farmaci e dalla televisione (onnipresente in ogni casa, con schermi giganti a parete, da cui sono dipendenti soprattutto le donne: casalinghe che si illudono di far parte di una "grande famiglia" e che chiamano "cugine" le annunciatrici televisive). Insomma, un mondo popolato da automi, privi di emozioni e di veri rapporti umani, e paradossalmente pronti in ogni istante a denunciare il prossimo (e anche i propri familiari) per presunti comportamenti antisociali.

Pur essendo tecnicamente un film di fantascienza, sullo schermo c'è poco spazio per la tecnologia futuristica e gli effetti speciali (da citare i suddetti schermi televisivi, praticamente identici a quelli odierni, interattività compresa; i veicoli, fra cui spicca una metropolitana sospesa; e gli edifici, freddi, moderni e razionali), perché l'attenzione di Truffaut è rivolta agli aspetti sociali e ideologici della vicenda, alla rappresentazione di una società che ha volontariamente messo al bando la cultura scritta per poter meglio controllare i suoi cittadini. L'intuizione più geniale, non a caso, è quella della comunità di ribelli alla quale Montag finirà con l'unirsi: gli "uomini libro", che vivono clandestinamente in aperta campagna e ognuno dei quali ha imparato a memoria un libro, da tramandare di generazione in generazione, per evitare che scompaia per sempre. Il titolo "Fahrenheit 451" si riferisce alla temperatura alla quale bruciano i libri, corrispondendente a 232,7 gradi Celsius (in realtà pare che sia più bassa): il numero 451, insieme a una salamandra stilizzata, compare sulle caserme e sulle divise del corpo dei pompieri. Oskar Werner (Montag) aveva già recitato per Truffaut in "Jules e Jim". Julie Christie interpreta un doppio ruolo: Linda (la moglie di Montag) e Clarisse (la ribelle che instilla nel protagonista i primi germi della curiosità per la lettura), ovvero i due estremi del conformismo e dell'anticonformismo nella vita di Montag. Da notare che i titoli di testa sono letti a voce anziché essere scritti sullo schermo (come avevano fatto Orson Welles ne "L'orgoglio degli Amberson" e Jules Dassin ne "La città nuda", ma qui la trovata è molto più in contesto). La colonna sonora è di Bernard Herrman, il compositore preferito da Alfred Hitchcock, da sempre ammirato dal regista francese. Fra i tantissimi libri che si vedono bruciare sullo schermo (compreso il "Mein Kampf" di Hitler), c'è anche una copia dei "Cahiers du Cinéma", la rivista sulla quale scriveva lo stesso Truffaut. Anche Bradbury è citato esplicitamente (uno degli "uomini libro", infatti, è "Le cronache marziane").

6 marzo 2016

Eroe per caso (Stephen Frears, 1992)

Eroe per caso (Hero, aka Accidental hero)
di Stephen Frears – USA 1992
con Dustin Hoffman, Geena Davis, Andy Garcia
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Visto in TV, con Sabrina.

Bernie LaPlante (Dustin Hoffman), ladruncolo e piccolo truffatore, salva da morte sicura i passeggeri di un aereo di linea precipitato sull'autostrada, aiutandoli a fuoriuscire dalla carlinga prima che il velivolo esploda, per poi dileguarsi nel nulla (lasciando dietro di sé, come Cenerentola, solo una delle sue scarpe). A bordo dell'aeroplano c'era anche la giornalista televisiva d'assalto Gale Gayley (Geena Davis), che fa di tutto per rintracciare il proprio salvatore, identificandolo infine in John Bubber (Andy Garcia), un senzatetto che era entrato per caso in possesso dell'altra scarpa di Bernie. Celebrato come un eroe puro e disinteressato, e ribattezzato "L'angelo del volo 104", Bubber diventa l'idolo e il modello di un'intera nazione, anche grazie al suo aspetto fotogenico e ai suoi sentiti discorsi ispirazionali. Ma quando Bernie viene a sapere che l'emittente per cui Gale lavora ha riservato all'eroe una ricompensa di un milione di dollari, cerca in ogni modo di reclamare il premio per sé: peccato che nessuno voglia ascoltare la verità... Con una sceneggiatura di alto livello – che approfondisce i temi dell'eroismo e del coraggio, ma anche del potere dei media nel plasmare la verità, il tutto "giocando" con la retorica ma senza risultare retorica a sua volta – e tre ottimi interpreti (Hoffman su tutti), è uno dei migliori film di Frears, regista abile e versatile ma con molti alti e bassi. La progressione della vicenda mostra chiaramente come la divisione manichea fra buoni e cattivi di tanto cinema hollywoodiano non abbia qui spazio: sia LaPlante che Bubber sono in parte eroi e in parte truffatori, hanno un lato altruista e coraggioso e un altro egoista e interessato, tanto da non essere veramente rivali quanto due facce della stessa medaglia (e infatti solo mettendosi insieme riescono a trovare un accordo soddisfacente per tutti). LaPlante, in particolare, è un personaggio straordinario: eroe riluttante e cinico, da amare e da odiare contemporaneamente (come ammette anche la sua ex moglie). Sull'intera vicenda aleggia un'atmosfera – quanto mai gradita – da classico cinema hollywoodiano anni trenta, nello stile di Preston Sturges ("Evviva il nostro eroe"), Frank Capra o William Wellman ("Nulla sul serio"). Nel cast anche Joan Cusack (l'ex moglie di Bernie) e Chevy Chase (il direttore dell'emittente televisiva).

11 novembre 2015

Public access (Bryan Singer, 1993)

Public access (id.)
di Bryan Singer – USA 1993
con Ron Marquette, Dina Brooks
**1/2

Visto in divx.

Un misterioso viaggiatore, Whiley Pritcher, giunge nella piccola città di Brewster e acquista uno spazio presso l'emittente televisiva locale (una cosiddetta "public access television", ovvero una stazione che permette a chiunque, dietro pagamento, di mandare in onda i propri contenuti), dando vita a un talk show per discutere i problemi della cittadina ("Cosa c'è che non va a Brewster?" diventa la sua catch-phrase). Ben presto quella che sembrava una città idilliaca, priva di criminalità e con una fiorente occupazione, comincia a rivelare i suoi altarini: all'inizio, piccole beghe fra vicini o discussioni sulla moralità dei personaggi pubblici; e poi la corruzione nascosta del sindaco Breyer, che pure Whiley sostiene apertamente nel corso delle sue trasmissioni. Ma chi è Whiley e quali sono i suoi veri intenti? Il film d'esordio di Bryan Singer, girato in soli 18 giorni e con pochi soldi quando aveva soltanto 28 anni, è uno strano viaggio all'interno della provincia americana, con riflessioni sul fragile benessere delle comunità (nei dialoghi si cita il caso di Flint, la cittadina del Michigan che subì un crollo demografico e sociale per la crisi dell'industria automobilistica cui doveva la propria prosperità, come raccontato da Roger Moore nei suoi documentari) ma anche sul potere manipolatorio dei mass media, sull'ambiguità dei politici e sul fenomeno dei "predicatori" televisivi (anche se qui non si parla di religione ma di temi sociali). Forse un po' fumoso a livello di storia e di personaggi, il film brilla però per la regia di Synger, avvolgente e ipnotica, caratterizzata da lenti movimenti di macchina e da una fotografia virata sul rosso che a tratti dona connotazioni infernali agli scorci della tranquilla cittadina di Brewster (e non a caso, visto che una possibile lettura del film è quella che il misterioso Whiley sia una sorta di diavolo, giunto lì per seminare la zizzania). In effetti, la suspense è assicurata dall'ambiguità del personaggio principale, manipolatore e inquietante, venuto dal nulla e senza un passato, di cui a lungo ignoriamo i veri motivi. La pellicola vinse il premio della giuria al Sundance Film Festival e valse al giovane cineasta quella notorietà che gli consentì di attirare qualche nome di punta (Kevin Spacey) per il suo secondo progetto, "I soliti sospetti", scritto – come questo – insieme al suo amico ed ex compagno di liceo Christopher McQuarrie, che riscosse un successo planetario. Un altro amico, John Ottman, ha curato sia il montaggio che la colonna sonora.

16 luglio 2013

Viva Zapatero! (Sabina Guzzanti, 2005)

Viva Zapatero!
di Sabina Guzzanti – Italia 2005
con Sabina Guzzanti, Rory Bremner
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Visto in TV, con Sabrina.

Documentario che, partendo dal caso di "Raiot" (la trasmissione televisiva satirica della stessa Guzzanti, sospesa nel 2003 da Raitre dopo una sola puntata per evidenti pressioni politiche e nonostante l'elevato indice di ascolto, di cui ripresenta diversi spezzoni), affronta l'argomento della censura, della libertà d'opinione, dei doveri e dei limiti della satira, e del ruolo del giornalismo nell'Italia berlusconiana. Si comincia ricordando "l'editto bulgaro" (quando Berlusconi si scagliò contro conduttori, giornalisti e comici a lui sgraditi come Biagi, Santoro e Luttazzi, e questi furono prontamente rimossi dalla tv pubblica), si segue raccontando la vicenda di "Raiot", si intervistano personalità e attori come Dario Fo, Paolo Rossi (il comico), Rory Bremner (imitatore inglese di Tony Blair) e altri, si discute di come in Italia la satira sia mal tollerata dai politici, che la ostacolano in ogni modo (cosa che sarebbe impensabile in altri paesei europei, segnatamente Francia e Gran Bretagna), di come il "regime" berlusconiano prosperi anche grazie a giornalisti conniventi o poco coraggiosi, che lasciano di fatto il compito di informare il pubblico ai comici e agli intrattenitori, di come questi ultimi debbano fare continuamente i conti con intimidazione e censura (e siano accusati, come appunto nel caso della Guzzanti, di "non fare satira", e dunque messi a tacere anche e soprattutto quando raccontano cose vere). Il titolo, evidente parodia di "Viva Zapata!", si riferisce al leader socialista spagnolo che, da poco eletto, aveva fatto passare una legge che slegava la tv pubblica del suo paese dalle influenze della politica, auspicando che anche in Italia si potesse fare lo stesso. Interessante soprattutto per chi non conosce la vicenda o i suoi retroscena (è stato infatti apprezzato più dal pubblico straniero che da quello italiano), e utile per non dimenticare i nomi, i volti e le azioni di certi personaggi che all'epoca occupavano poltrone nel cda della Rai. La censura si combatte soprattutto continuando a parlare dell'oggetto censurato (e per fortuna esiste "l'effetto Streisand").