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18 ottobre 2022

Il peccato di Lady Considine (A. Hitchcock, 1949)

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn)
di Alfred Hitchcock – GB 1949
con Ingrid Bergman, Joseph Cotten, Michael Wilding
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Australia, 1831. Charles Adare (Wilding), gentiluomo irlandese giunto a Sydney per fare fortuna, conosce Sam Flusky (Cotten), ex galeotto che, scontata la pena, è diventato un ricco proprietario terriero. Questi lo assume per tenere compagnia alla moglie, Lady Henrietta Considine (Bergman), che vive isolata dalla società e soffre di depressione. La coppia, infatti, è tormentata da un tragico passato (lui fu condannato ai lavori forzati per aver ucciso in Europa il fratello di lei, che disapprovava la loro unione per via della differenza di classe: aristocratica la donna, un semplice stalliere l'uomo) e da un stigma sociale che non l'ha abbandonata nemmeno all'altro capo del mondo... Secondo film in technicolor di Hitchcock dopo il precedente "Nodo alla gola", nonché terzo e ultimo con la Bergman come protagonista (dopo "Notorious" e "Io ti salverò"), segna anche il breve ritorno di sir Alfred in Inghilterra, dove dirigerà ancora un altro film ("Paura in palcoscenico") prima di ritrasferirsi definitivamente a Hollywood. Si tratta di un melodramma romantico a sfondo storico-sociale, piuttosto sopra le righe e abbastanza lontano dai soliti thriller cari al regista (anche se non mancano paralleli con lavori realizzati in precedenza, si pensi a "Rebecca"): l'ottima qualità della regia, assai mobile ed elaborata, che fa ampio ricorso a lunghi piani sequenza, e l'uso dei colori, quasi pastello, dona all'insieme un'aura tutta particolare, al limite dell'astratto o dell'irreale, il che gli consente di superare i limiti di un soggetto – tratto da un romanzo di Helen Simpson – da soap opera (un mix fra "L'amante di Lady Chatterley" e certi polpettoni storici ambientati in luoghi esotici), evidenti per esempio nel personaggio della governante Milly (Margaret Leighton), la domestica di casa, ambigua e manipolatrice. Buone le prove degli attori: da ricordare il lungo monologo della Bergman in cui Henrietta confessa a Charles il proprio tragico passato. Il film è noto in Italia anche con il titolo "Sotto il capricorno", traduzione letterale dell'originale (il capricorno in questione è il tropico che attraversa l'Australia).

2 agosto 2022

Terrore sul Mar Nero (N. Foster, 1943)

Terrore sul Mar Nero (Journey into fear)
di Norman Foster [e Orson Welles] – USA 1943
con Joseph Cotten, Dolores del Río
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

In viaggio a Istanbul con la moglie (Ruth Warrick), l'ingegnere americano Howard Graham (Joseph Cotten) scopre di essere l'obiettivo di un sicario (Jack Moss) al soldo di un nazista (Eustace Wyatt), che intende impedire che la ditta per la quale lavora fornisca armi alla Turchia. Per proteggergli la vita, il colonnello dei servizi segreti turchi Haki (Orson Welles) gli impone di viaggiare su un piccolo battello mercantile diretto al porto georgiano di Batumi, da dove si imbarcherà per gli Stati Uniti. Ma a bordo della nave, fra i variopinti passeggeri, si trovano anche l'assassino e il suo mandante... Fiacco thriller spionistico ambientato in tempo di guerra, dai toni vagamente hitchcockiani, con un Cotten (anche sceneggiatore) che sembra un po' un pesce fuor d'acqua, in balia degli avvenimenti che si svolgono intorno a lui. Il principale motivo di interesse è dato dalla presenza di Orson Welles, che inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo: sarebbe stato il suo terzo film da regista, dopo "Quarto potere" e "L'orgoglio degli Amberson". Il protrarsi della lavorazione di quest'ultimo gli impedì di farlo, e lo stesso Welles suggerì Foster (con cui aveva lavorato nel progetto incompiuto "It's all true") come suo sostituto. Non accreditato, il buon Orson ha comunque contribuito alla sceneggiatura e allo storyboard, nonché diretto alcune sequenze, come quella di apertura che presenta il killer prima dei titoli di testa (una novità per l'epoca) e quella nel finale dello scontro sul cornicione dell'albergo, sotto la pioggia. In ogni caso, la produzione intervenne pesantemente in fase di montaggio, ottenendo scarsi risultati al botteghino. Nel 2005 è emersa una versione più fedele alla visione originale di Welles. Del tutto inutile il personaggio femminile, la ballerina interpretata da Dolores del Rio che si ritrova a sua volta sulla nave insieme a Graham. Nel cast anche Jack Durant, Agnes Moorehead, Everett Sloane, più vari membri della Mercury Productions, la società dello stesso Welles. Esiste una versione colorizzata.

22 febbraio 2020

L'ombra del dubbio (A. Hitchcock, 1943)

L'ombra del dubbio (Shadow of a doubt)
di Alfred Hitchcock – USA 1943
con Joseph Cotten, Teresa Wright
**1/2

Visto in divx.

Quando lo zio Carlo (Joseph Cotten), l'elusivo fratello minore di sua madre, giunge da New York a casa loro, in California, per visitarli dopo tanto tempo, la giovane Carla (Teresa Wright), che ne condivide il nome (in originale si chiamano entrambi Charlie), è particolarmente contenta, essendo sempre stata affezionata a questo zio così misterioso, bello, benestante e con la fama di avventuriero. Ma ben presto le risulta evidente che Carlo sta scappando da qualcosa: e quando la ragazza scopre che la polizia è in cerca di un "killer di vedove" che si è dato alla fuga, si convince che proprio lo zio sia il responsabile dei delitti... Un insolito thriller di ambientazione familiare che lo stesso Hitchcock considerava fra i suoi lavori preferiti, dove la tensione del noir e il cinismo del mondo esterno fanno capolino nella quotidianità, nella routine e nelle convenzioni sociali di una famiglia del tutto normale e serena. Il mistero relativo allo zio e alle ragioni della sua fuga è prolungato per tutta la pellicola, con l'amata nipote che lentamente passa dall'iniziale fiducia verso di lui (il rapporto fra i due è talmente stretto da sfiorare la telepatia) alla paura e alla repulsione, senza che il resto della famiglia sospetti minimamente qualcosa: e la realtà si ritrova trasfigurata non solo dai sospetti (l'ombra del dubbio, come recita il titolo) ma anche dall'immaginazione, dalla fantasia e dai sogni, oltre che dalla fascinazione per la letteratura e i romanzi polizieschi che contagia anche altri membri della famiglia, come la piccola Anna (Edna May Wonacott), accanita lettrice, e il padre Joe (Henry Travers), che "gioca" con l'amico Herbie (Hume Cronyn) a inventare i modi più fantasiosi per uccidersi a vicenda. Se Carlo vive alla giornata (li suo motto è "non pensare al passato né al futuro, solo l'oggi esiste") e dietro l'apparenza affabile disprezza il mondo intero, per Carla l'intera vicenda rappresenta l'ingresso nell'età adulta, attraverso le fasi della disillusione verso lo zio e dell'innamoramento per il giovane poliziotto (Macdonald Carey) che dà la caccia all'assassino. Forse a uno spettatore moderno, che si aspetta sempre il twist finale, la conclusione può risultare deludente: ma ai tempi di Hitchcock l'attrattiva nasceva proprio dalla suspense in sé, dalla rappresentazione del crimine e delle devianze sullo schermo in un contesto apparentemente a loro estraneo, quello appunto della normalità e della quotidianità. Nel cast anche Patricia Collinge (la madre) e Wallace Ford (il poliziotto anziano). Sir Alfred fa un cameo nei panni dell'uomo che, giocando a carte, ha una scala completa di picche. Memorabile la preghiera serale della piccola Anna: "Signore, benedici la mamma, papà, Capitan Midnight, Veronica Lake e il presidente degli Stati Uniti". Alla sceneggiatura, ispirata forse dai delitti di Earle Nelson negli anni venti, ha lavorato anche lo scrittore Thornton Wilder. La colonna sonora di Dimitri Tiomkin, alla prima collaborazione con Hitchcock, cita ripetutamente il valzer "La vedova allegra" di Franz Lehár, che allude – insieme alle immagini di coppie che ballano – ai delitti del killer. Il doppiaggio italiano dell'epoca, oltre ad "italianizzare" i nomi dei personaggi, presenta una strana inflessione in alcune voci che lo rende particolarmente bizzarro: questo perché fu doppiato a Madrid, in attesa che la guerra finisse, ad opera di attori italiani che si trovavano momentaneamente nel paese iberico.

6 giugno 2019

Too much Johnson (Orson Welles, 1938)

Too much Johnson (id.)
di Orson Welles – USA 1938 [incompiuto]
con Joseph Cotten, Edgar Barrier
[sv]

Visto in TV.

Tre anni prima di lanciarsi ufficialmente nella regia cinematografica con "Quarto potere", Orson Welles – allora attivo in radio e a teatro – già si dilettava con la settima arte. Per mettere in scena la commedia "Too much Johnson" di William Gillette con la troupe del Mercury Theatre, aveva pensato di far precedere ciascuno dei tre atti in programma dalla proiezione di un film muto realizzato appositamente (un prologo di 20 minuti, più due intermezzi di 10 ciascuno). Si mise così alla macchina da presa e girò svariati metri di pellicola, con l'attore Joseph Cotten in un ruolo comico: nella prima parte assistiamo alla fuga del protagonista, dopo essere stato sorpreso con l'amante dal marito di lei. Nella seconda c'è la sua partenza dal molo a bordo di una nave da crociera. La terza, infine, è ambientata in una piantagione a Cuba (in realtà le sponde del fiume Hudson). Per motivi tecnici (la sala del teatro risultò troppo bassa per potervi installare lo schermo e il proiettore), la parte filmata dello spettacolo non venne mai utilizzata, e Welles stesso non completò mai il montaggio. Mai mostrata in pubblico, e a lungo ritenuta perduta in un incendio, una copia di lavorazione della pellicola (poco più di un'ora di girato) è stata riscoperta nel 2008 e proiettata per la prima volta a Pordenone nel 2013 nella sua integrità, comprese ripetizioni della stessa scena e frammenti in cui si intravede la troupe. La parte più interessante è sicuramente la prima, quella in cui Welles inscena un folle e scatenato inseguimento per le strade e sui tetti di Manhattan, che fa il verso alle comiche dei "Keystone Cops" di Mack Sennett e richiama le acrobazie di Buster Keaton e Harold Lloyd. Nelle sequenze già montate si riconoscono anche influenze dal cinema surrealista (come nel precedente corto "The hearts of age"), di quello espressionista tedesco (le angolazioni, le inquadrature) e della scuola sovietica (il rapido montaggio). Ma ci sono anche elementi già tipicamenti wellesiani, come l'uso degli spazi e delle ambientazioni (la scena fra le casse e le ceste vuote al mercato, quella in cui il marito toglie il cappello a tutti i passanti). Nonostante l'insuccesso, negli anni a venire Welles avrebbe provato altre volte a mescolare cinema e teatro ("The Green Goddess" nel 1939, "Around the World" nel 1946, "The Miracle of St. Anne" nel 1950, tutti film di cui al momento si sono perse le tracce).

15 maggio 2017

I cancelli del cielo (M. Cimino, 1980)

I cancelli del cielo (Heaven's Gate)
di Michael Cimino – USA 1980
con Kris Kristofferson, Isabelle Huppert
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Wyoming, 1890: i potenti allevatori di bestiame della contea di Johnson, mal tollerando la presenza di coloni e agricoltori vicino alle loro terre, si coalizzano per dichiarare guerra ai poveri immigrati che accorrono in gran numero dall'Europa, accusandoli di furto. E assoldano una banda di mercenari per eliminare gli elementi più scomodi della comunità. Sulla death list figura anche la tenutaria del bordello locale, la francese Ella (Huppert), amata sia da James Averill (Kristofferson), ricco possidente divenuto il tutore della legge nella contea, sia da Nathan Champion (Christopher Walken), pistolero al servizio degli stessi allevatori. Film fluviale (219 minuti nella versione originale, poi ridotti a 149), epico e "maledetto", passato alla storia più per il suo clamoroso insuccesso che per i suoi indubbi meriti. L'ambizioso Cimino, reduce dai fasti de "Il cacciatore", aveva ricevuto carta bianca dalla United Artists, ma sforò ampiamente il budget e i tempi di lavorazione. E il flop al botteghino (la pellicola incassò solo 3,5 milioni di dollari dopo esserne costata 44) compromise di fatto la sua carriera, oltre a causare il fallimento della leggendaria casa di produzione (che fu venduta alla MGM, di cui divenne una sussidiaria). Le conseguenze furono a lungo termine: dopo "I cancelli del cielo", i grandi studios di Hollywood decisero di non lasciare più mano libera ai registi ma di controllare più da vicino le varie fasi della lavorazione, ponendo termine alla fase (durata tutti gli anni settanta) in cui autori come Scorsese, Bogdanovich e lo stesso Cimino avevano potuto girare con una libertà mai vista prima (Spielberg dovrà fondare una sua personale casa di produzione, la DreamWorks, per continuare a fare i film che voleva). Anche il genere western ne risentì, sparendo di fatto dai radar delle grandi produzioni (e ricomparendovi solo sporadicamente, più di un decennio dopo, per esempio con "Balla coi lupi" o "Gli spietati").

Snobbato dal pubblico e rivalutato solo in seguito, il film ha certo i suoi difetti. La durata è effettivamente estenuante (sequenze come l'introduzione al college, ambientata vent'anni prima, potevano essere ridotte: ma si sa, Cimino è innamorato della lunghezza delle proprie scene), la sceneggiatura non è sempre convincente, la caratterizzazione dei personaggi lascia alquanto a desiderare (molti sembrano francamente inutili – come il locandiere John Bridges, interpretato dal quasi omonimo Jeff Bridges – o poco significativi – come l'ex amico Billy Irvine, simbolo della codardia, interpretato da John Hurt). Questo vale in particolare per i cattivi, le cui motivazioni sono schematiche e i comportamenti generici. Ma il motivo per cui la pellicola fu ferocemente attaccata dalla critica americana è probabilmente ideologico, visto che il film lancia "un attacco frontale al Sogno Americano", rappresentando in negativo i ricchi imprenditori e proprietari terrieri, forti per di più di elevati appoggi politici, e in positivo i miseri e gli umili che cercano solo di sopravvivere ("Sta diventando pericoloso essere poveri in questo paese", commenta uno di loro). La questione politica si fa esplicita nel momento in cui uno degli agricoltori accusa così i ricchi allevatori: "Si oppongono a qualsiasi iniziativa che migliori la situazione in questo paese, o che tenti di creare qualcosa di più del pascolo del bestiame a favore degli speculatori della costa orientale. Hanno portato avanti l'idea che i poveri non hanno voce in capitolo nelle questioni di questo paese". Cinematograficamente parlando, il film è sontuoso nell'idea e nella realizzazione, grazie anche alla fotografia di Vilmos Zsigmond (la polvere sollevata, che satura l'aria, è la caratteristica più evidente di molte scene, in particolare la battaglia finale). La colonna sonora di David Mansfield è integrata dal tema ricorrente del "Bel Danubio blu": dal valzer rapido e orgiastico nei cortili di Harvard alla versione lenta che si ode sul campo di battaglia. Nel cast anche Sam Waterston, Brad Dourif e Joseph Cotten. Walken e Bridges avevano già recitato per Cimino nei suoi due film precedenti.

13 ottobre 2016

Il terzo uomo (Carol Reed, 1949)

Il terzo uomo (The third man)
di Carol Reed – GB/USA 1949
con Joseph Cotten, Alida Valli, Orson Welles
***

Visto in divx.

Nella Vienna dell'immediato dopoguerra, semidistrutta e divisa in settori governati dalle varie forze di occupazione, lo scrittore di romanzi pulp Holly Martins (Cotten) cerca di scoprire la verità sull'amico Harry Lime, apparentemente morto in un incidente stradale (ma le testimonianze sull'accaduto si contraddicono, per esempio sulla presenza sul posto di un misterioso "terzo uomo") e accusato dalla polizia di gestire un lucroso traffico di medicinali sul mercato nero. Da una sceneggiatura di Graham Greene (che ne ricavò anche un romanzo), un noir cinico e affascinante, reso celebre soprattutto dall'interpretazione di Orson Welles nei panni di Lime, personaggio sardonico e mefistofelico, la cui comparsa a metà del film (memorabile la scena del gattino che ne rivela la presenza sotto il portone) trasforma quello che era un semplice giallo a sfondo spionistico in un torbido intrigo sui temi dell'amore e dell'amicizia. A Welles si deve anche la battuta più famosa della pellicola, quella con il quale il personaggio giustifica la propria natura malvagia ("In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos'hanno prodotto? L'orologio a cucù"), che l'attore aggiunse di proprio pugno a margine della sceneggiatura. Alida Valli (che nei titoli di testa è accreditata con il solo cognome, una trovata del produttore David O. Selznick "per farla sembrare ancora più esotica") interpreta Anna, l'amante di Harry di cui si innamora anche Holly (ma per tutto il film lei sembra non ricordarsi nemmeno il suo nome, e lo chiama costantemente – e freudianamente – come l'amico). A proposito: nel romanzo di Greene il protagonista si chiamava Rollo, e in effetti Anna osserva che Holly è un nome "ridicolo" per un uomo (guarda caso, anche il regista Carol Reed porta un nome che solitamente è considerato femminile). Nella versione italiana, in ogni caso, il nome è storpiato in Alga Martin. La regia, aiutata dalla fotografia di Robert Krasker (che rievoca l'espressionismo tedesco), premiata con l'Oscar, ricorre a inquadrature sghembe e giochi di luci e ombre per dar vita a una Vienna cupa, maestosa e decadente, popolata da personaggi ambigui e infidi, dove il pericolo è dietro ogni angolo e dove amici e nemici si confondono. Bello il finale, con la fuga di Lime attraverso cunicoli sotterranei e fognature. Sicuramente è il film più "wellesiano" fra quelli non diretti da lui (al punto da lasciar sospettare che il coinvolgimento dell'attore sia stato maggiore di quanto dichiarato). Greene aveva previsto un lieto fine, suggerendo che Holly e Anna si mettessero insieme, ma il regista e il produttore lo ritennero troppo artificiale. Celebre anche la colonna sonora, composta e suonata da Anton Karas con la cetra austriaca (Zither, strumento al quale è dedicata anche l'inquadratura nei titoli di testa): il tema principale divenne popolarissimo all'istante ed è ancora oggi uno dei motivi cinematografici più noti al grande pubblico.

18 aprile 2013

L'infernale Quinlan (Orson Welles, 1958)

L'infernale Quinlan (Touch of Evil)
di Orson Welles – USA 1958
con Charlton Heston, Orson Welles
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Paola, Marco, Eleonora, Ginevra, Florian e Sabine.

Una bomba fa esplodere l'auto di un ricco industriale, proprio sul confine fra Messico e Stati Uniti. A indagare è il detective americano Hank Quinlan (Orson Welles), con il collega messicano Mike Vargas (Charlton Heston) a fare da osservatore. I due non potrebbero essere più diversi: al primo interessa soltanto mandare in galera l'assassino, anche a costo di falsificare le prove, mentre per il secondo è fondamentale soprattutto rispettare la legge. Lo scontro fra i due poliziotti finisce per coinvolgere anche la moglie di Vargas, Susan (Janet Leigh), che viene sequestrata da Joe Grandi (Akim Tamiroff), capo della banda che Vargas sta mandando sotto processo in Messico... Da un mediocre romanzo giallo di Whit Masterson ("Badge of Evil": pare che Welles avesse chiesto ai produttori lo script peggiore che avessero a disposizione, in modo da dimostrare di essere in grado di trarre un bel film da qualsiasi materiale) un capolavoro del cinema noir, considerato da molti critici come il canto del cigno del genere ("l'epoca d'oro" del noir classico, in effetti, va dai primi anni quaranta ai tardi anni cinquanta). Ai tempi Welles era caduto in disgrazia presso i produttori hollywoodiani e da una decina di anni lavorava per lo più in Europa (sfornando, fra l'altro, capolavori come "Othello"): la possibilità di tornare alla regia (e alla sceneggiatura) gli venne data per insistenza dello stesso Charlton Heston (che qui interpreta il protagonista messicano, con un pesante trucco che sarà oggetto di ironia anche a distanza di anni, come in un celebre scambio di battute in "Ed Wood"). Welles ne approfittò per riunire molti tecnici (dall'operatore Russell Metty al truccatore Maurice Siederman) e attori (Akim Tamiroff, Joseph Cotten) con cui aveva collaborato in passato. Alcuni ruoli furono dati ad amici che venivano a trovarlo sul set (ed ecco spiegati i camei di Zsa Zsa Gabor e soprattutto di Marlene Dietrich, la cui parte – quella della chiromante Tanya – fu girata in un solo giorno ma crebbe a tal punto che è proprio lei a pronunciare la frase finale della pellicola, una sorta di epitaffio per Quinlan: "Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era un grand'uomo"). Joseph Calleia, amico di lunga data di Welles, interpreta Menzies, il fedele collega di Quinlan, mentre Dennis Weaver è il guardiano notturno, mentalmente disturbato, del motel in cui viene rinchiusa Susie (tutta la sequenza dell'albergo sembra anticipare "Psycho", che Alfred Hitchcock avrebbe girato solo due anni dopo, guarda caso sempre con Janet Leigh come protagonista femminile). A riprese terminate, però, i produttori rimontarono il materiale già girato da Welles, eliminarono alcune scene o le sostituirono con altre fatte dirigere da Harry Keller, nell'intento di rendere più chiari alcuni passaggi della trama. Quando vide il risultato, il regista scrisse un celebre "appunto" di 58 pagine su come migliorare il montaggio finale. Non tutti i suoi suggerimenti vennero accolti, e il film uscì (pubblicizzato come un B-movie) nella versione voluta dallo studio. Nel 1978 la pellicola venne rieditata in una versione più lunga, ma solo nel 1998 uscì finalmente la cosiddetta "director's cut" che accoglieva gran parte dei suggerimenti di Welles (non tutte le scene da lui girate poterono però essere recuperate): fra questi, l'eliminazione dei titoli di testa, la presenza dei rumori ambientali nella sequenza iniziale e il montaggio parallelo delle vicende di Vargas e Susie.

Il film si apre con quello che è probabilmente il piano sequenza più celebre e citato di tutta la storia del cinema. Comincia con la ripresa ravvicinata di una bomba, tenuta in mano da un misterioso individuo che la innesca e poi la colloca in un'automobile, appena prima che un uomo e una giovane donna bionda salgano a bordo (da notare anche la corsa del misterioso attentatore, di cui si vede solo l'ombra proiettata su un muro). L'auto con la bomba si dirige verso la barriera doganale, per entrare negli Stati Uniti: lungo il suo tragitto si ferma più volte, per far passare il traffico o i pedoni, fra i quali ci sono anche Vargas e Susie, freschi sposini. La macchina da presa sale in cielo per oltrepassare un palazzo, si aggira rasoterra fra la folla e il traffico, si muove in orizzontale e in verticale con grande maestria. E nel frattempo la tensione sale, perché noi spettatori sappiamo che l'esplosione avverrà da un momento all'altro: anche la bionda sull'auto ne avverte l'imminenza ("Ho un ticchettio nella testa"), ma lo scoppio si verificherà solo quando la vettura avrà passato la frontiera, e in corrispondenza con il bacio fra Vargas e Susie. Menzionato e omaggiato in numerose pellicole (da "I protagonisti" di Robert Altman a "Boogie Nights" di Paul T. Anderson, da "Il fantasma del palcoscenico" di Brian De Palma a "Breaking News" di Johnnie To), questo sfoggio di abilità registica non è affatto fine a sé stesso, visto che mette in moto la vicenda e contemporaneamente presenta i personaggi principali, ed è graziato dalla colonna sonora di Henry Mancini, il cui ritmo richiama proprio il ticchettio della bomba. Ma il resto del film non è da meno, e alterna momenti sublimi (i duetti con la Dietrich, sempre ripresa in primissimo piano) ad altri forse imperfetti (la sottotrama di Susie nel motel si trascina francamente un po' a lungo). Il suo cuore, naturalmente, più che il protagonista Vargas è il personaggio di Hank Quinlan (d'altronde, da sempre nei noir i veri protagonisti sono i cattivi e i perdenti): laido e corrotto capitano di polizia, grasso a dismisura, provato nel fisico e nell'animo, ossessionato dal passato (la moglie fu assassinata e lui non riuscì a far condannare l'omicida), ex alcolizzato e ora goloso di dolci, razzista (non si contano le frecciate contro i messicani), costretto dalla zoppia a camminare con un bastone, interpretato da un Welles che anche nella vita reale cominciava a essere fortemente sovrappeso e a soffrire problemi di salute (qui, comunque, è spesso inquadrato dal basso per accentuare il girovita, o da vicino per metterne in risalto il sudore e lo sporco). Al contrario di Vargas, Quinlan non ha alcun rispetto per la legge; e anziché alla deduzione, nelle indagini si affida solo alle sue "intuizioni", che si rivelano peraltro infallibili: anche se le prove che utilizza per incastrare gli assassini sono false, riesce sempre e comunque a individuare il vero colpevole. In questo modo la lotta fra i due si innalza rispetto al "semplice" scontro fra una canaglia e un idealista: diventa una battaglia fra giustizia e legalità, dove in fondo ciascuno dei due contendenti ha le sue ragioni, e il male si confonde con il bene. Anche lo scenario di frontiera in cui Vargas e Quinlan si aggirano è altrettanto confuso e ambiguo: si tratta di un mondo caotico e abitato da criminali, spogliarelliste, chiromanti, bande di drogati, che vivono fra topaie, discariche di rifiuti e alberghi equivoci, mirabilmente reso dalla fotografia in bianco e nero che accentua le ombre e le ruvidità, e da una regia barocca, stilizzata ed espressionista che ricorre spesso a inquadrature sghembe o dal basso, a sottolineare come anche l'azione non sia mai lineare. Proprio l'ambientazione "di confine" si rispecchia nei rapporti fra i personaggi: siamo in una sorta di "terra di nessuno" fra due paesi così vicini e legati fra loro, eppure così diversi e ostili l'uno con l'altro, che a volte riescono ad amarsi (Vargas e Susie) e a volte si scontrano irrimediabilmente (Vargas e Quinlan).

11 ottobre 2010

Quarto potere (Orson Welles, 1941)

Quarto potere (Citizen Kane)
di Orson Welles – USA 1941
con Orson Welles, Joseph Cotten
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Ilaria e Paola.

Alla scomparsa del magnate della stampa Charles Foster Kane, uomo ricco e potente che dalla propria vita ha avuto tutto e niente (modellato da Welles su William Randolph Hearst, che per questo motivo cercò in tutti i modi di boicottare l'uscita del film), un giornalista (William Alland) si interroga sul significato dell'ultima parola da lui pronunciata prima di morire nella sua immensa e sontuosa residenza di Xanadu: "Rosabella" (in originale, "Rosebud"). Nel corso delle sue indagini, il reporter intervisterà numerose persone che hanno conosciuto Kane, amandolo od odiandolo: la sua seconda moglie Susan Alexander (Dorothy Comingore), ex cantante d'opera fallita e alcolizzata; il suo braccio destro Bernstein (Everett Sloane), l'unico che gli è rimasto fedele; Jed Leland (Joseph Cotten), un tempo il suo migliore amico e ora in una casa di riposo; il maggiordomo di Xanadu, Raymond (Paul Stewart); in più consulterà le memorie del tutore di Kane da ragazzo, il defunto banchiere Thatcher (George Coulouris), che gli riveleranno informazioni sul suo passato e la sua famiglia. Ma l'insieme – complesso e contraddittorio – delle testimonianze e dei dettagli raccolti non gli permetterà di risolvere il rompicapo di "Rosebud", che invece Welles svelerà ai suoi spettatori soltanto nell'ultima inquadratura della pellicola: ciò che Kane rimpiangeva, giunto solo e infelice alla fine dei suoi giorni, era la serenità perduta della propria fanciullezza, quando non era altro che un bambino povero che giocava con una slitta sulla neve.

Forse non sarà il film più bello di tutti i tempi, come risulta dalla maggior parte dei sondaggi effettuati fra i critici cinematografici, ma sicuramente è uno dei più importanti: personalmente lo considero fra le tre pellicole che hanno maggiormente cambiato il linguaggio del cinema e fatto evolvere l'industria della settima arte, dividendone la storia – come uno spartiacque – in un prima e un dopo (le altre due sono naturalmente "Nascita di una nazione", 1915, e "Guerre stellari", 1977). A causa delle sue molteplici innovazioni, si tratta probabilmente anche della pellicola su cui sono stati scritti più saggi critici in assoluto, che ne sviscerano in ogni modo la tecnica (la fotografia di Gregg Toland, che consente di mettere a fuoco contemporaneamente gli elementi in primo piano e quelli sullo sfondo; le riprese dal basso, che mostrano il soffitto degli ambienti, una soluzione fino ad allora evitata perché si girava in teatri di posa; gli arditi movimenti di macchina, come quelli che dall'esterno entrano nel locale di Susan passando per il lucernario), la forma (la struttura a flashback, non lineare e antinarrativa; l'inserimento del finto cinegiornale all'inizio, che dona a tutto il film un'atmosfera da documentario; le scenografie barocche, con conseguente complessità visiva; l'utilizzo inedito degli effetti speciali; l'ampio ricorso al trucco, con l'invecchiamento di quasi tutti i personaggi principali) e i contenuti (la "dissezione" del protagonista, o meglio della figura centrale del film, mostrata da molteplici punti di vista che talvolta ricordano uno stesso episodio in maniera diversa; la personalità enigmatica di Kane, narcisista e ambizioso ma anche liberale e difensore degli oppressi, accusato di essere fascista o comunista a seconda dei casi ma indubbiamente un uomo grandioso, eccessivo e pienamente "americano", come lui stesso si definisce; la fusione della sua vicenda personale con gli ultimi decenni della storia degli Stati Uniti, dalla guerra di Cuba alla grande depressione; e naturalmente la denuncia del potere dei mass media, in grado di manipolare l'opinione pubblica, di influenzare le carriere politiche nel bene o nel male e persino di scatenare conflitti bellici, come nel caso della guerra ispano-americana che lo stesso Hearst/Kane fu accusato di aver istigato: un aspetto, questo, messo in particolare risalto dal titolo italiano del film, che indica nel controllo dei media il "quarto potere" dopo quello legislativo, giudiziario ed esecutivo – argomento quanto mai d'attualità!), per non parlare delle vicissitudini produttive, a loro volta così tormentate e leggendarie da essere state narrate in molti altri film e documentari.

Il giovane e talentuoso Welles aveva infatti solo 25 anni (!) quando ha realizzato "Quarto potere", ma si era già conquistato una certa notorietà per le sue produzioni teatrali (dal Mercury Theatre da lui gestito proviene la maggior parte degli attori del film, molti dei quali al loro debutto cinematografico, come Joseph Cotten, Agnes Moorehead, Everett Sloane, Ray Collins, George Coulouris) e radiofoniche (celebre il caso de "La guerra dei mondi" che aveva terrorizzato gli ascoltatori, facendo credere che fosse davvero in atto un'invasione aliena), al punto da ottenere dalla RKO un contratto mai visto prima, con il diritto di sviluppare a sua completa discrezione il soggetto e la sceneggiatura, e persino il privilegio del final cut. Nonostante il successo di critica, il film incassò poco al box office – anche a causa del boicottaggio da parte di Hearst – e cadde quasi subito nel dimenticatoio: e Welles perse il proprio credito presso i produttori della RKO, che interferirono notevolmente nel successivo "L'orgoglio degli Amberson". La rivalutazione della pellicola comincia a partire dagli anni cinquanta, grazie ai critici francesi della Nouvelle Vague, e oggi – come detto – è tradizionalmente considerato "il più grande film di sempre". Per chi avesse qualche dubbio, sono innumerevoli le immagini, le sequenze, le frasi e i momenti entrati nell'immaginario collettivo (a partire dal meraviglioso incipit, con la morte di Kane mentre regge in mano la palla di vetro), così come gli spunti, le atmosfere e i concetti riutilizzati o citati in seguito da mille altri registi. Alcune curiosità: la sceneggiatura (che valse al film il suo unico premio Oscar) è stata scritta da Welles insieme a Herman J. Mankiewicz, fratello minore di Joseph L. Mankiewicz, a sua volta grande regista e sceneggiatore; la colonna sonora di Bernard Herrmann (anche lui all'esordio come compositore per il cinema e destinato a una grande carriera), considerata molto innovativa per come fonde la musica con le immagini, è stata in gran parte sostituita nell'edizione italiana da brani di musica classica.

4 gennaio 2010

Il ritratto di Jennie (W. Dieterle, 1948)

Il ritratto di Jennie (Portrait of Jennie)
di William Dieterle – USA 1948
con Jennifer Jones, Joseph Cotten
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Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Per rendere omaggio a Jennifer Jones, scomparsa di recente, mi sono visto uno dei suoi film più celebri e romantici, vero inno all'arte e all'amour fou con venature oniriche e fantastiche: una pellicola letteralmente fuori dal tempo, appena un poco contaminata dai linguaggi del noir e del melò. Ne è protagonista Joseph Cotten nei panni di Eben Adams, pittore spiantato e senza ispirazione che in una sera d'inverno a Central Park, nel cuore di New York, incontra Jennie, una misteriosa bambina, bellissima e vivace, che accende in lui una scintilla e gli fa tornare la voglia di dipingere. Nei giorni successivi la rivede in più occasioni, e ogni volta gli appare sempre più cresciuta, fino a quando – ormai diventata una giovane ragazza – accetta di farne il ritratto: la ragazza diventa la sua musa e ben presto anche l'oggetto del suo amore. Dopo essersi reso conto di essere l'unico in grado di vederla, scoprirà che si tratta di una persona già vissuta decenni prima e scomparsa in una furiosa tempesta in mare, al largo di un faro sulle coste del Massachusetts. Nel corso del loro ultimo, drammatico incontro, il pittore non potrà impedire la morte (già scritta) di Jennie: ma la sua figura gli darà l'ispirazione per rinnovare la propria arte. Il soggetto del film (l'amore che supera le barriere del tempo, della vita e della morte, unendo due persone destinate a incontrarsi anche se vissute in epoche diverse), di ispirazione chiaramente tardo-romantica, è sostenuto da una forma filmica decisamente particolare: ambienti e atmosfere surreali e pittorici (a volte nel paesaggio si intravede addirittura la trama della tela), frutto di riprese in esterni e non in studio, e una fotografia in bianco e nero che – nell'ultimo rullo della pellicola – viene dapprima virata in verde e in rosso e infine si mostra completamente a colori nell'inquadratura finale, quella del ritratto di Jennie esposto nel museo. La colonna sonora di Dimitri Tiomkin saccheggia Debussy ("Preludio al pomeriggio di un fauno" e altro), mentre nel resto del cast spicca Ethel Barrymore (la proprietaria della galleria d'arte). Nonostante l'intrecciarsi dei temi del ritratto e del tempo, la storia non ha quasi nulla a che vedere con "Il ritratto di Dorian Gray".

19 novembre 2009

Piano... piano, dolce Carlotta (R. Aldrich, 1964)

Piano... piano, dolce Carlotta (Hush... Hush, Sweet Charlotte)
di Robert Aldrich – USA 1964
con Bette Davis, Olivia de Havilland
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Ossessionata da un delitto commesso quarant'anni prima, quando era stata accusata di aver ucciso (e decapitato!) il suo amante nel corso di un sontuoso party, l'anziana, folle e scorbutica Charlotte Hollis vive ormai come una reclusa nella fatiscente dimora di famiglia. E la visita dell'unica parente rimastale, la "premurosa" cugina Miriam, contribuisce a risvegliare ricordi e incubi nella sua mente. Due anni dopo "Che fine ha fatto Baby Jane?", Aldrich sforna un altro thriller psicologico dai toni forti che ha molto in comune con il precedente: lo sceneggiatore (Lukas Heller), l'autore del romanzo dal quale è tratta la storia (Henry Farrell), l'interprete principale (la straordinaria Bette Davis; Joan Craword, a lei invisa, fu invece sostituita dopo pochi giorni di riprese dalla più "malleabile" Olivia de Havilland, che comunque è perfetta nella parte di un personaggio ambiguo come Miriam), alcuni comprimari (Victor Buono, che nel film precedente faceva il pianista e qui è il padre di Charlotte) e soprattutto i temi (faide familiari, incubi e follia), le atmosfere tese e gli spaventosi colpi di scena di una pellicola crudele, "a metà tra l'horror gotico e il melodramma granguignolesco". Uno degli spunti centrali è il forte complesso di padre della protagonista, che le impedisce di abbandonare la casa natale e di staccarsi dal trauma vissuto in gioventù, condizionandole di fatto l'intera esistenza. Il cast è arricchito da Joseph Cotten nei panni di Drew Bayliss, il subdolo medico di famiglia, e Agnes Moorehead in quelli di Velma, la cameriera impicciona. E ci sono anche Cecil Kellaway (il bonario agente delle assicurazioni di Londra che indaga pervicacemente sull'antico delitto) e Mary Astor (la vedova dell'amante di Charlotte). Indimenticabile la canzone-tormentone – intitolata come il film – che si sente ripetutamente nel corso della pellicola, e splendida la fotografia in bianco e nero, capace di accrescere l'angoscia e la suspense così come di rendere irreale e onirica la sequenza dell'allucinazione di Charlotte. Con sette nomination agli Oscar, il lungometraggio fece segnare un record per quanto riguardava il cinema horror (poi superato da "L'esorcista", con 10 nomination, nove anni più tardi).

30 luglio 2007

L'orgoglio degli Amberson (O. Welles, 1942)

L'orgoglio degli Amberson (The magnificent Ambersons)
di Orson Welles – USA 1942
con Joseph Cotten, Tim Holt
**1/2

Rivisto in DVD.

Per il suo secondo lungometraggio dopo il fenomenale "Quarto potere", Welles scelse di adattare un romanzo di Booth Tarkington, una saga generazionale che narra della caduta di una grande e ricca famiglia del sud degli Stati Uniti. Alla fine del diciannovesimo secolo, Isabel Amberson rifiuta per orgoglio la corte del giovane ed eccentrico Eugene Morgan, preferendo sposare un altro pretendente. Vent'anni dopo, sarà suo figlio George a innamorarsi della figlia di Morgan, Lucy, e a venirne respinto in una sorta di contrappasso. Ma ormai la ruota è girata e la fortuna degli Amberson è svanita nel nulla. Welles non si riservò alcun ruolo da attore e si limitò a stare dietro la macchina da presa: forse anche per questo il film non ebbe il successo sperato e la produzione, non appena ne ebbe l'occasione, incaricò il montatore (Robert Wise!) di accorciarlo di oltre 40 minuti, imponendo fra l'altro un lieto fine che stona con tutto il resto e annacqua decisamente la vicenda. Ne soffrono, oltre alla tensione drammatica che decolla solo a tratti, anche alcuni personaggi minori (come il maggiore Amberson, il padre di Isabel) che non vengono indagati a sufficienza. Tecnicamente, però, il film mostra tutta la maestria del suo autore, con movimenti di macchina e piani sequenza (come quello iniziale al ballo) che non avevano pari in quegli anni. Celebri, inoltre, i titoli di coda: non scritti, ma letti dalla voce di Welles in persona, che terminano con le parole "io ho scritto il film e l'ho diretto. Mi chiamo Orson Welles".