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11 ottobre 2013

The grandmaster (Wong Kar-wai, 2013)

The grandmaster (Yi dai zong shi)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/Cina 2013
con Tony Leung Chiu-wai, Zhang Ziyi
***

Visto al cinema Centrale.

Realizzato dopo un lavoro di preparazione e di ricerca durato otto anni (di cui tre trascorsi in giro per la Cina e Taiwan a intervistare grandi maestri di arti marziali a proposito della loro filosofia e del loro retaggio, un viaggio che è stato documentato nel film "The road to the Grandmaster"), il nuovo (capo)lavoro di Wong Kar-wai narra la storia di Ip Man (Tony Leung), il leggendario artista marziale che contribuì a rendere popolare il Wing Chun a Hong Kong negli anni cinquanta e sessanta, e che fu – tra le altre cose – il maestro di Bruce Lee (il bambino che si vede nel finale, insieme agli altri discepoli del protagonista, è senza dubbio Bruce!). La sua vicenda personale, che procede fra strappi ed ellissi, si dipana sullo sfondo di importanti eventi storici (la guerra civile, l'occupazione giapponese, l'indipendenza) e si intreccia con le vicissitudini delle scuole di arti marziali nella Cina repubblicana degli anni trenta, l'epoca d'oro del kung fu cinese, e soprattutto con quelle di Gong Er (Zhang Ziyi), la vendicativa figlia del maestro Gong Yutian, che rinuncerà a un matrimonio prestigioso per dare la caccia a Ma San (Zhang Jin), l'uomo che aveva tradito e ucciso suo padre. La storia d'amore fra Gong Er e Ip Man attraversa tutta la pellicola in maniera sotterranea, senza mai consumarsi e senza mai sfociare in una vera relazione, in maniera in fondo non dissimile da quella di "In the mood for love" (l'interprete maschile, fra l'altro, è lo stesso), dove i due protagonisti non si scambiavano neanche un bacio. Più che sui combattimenti, che comunque abbondano e sono assai dinamici (pur essendo dipinti sullo schermo con la raffinatezza ed l'eleganza, non scevra da un certo manierismo, tipica del regista: da segnalare in particolare quelli sotto la pioggia e sotto la neve, come il bellissimo scontro fra Gong Er e Ma San sulla banchina della stazione, dove abbondano rallenti, primi piani e improvvise accelerazioni che sembrano trasformare i movimenti dei corpi in pennellate di colore che un artista getta su una tela), il film intende parlare dei principi etici e morali che sono alla base delle arti marziali. Per questo motivo, ampio spazio è dato alla "filosofia" e alla saggezza degli antichi maestri, gli ultimi rappresentanti di una visione "poetica" e assai lontana dal puro esibizionismo dei più giovani. La multiforme colonna sonora (di Shigeru Umebayashi, fra gli altri; ma c'è anche uno "Stabat Mater" di un giovane compositore italiano, Stefano Lentini) evoca a tratti quella di Ennio Morricone per "C'era una volta in America": nella parte ambientata a Hong Kong negli anni cinquanta, in particolare, ne trasporta sullo schermo tutto il carico di nostalgia, di passione e di rimpianti. Da rimarcare, a questo proposito, lo struggente dialogo fra Ip Man e Gong Er in occasione del loro ultimo incontro nella sala da tè. La sceneggiatura, dal canto suo, sembra perdere per strada qualche filo (mi sfugge il ruolo del personaggio chiamato il "Rasoio", per esempio). Ma forse in fase in montaggio è stato sacrificato qualcosa da un film che, chissà, un giorno potrebbe rivedere la luce in una versione "director's cut" assai più lunga e completa. Così com'è ora, vive di momenti bellissimi ma un po' scollati fra di loro. Da notare che la vita di Ip Man, più o meno romanzata, è già stata oggetto di numerose altre pellicole: da segnalare quelle – di impianto e stile decisamente più "classici" – girate da Wilson Yip con Donnie Yen come protagonista.

18 ottobre 2010

2046 (Wong Kar-wai, 2004)

2046 (id.)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/Cina 2004
con Tony Leung Chiu-wai, Zhang Ziyi
***

Rivisto in DVD.

Tornato a Hong Kong dopo un breve soggiorno a Singapore, sullo sfondo dei turbolenti disordini dei tardi anni sessanta, il giornalista Chow – un Tony Leung bravo come non mai, qui con baffetti alla Clark Gable – cerca di dimenticare la sua infelice storia d'amore con Su Li-Zhen, la signora Chan (narrata in "In the mood for love", di cui questo film è il sequel), trasformandosi in un cinico seduttore e vivendo numerose avventure sentimentali senza lieto fine. "Ho amato una sola donna nella mia vita, ma non ho mai saputo se anche lei mi amava", spiega. Insediatosi in una camera dell'Oriental Hotel, scrive un romanzo di fantascienza ambientato nel 2046 (ovvero il numero della stanza d'albergo in cui si incontrava di nascosto con la sua amata nel film precedente): più che un anno (che fra l'altro indica la data in cui terminerà l'amministrazione autonoma di Hong Kong rispetto al resto della Cina), un luogo mentale dove è possibile ritrovare i ricordi perduti, anche a costo di non tornare più indietro. E difatti il tema dei sentimenti si intreccia fortemente a quello della memoria, come dimostra la sottotrama di Lulu (personaggio che proviene da uno dei primi film di WKW, "Days of being wild"), che non ricorda di aver mai incontrato Chow.

Se negli inserti fantascientifici – che fondono atmosfere di "Alphaville", "Blade Runner" e "Galaxy Express 999" – un viaggiatore diretto verso il 2046 a bordo di un treno speciale si innamora di un'androide (Faye Wong) dotata di "emozioni differite", nella realtà Chow frequenta prima la giovane ed elegante escort di lusso Bai Ling (Zhang Ziyi), inizialmente altezzosa ma che finisce con il legarsi troppo a lui, tanto che a un certo punto è costretto a respingerla; poi Jing Wen (ancora Faye Wong), figlia maggiore del proprietario dell'albergo, fidanzata a distanza con un giapponese e aspirante scrittrice che diventa la sua assistente, ispirandogli fra l'altro gran parte del suo romanzo; e infine ricorda la sua relazione con la "vedova nera" Su (Gong Li), un'affascinante giocatrice d'azzardo dal passato misterioso che ha curiosamente lo stesso nome della sua amata perduta (Maggie Cheung, che compare solo per pochi istanti in un breve flashback). Con ciascuna di loro, così come con la ballerina Lulu (Carina Lau), trascorrerà una diversa vigilia di Natale: nel suo romanzo, le zone 24 e 25/12 dello spazio sono infatti quelle più fredde, dove c'è assolutamente bisogno di calore umano per sopravvivere. Rispetto a "In the mood for love" il film è più passionale ed erotico, più frammentato ma altrettanto struggente e visivamente stupendo. Splendido il cast, con una concentrazione di attrici da brivido. E meravigliose, come sempre, l'elegante e coloratissima fotografia di Christopher Doyle (coadiuvato da Kwan Pung-leung) e la suggestiva colonna sonora di Shigeru Umebayashi (integrata con brani come "Casta diva", associata a Faye Wong, e "Siboney", associata a Zhang Ziyi).

4 giugno 2010

In the mood for love (Wong Kar-wai, 2000)

In the mood for love (Fa yeung nin wa)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 2000
con Tony Leung Chiu-wai, Maggie Cheung
****

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Hong Kong, 1962. Alloggiati in due stanze affittate in appartamenti adiacenti, il signor Chow (giornalista con la passione per i romanzi wuxia) e la signora Chan (segretaria in un'agenzia di trasporti) cominciano a frequentarsi quando scoprono che i rispettivi coniugi, spesso assenti per lavoro, sono amanti. Dapprima cercano semplicemente di comprendere come sia nata la relazione altrui; ma poi l'intensità del rapporto, sotto il peso delle loro vite solitarie, crescerà sempre di più, fino alla sofferta decisione di separarsi: lui si trasferirà a Singapore, lei si rifarà una vita con un figlio. Il capolavoro di Wong Kar-wai, con il quale il regista volta stilisticamente pagina rispetto ai lavori precedenti per dedicarsi a una ricerca estetica estrema e quasi calligrafica, è un film talmente perfetto da lasciare estasiati. La struggente (anche se quasi banale) storia d'amore è raccontata contemporaneamente con grande distacco (non vedremo nemmeno un bacio fra i due protagonisti, benché ci siano pochi dubbi che il figlioletto che accompagna la signora Chan nell'epilogo sia stato concepito con Chow) e con enorme empatia, trasportando lo spettatore in un mondo chiuso e autoreferenziale, distante nel tempo e nello spazio ma vicino per emozioni e sentimenti. "Proprio perché non facciamo nulla di male, dobbiamo evitare i pettegolezzi", si dicono i due protagonisti, preoccupati di cosa penseranno i vicini di casa nel vederli insieme, imprigionati in ruoli sociali che la collocazione della vicenda negli anni sessanta, in una Hong Kong scossa da tensioni socio-politiche, rende ancora più soffocanti. La narrazione procede lenta, cadenzata da piccoli segnali che indicano la sempre maggior vicinanza dei protagonisti l'uno all'altro. La separazione finale, per quanto dolorosa, è quasi inevitabile. E a Chow non resta che confidare il suo segreto, l'amore per la donna, a un foro scavato nella parete delle rovine di Angkor Wat, in Cambogia, in una sequenza preceduta da filmati di repertorio sulla visita di Charles De Gaulle che contestualizzano l'ambientazione storica ("De Gaulle è parte della storia coloniale che sta per dissolversi", ha spiegato il regista).

Ma anche a livello di stile, tutto è straordinario in questo film: la regia curatissima, con ralenti che fermano il tempo e prolungano gli attimi di rassegnazione e di compartecipazione; una sceneggiatura che gioca con le ellissi, i dettagli, le frasi non dette, le menzogne degli amanti; un casting che si concentra sui due protagonisti e su poche altre figure marginali (il collega di Chow, la padrona di casa), scegliendo invece di non mostrare mai direttamente – se non attraverso l'inquadratura di una nuca o una voce fuori campo – i rispettivi coniugi che sono poi i motori della vicenda; la recitazione dei due interpreti, con un superbo Tony Leung, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes, e una splendida Maggie Cheung, capace di farsi finalmente notare anche da quegli spettatori distratti che ancora non conoscevano la sua bravura; la fotografia di Christopher Doyle (sostituito nel finale da Mark Lee Ping-bin, collaboratore abituale di Hou Hsiao-hsien), dai colori forti, accesi, almodovariani, in grado di dare spessore palpabile a luci, ombre (sui muri), fumo di sigaretta e gocce di pioggia estiva; la colonna sonora, con lo splendido "Yumeji's theme" di Shigeru Umebayashi (tratto da un film di Seijun Suzuki) e brani di Michael Galasso affiancati da oldies di Nat King Cole ricchi di sensuale fascino latino, come le canzoni "Aquellos ojos verdes" e "Quizas, quizas, quizas" (il brano che dà il titolo al film, invece, si sente solo nei trailer); gli abiti, con Maggie Cheung in particolare che ne cambia a decine, indossando un cheongsam diverso in ogni scena ma sempre con estrema eleganza, i tessuti che le fasciano il corpo come un guanto (indimenticabili le sequenze in cui scende le scale per andare a comprarsi i ravioli al vapore quando il marito non c'è, incontrando immancabilmente Chow che si reca a fare lo stesso); e le scenografie, curatissime sin dalla scelta degli oggetti d'arredamento, le tende, le carte da parati, i muri scrostati per le strade. Quattro anni dopo Wong girerà un seguito, "2046", sempre con Tony Leung ma senza Maggie Cheung (a parte un breve cameo).

3 aprile 2008

Un bacio romantico (Wong Kar-wai, 2007)

Un bacio romantico (My blueberry nights)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/USA 20007
con Norah Jones, Jude Law
**

Visto ieri al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il primo film di Wong Kar-wai in lingua inglese, nonostante il regista mantenga il proprio stile, i temi e le ambientazioni preferite, mi ha un po' deluso. Non solo non sembra offrire molto di nuovo rispetto ad alcune pellicole precedenti (a tratti sembra quasi una versione made in USA di opere come "Hong Kong Express" e "Angeli perduti"), ma è anche meno efficace nel mettere in scena i soliti personaggi in cerca d'amore o di consolazione e le loro piccole manie, le abitudini, i sogni e i desideri. La protagonista, la cantante Norah Jones (al suo esordio sullo schermo), reduce da una delusione d'amore, trova conforto nell'amicizia con il barista Jude Law, nel cui locale si reca ogni sera all'ora di chiusura per scambiare qualche chiacchiera e divorare la torta al mirtillo che – immancabilmente – nessun cliente ha ordinato durante la giornata. Partirà poi per un anno di vagabondaggi da una costa all'altra degli Stati Uniti, lavorando come cameriera in diner e locali notturni e incrociando i destini di altri personaggi più o meno tormentati: un poliziotto alcolizzato (David Strathairn) abbandonato dalla moglie (Rachel Weisz) e una giovane giocatrice di poker (Natalie Portman) che non si fida delle altre persone. Alla fine la ragazza non potrà che tornare al punto di partenza, al locale newyorkese di Jude Law, dove i due si scambieranno il bacio che i distributori italiani hanno voluto proditoriamente mettere nel titolo della pellicola. Senza il fidato Christopher Doyle alla fotografia (ma Darius Khondji è altrettanto colorato, anche se più iperrealista), e affidandosi a una ricca colonna sonora rhythm'n'blues (a fianco di pezzi classici e di brani inediti di Ry Cooder e della stessa Jones c'è persino un rifacimento del tema di "In the mood for love"), Wong traspone le sue storie in un ambiente americano che sembra disposto ad accoglierle bene: peccato che i personaggi siano poco interessanti e che quello più promettente, ossia Jude Law, funga soltanto da cornice a tutta la vicenda. L'inizio del film, nel suo bar, è infatti la parte migliore di una pellicola che poi si perde in un viaggio a vuoto.

2 agosto 2007

Happy together (Wong Kar-wai, 1997)

Happy together (Chun gwong cha sit)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1997
con Tony Leung Chiu-wai, Leslie Cheung
***

Rivisto in VHS.

È il film di WKW che alla prima visione ho amato di meno, ma a furia di rivederlo ha cominciato a piacermi sempre di più e ora lo trovo davvero bello. La storia, spezzettata e narrata con un incedere un po' stanco, è quella di due amanti gay che da Hong Kong si trasferiscono a Buenos Aires, dove si separano e si ritrovano per poi separarsi di nuovo, incapaci di restare "felici insieme". Premiato per la miglior regia a Cannes, il film rappresenta un punto d'arrivo nello stile del regista, che rischiava di diventare troppo manieristico; dal successivo "In the mood for love" le cose cambieranno in meglio. Alcune trovate sono davvero interessanti: i primi venti minuti sono in bianco e nero, poi, quando uno dei due amici suggerisce "Perché non ricominciamo?", ecco che arrivano improvvisamente i colori. Dal lato formale, la fotografia sgranatissima è uno degli aspetti più caratteristici della pellicola, insieme a un uso delle luci e della camera a mano che difetta però talvolta di coerenza e di lucidità. I due personaggi sono inizialmente quasi intercambiabili e indistinguibili fra loro, poi quello interpretato da Tony Leung – il più responsabile dei due – prende il sopravvento, ed è allora che il film comincia a decollare. Il setting argentino si sposa bene con la tristezza, la nostalgia e la solitudine dei protagonisti, oltre a segnare metaforicamente un allontanamento dalle loro radici (Buenos Aires è agli esatti antipodi di Hong Kong) e contestualizzare le scelte musicali del regista, che ha sempre amato le melodie latine. Il compianto Leslie era gay anche nella vita reale, ma qui rimane decisamente in secondo piano rispetto a Tony Leung e anche a Chang Chen, il terzo personaggio centrale del film, che compare nel finale, che dà più importanza alle voci rispetto alle immagini e che non ama il cinema: un "antipodo" di WKW stesso?

26 giugno 2007

Angeli perduti (Wong Kar-wai, 1995)

Angeli perduti (Duo luo tian shi, aka Fallen angels)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1995
con Leon Lai, Takeshi Kaneshiro
**1/2

Rivisto in DVD.

Avrebbe dovuto costituire un terzo segmento di "Hong Kong Express", ma alla fine il regista ha scelto di svilupparlo come film a parte. Le atmosfere dunque sono simili, altrettanto introverse ma anche più disperate e notturne. Per le strade di una Hong Kong sferzata dalla pioggia e illuminata soltanto dai bagliori delle insegne al neon si aggirano alcuni personaggi le cui vite si sfiorano appena. Leon Lai è un killer solitario che sta meditando di cambiare mestiere; Michelle Reis è la sua agente, forse innamorata di lui; Takeshi Kaneshiro è un giovane ragazzo muto che vive con il padre e che di notte si introduce nei negozietti del quartiere per "sostituire" i commessi a danno dei malcapitati clienti; Charlie Yeung è una ragazza in crisi perché abbandonata dall'uomo che ama; Karen Mok (frizzante come sempre) è una punk in cerca d'amore. Fra scene indimenticabili (la masturbazione di Michelle Reis davanti al jukebox) e piccoli riferimenti al film precedente (T.K. è muto per aver mangiato ananas in scatola avariato all'età di cinque anni; la Yeung diventa hostess; la musica finale è la stessa), la pellicola è caratterizzata dallo stile folgorante di WKW con lunghe carrellate notturne, ralenti e accelerazioni, i colori intensissimi dell'indispensabile fotografia di Christopher Doyle. Ho trovato i personaggi minori un po' troppo caricaturali. Pessima la qualità del DVD della Bim, che contiene una copia italiana della pellicola piena di graffi.

2 aprile 2007

Hong Kong Express (Wong Kar-wai, 1994)

Hong Kong Express (Chung hing sam lam)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1994
con Faye Wong, Tony Leung Chiu-wai
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Due struggenti storie d'amore nella "giungla di Chung King": nel primo episodio, il poliziotto 223 (Takeshi Kaneshiro), lasciato dalla sua ragazza un mese prima del suo compleanno, colleziona scatole di ananas che scadono esattamente il primo maggio: allo scoccare della mezzanotte le consuma tutte prima di innamorarsi di una misteriosa donna in impermeabile (Brigitte Lin), coinvolta in loschi traffici con immigranti indiani. Nel secondo, la giovane Faye (Faye Wong), commessa in un fast food, si innamora del poliziotto 663 (Tony Leung) e si reca di nascosto a casa sua per modificarne l'arredamento e sostituirne gli oggetti. Un terzo episodio, inizialmente previsto, è stato poi trasformato in un film successivo, "Angeli perduti". Sogni, illusioni, solitudini, metafore gastronomiche e aeroportuali sui rapporti sentimentali in una città moderna e caotica: la pellicola che ha fatto conoscere WKW in occidente (anche al sottoscritto: fu il suo primo film che vidi) è un melò sentimentale e filosofico girato con uno stile personale e altamente stilizzato, quasi da videclip, fra ralenti e stop-motion che rendono le (poche) scene d'azione confuse e bizzarre. Il cast è vario (Faye Wong è una celebre cantante pop) e insolito (Brigitte Lin indossa una parrucca bionda e occhiali da sole anche di notte che la rendono irriconoscibile). Importante anche la musica, dalla versione di "Dreams" dei Cranberries cantata dalla stessa Faye Wong a "California dreaming" dei Mamas and the Papas, ascoltata assiduamente e ripetutamente dalla ragazza.

26 febbraio 2007

Days of being wild (Wong Kar-wai, 1991)

Days of being wild (A Fei jing juen)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1991
con Leslie Cheung, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD.

Non me lo ricordavo così bello. Come il suo primo film, "As tears go by", anche il secondo lungometraggio di WKW non mi era piaciuto molto quando lo avevo visto per la prima volta, mentre adesso ne riconosco tutti i pregi, soprattutto stilistici. La pellicola, un viaggio malinconico attraverso amori, solitudini, delusioni e sofferenze nella Hong Kong degli anni sessanta, è quasi tutta incentrata sul personaggio di Leslie Cheung, giovane nichilista che passa da una donna all'altra e che sembra più interessato alla morte e all'oblio che alla vita. Prima di partire per le Filippine all'inutile ricerca della sua vera madre che lo ha abbandonato alla nascita, ha il tempo di spezzare il cuore di due ragazze, la prima delle quali, Maggie Cheung, troverà conforto nell'amicizia con un poliziotto notturno (Andy Lau) a sua volta testimone poi della fine del protagonista. Con uno stile misurato e rarefatto, il regista fa le prove generali per i suoi capolavori successivi, soprattutto "In the mood for love", del quale condivide già epoca e ambientazione, qualche ralenti e i ritmi latino-americani nella colonna sonora. Il risultato è di altissimo livello, grazie soprattutto alle ottime interpretazioni degli attori e alla magica fotografia di Christopher Doyle, giocata tutta su tenebrosi toni di verde. Curiosa l'ultima scena, con protagonista il gigolò interpretato da Tony Leung Chiu-wai, che in questo film ha un ruolo davvero marginale ma che successivamente diventerà l'attore per eccellenza di WKW.

4 settembre 2006

As tears go by (Wong Kar-wai, 1988)

As tears go by (Wong gok ka moon)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1988
con Andy Lau, Maggie Cheung, Jacky Cheung
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona.

Da parecchio tempo volevo rivedere i primi due film di WKW perché troppo tempo era trascorso dalla prima volta che li avevo visti. Per di più, allora non mi erano piaciuti granché, mentre stavolta li ho apprezzati molto di più. Il suo film d'esordio è datato 1988, quando il cinema di Hong Kong era in piena rinascita grazie all'onda lunga del successo di "A better tomorrow". Non a caso, anche se il fulcro della vicenda è già una struggente e romantica storia d'amore come nelle sue opere successive, i temi trattati sono più simili a quelli del film di John Woo: personaggi che prosperano nel sottobosco della criminalità organizzata, amicizia virile (qui, a dire il vero, quasi "paterna", con Lau che – nelle vesti di "fratello maggiore" – difende e cerca di tener fuori dai guai la testa calda Jacky Cheung fino al punto di sacrificarsi per lui), onore e tradimento. A ricordare le storie di gangster di Woo c'è anche la recitazione esagerata e gesticolata di Lau e J. Cheung, simile a quella di Chow Yun-fat, mentre la splendida e bravissima Maggie Cheung è più misurata e fornisce equilibrio al film. In ogni caso si tratta di un esordio coi fiocchi, nel quale WKW mette in mostra uno stile già maturo e personale. Se personaggi e ambientazione possono ricordare "Mean streets" di Scorsese, la visione poetica e malinconica della violenza sembra quasi anticipare, a volte, Takeshi Kitano. I pregi del regista, comunque, c'erano già tutti: grande senso dell'inquadratura, sapiente utilizzo delle canzoni nella colonna sonora, montaggio ricercato, fotografia brillante e ipercromatica (sorprendentemente non di Christopher Doyle, che diventerà suo collaboratore abituale soltanto dal secondo film).

5 giugno 2006

Ashes of time (Wong Kar-wai, 1994)

Ashes of time (Dung che sai duk)
di Wong Kar-Wai – Hong Kong 1994
con Leslie Cheung, Tony Leung Kar-fai, Brigitte Lin
***

Visto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Finalmente ho visto l'ultimo Wong Kar-wai che mi mancava, fra l'altro l'unico a non essere uscito in italiano, nonostante fosse stato presentato a suo tempo al festival di Venezia. È anche il solo wuxiapian della sua filmografia, seppure decisamente atipico e caratterizzato dal suo stile personale. Splendidissimo il cast, composto in gran parte da suoi habitué: Leslie Cheung, Tony Leung Chiu-wai, Maggie Cheung, Brigitte Lin (è sempre un piacere vederla vestita da uomo, come fa spesso in questo genere di film), Jacky Cheung, Carina Lau e Tony Leung Kar-fai.
Uno spadaccino vive ai margini del deserto, struggendosi nel ricordo della donna amata e perduta. Nella sua capanna si incrociano le storie di una moltitudine di personaggi: amici che gli fanno visita, viaggiatori di passaggio, stranieri che intendono assoldarlo, rivali giunti a sfidarlo. Un film complesso e affascinante, visivamente straordinario, con il tempo e la memoria come filo conduttore: scandito dal passare delle stagioni e dai ricordi che alcuni vorrebbero cancellare e altri mantenere immutati per sempre, ricco di personaggi tormentati, di guerrieri che si allenano combattendo contro il proprio riflesso o che attendono in eterno l'arrivo di fantomatici nemici, storie incrociate di gelosia, vendette e tradimenti… la narrazione è destrutturata al punto da sembrare, almeno inizialmente, saltare di palo in frasca, salvo poi tirare le fila di ogni sottotrama al momento opportuno. Quello che lo rende affascinante è lo stile di WKW, ipnotico e avvolgente, con la sua regia sofisticata, le inquadrature sghembe o ricercate, l'attenzione ai dettagli, il montaggio frammentato. Interessante come sempre la fotografia di Christopher Doyle, dominata da tonalità gialle, rosse e ocra, colori caldi come la sabbia del deserto che fa da sfondo alle vicende. La copia in DVD che ho visto (Mei Ah) era piuttosto scadente, ma la sgranatura e le imperfezioni donavano ulteriore fascino alle immagini. Le rare sequenze di combattimento, più contrappunti didascalici che scene madri, sono girate in maniera confusa e sperimentale, a scatti oppure con ralenti che fanno assomigliare i movimenti degli spadaccini alle pennellate su un dipinto. Ed è quasi incessante l'accompagnamento della colonna sonora, magari non sempre memorabile ma fondamentale nell'economia della pellicola.