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24 luglio 2023

La macchinazione (David Grieco, 2016)

La macchinazione
di David Grieco – Italia 2016
con Massimo Ranieri, Libero De Rienzo
*

Visto in TV (Sky Cinema).

Nell'estate del 1975, mentre sta montando quello che sarà il suo ultimo film ("Salò o le 120 giornate di Sodoma"), Pier Paolo Pasolini lavora alla stesura di "Petrolio", romanzo-fiume nel quale intende denunciare le storture del sistema politico ed economico italiano, e in particolare attaccare Eugenio Cefis, presidente della Montedison, fondatore della loggia P2 e sospettato di essere invischiato nello stragismo di stato. Per metterlo a tacere, lo scrittore viene ucciso con una messinscena che fa ricadere la colpa di Pino Pelosi (Alessandro Sardelli), suo giovane amante di borgata. Ennesimo biopic sulla morte di PPP (solo tre anni prima c'era stato il "Pasolini" di Abel Ferrara), che nelle intenzioni vorrebbe essere una pellicola di denuncia o di impegno sociale come quelle che si giravano in Italia negli anni settanta (a un certo punto si cita il Volontè di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"). Ma il risultato è superficiale e inconcludente sotto ogni aspetto, con caratterizzazioni e dinamiche da fiction televisiva. I dialoghi sono didascalici, la sceneggiatura goffa, gli attori mediocri e mal diretti (l'unico che si salva è Libero De Rienzo nei panni di Antonio Pinna, personaggio fra l'altro fondamentalmente inutile). Ranieri nei panni di Pasolini convince moderatamente, ma solo quando ha gli occhiali scuri. Milena Vukotic è la madre di PPP. Musica (usata poco e male) dei Pink Floyd. Grieco aveva lavorato per Pasolini come attore e aiuto regista.

18 dicembre 2021

Mortal Kombat 2 (John R. Leonetti, 1997)

Mortal Kombat - Distruzione totale (Mortal Kombat: Annihilation)
di John R. Leonetti – USA 1997
con Robin Shou, Sandra Hess
*

Visto in TV (Netflix).

Sequel del film del 1995, ma inferiore sotto ogni aspetto (e già il primo non era questo gran che!). Si ricomincia esattamente da dove si era finito, con l'imperatore di Outworld, il perfido Shao Khan (Brian Thompson), che invade il nostro mondo per conquistarlo, trasgredendo di fatto le regole che erano state fissate nel film precedente. Khan ha aperto i portali che dividono i due regni: se i nostri eroi non riusciranno a chiuderli entro sei giorni, sconfiggendo tutti i nemici, i mondi si fonderanno. Dalla prima pellicola tornano soltanto due attori: Robin Shou nei panni di Liu Kang e Talisa Soto in quelli di Kitana; tutti gli altri sono stati sostituiti (James Remar al posto di Christopher Lambert per Lord Raiden, Sandra Hess per Sonya Blade, Chris Conrad per Johnny Cage, che peraltro muore subito) o sono new entry (Lynn Williams è Jax Briggs, dalle braccia bioniche; Irina Pantaeva è Jade; Musetta Vander è Sindel, la madre di Kitana; gli altri lasciamoli pure perdere). Una trama senza senso, situazioni accatastate a caso, dialoghi imbarazzanti, effetti digitali invadenti ma di bassa qualità, personaggi che tornano dalla morte senza un motivo (Scorpion) o con un motivo (Sub-Zero: è il fratello minore!), il tutto come scusa per inscenare una serie di combattimenti mal realizzati. L'unica cosa "mortale", alla fine, è la noia. La fotografia ricorda i colori di Frank Frazetta. I produttori pensavano anche a un terzo film, ma l'insuccesso al botteghino ha cambiato i piani.

28 luglio 2021

Hannibal (Ridley Scott, 2001)

Hannibal (id.)
di Ridley Scott – USA 2001
con Anthony Hopkins, Julianne Moore
*

Rivisto in TV (Netflix).

A dieci anni di distanza dal loro incontro, l'agente dell'FBI Clarice Starling (Julianne Moore, che sostituisce Jodie Foster) è ancora ossessionata dallo psicopatico Hannibal "The cannibal" Lecter (Anthony Hopkins), che nel frattempo si è rifugiato in Italia, a Firenze, nei panni di un accademico e cultore del Rinascimento. Qui l'uomo viene riconosciuto da un detective locale, Rinaldo Pazzi (Giancarlo Giannini), che anziché segnalarlo alla polizia vorrebbe consegnarlo – in cambio di una ricompensa – al vendicativo milionario Mason Verger (Gary Oldman), unica "vittima" di Lecter a essere sopravvissuta, sia pure con il volto orrendamente sfigurato. Sarà proprio Clarice a salvarlo... Purtroppo era inevitabile: l'enorme successo de "Il silenzio degli innocenti", l'adattamento cinematografico del secondo romanzo di Thomas Harris incentrato sul personaggio di Hannibal (che pure non era il protagonista di nessuno dei due libri, ma solo una figura di contorno, per quanto importante!), ha spinto lo scrittore a mettere il serial killer cannibale al centro del suo lavoro successivo (a partire dal titolo), rendendolo di fatto il protagonista della storia e cambiando completamente le regole e i rapporti che avevano fatto la fortuna dei romanzi precedenti (compreso quello d'esordio, "Il delitto della terza luna"). Se proprio un sequel doveva esserci, forse era meglio non riportare in scena Clarice e introdurre un terzo detective (Rinaldo Pazzi come protagonista sarebbe andato benissimo). E pur non controverso come il libro (nel quale Starling diventava in tutto e per tutto amante e complice di Lecter), anche il film disturba su più livelli, e non sono poche le cose che danno fastidio. A cominciare da una rappresentazione stereotipata di Firenze, città turistica e ancora imbevuta di cultura rinascimentale, ma solo a un livello superficiale: quel tanto che basta per dare un'idea di cultura "alta" e raffinata agli occhi di un americano, ma in realtà soltanto dozzinale (vedi per esempio la finta opera, scritta per l'occasione). Attorno a Lecter, poi, quasi tutti i personaggi appaiono sgradevoli, se non disgustosi, anche perché devono risultare più abietti di lui, e dunque "meritarsi" la brutta fine: da Verger (e i suoi uomini) ai dirigenti dell'FBI che ostracizzano Clarice, fino all'agente del dipartimento di giustizia Paul Krendler (Ray Liotta), protagonista della disgustosa scena finale in cui il suo cranio viene scoperchiato (e il suo cervello mangiato) da Hannibal. Julianne Moore, solitamente ottima, dà l'impressione di trovarsi a poco agio nello scimmiottare la Foster (che ha rinunciato alla parte dopo aver letto il romanzo, e lo stesso vale per Jonathan Demme e Ted Tally, rispettivamente regista e sceneggiatore del "Silenzio degli innocenti", che si sono tirati fuori dal sequel). Nel cast anche Francesca Neri (la moglie di Pazzi), Enrico Lo Verso, Fabrizio Gifuni e Željko Ivanek. Quanto a Gary Oldman, irriconoscibile sotto il make up di Verger, non è stato accreditato nei titoli. La sceneggiatura di David Mamet e Steven Zaillian ha le sue lungaggini ed è didascalica (a volte sembra che i personaggi parlino allo spettatore anziché fra di loro), ma almeno ha il pregio di cambiare in meglio la seconda parte del libro; la regia di Scott, appena reduce dai fasti del "Gladiatore", è di maniera. Brutto il doppiaggio italiano, che diventa orrendo nei momenti in cui a parlare sono gli attori italiani (con un evidente "scarto" rispetto a quelli americani). Nonostante le perplessità della critica, il film ha ottenuto un ottimo riscontro al botteghino, il che ha portato alla realizzazione di un remake del primo capitolo ("Red dragon"), stavolta con Hopkins, e di un prequel ("Hannibal Lecter - Le origini del male").

25 aprile 2021

Cosmic sin (Edward Drake, 2021)

Cosmic sin (id.)
di Edward Drake – USA 2021
con Frank Grillo, Bruce Willis
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Visto in TV (Prime Video).

Nell'anno 2524, gli esseri umani entrano in contatto per la prima volta con una razza di alieni, che purtroppo sono ostili. Per fortuna un gruppo di soldati, guidati dal vecchio generale James Ford (Bruce Willis), li stermineranno. Un filmaccio di fantascienza militarista senza uno straccio di idea, condito da una regia dilettantesca, una recitazione da tv movie (con l'unico nome noto, Willis appunto, che sembra un pesce fuor d'acqua ed è visibilmente disinteressato a ciò che accade attorno a lui), una fotografia luminosissima e fastidiosa, e una generale povertà produttiva (l'epica guerra fra due razze aliene si riduce a un pugno di persone che si prendono a pistolettate in un bosco). Tutti difetti che avrebbero potuto essere compensati da qualche pregio... ma non lo sono. Da evitare, anche perché completamente privo di ironia, e dunque nemmeno divertente.

3 dicembre 2020

Operazione Cougar (Zhang Yimou, 1989)

Operazione Cougar (Daihao meizhoubao)
di Zhang Yimou, Yang Fengliang – Cina 1989
con Ge You, Gong Li
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Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un aereo privato commerciale, in volo da Taipei a Seul, viene dirottato da un gruppo terroristico. Costretti a un atterraggio di emergenza in un campo nei pressi di Pechino, i criminali chiedono alle autorità di liberare il loro capo (imprigionato a Taiwan), minacciando di uccidere gli ostaggi. Per far fronte alla situazione, pur non avendo contatti diplomatici ufficiali da 40 anni, i governi di Pechino e Taipei decidono di collaborare inviando in segreto una task force formata da membri di entrambi i paesi. Forse la pellicola più atipica e meno significativa di tutta la filmografia di Zhang Yimou, un thriller noioso e abbastanza dozzinale, di scarso valore e nessun interesse se paragonato con le cose che in contemporanea venivano prodotte a Hong Kong (anche se il modello è semmai smaccatamente americano), e naturalmente distante anni luce dai lavori di ambientazione storica dello stesso Zhang. Che lo diresse per fare un favore a un amico che lo aveva finanziato: ma molti elementi dello script vennero eliminati dalla censura cinese, lasciando la pellicola monca e senza personaggi o aspetti di rilievo, se non l'eccessiva enfasi con cui si sottolinea ripetutamente (e con molta retorica) la collaborazione fra le nazioni rivali, un auspicio forse per una riconciliazione anche nella realtà. Lo stile cerca di rimediare alla povertà del budget con numerosissimi primi piani e pochi momenti concitati, mentre quelli più "operativi" sono resi attraverso una serie di fotogrammi fissi (a mo' di reportage fotografico) accompagnati da una voce fuori campo. Ridicolo il finale che ripropone scene già viste (anche tragiche) con una canzoncina allegra in sottofondo. Ge You è il capo dei dirottatori, Liu Xiaoning e Wang Xueqi rispettivamente i comandanti delle squadre di Pechino e Taipei, Gong Li l'infermiera che collabora controvoglia con i terroristi perché innamorata del loro capo (un personaggio fondamentalmente inutile, inquadrata spesso ma praticamente senza linee di dialogo). Il co-regista Yang Fengliang dirigerà insieme a Zhang anche il successivo "Ju Dou", dopodiché le carriere (e le fortune) dei due prenderanno strade differenti.

25 settembre 2020

The Fantastic Four (Oley Sassone, 1994)

The Fantastic Four
di Oley Sassone – USA/Germania 1994
con Alex Hyde-White, Rebecca Staab
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Visto su YouTube.

Dopo aver acquisito dei bizzarri superpoteri durante un volo nello spazio, lo scienziato Reed Richards (Alex Hyde-White), il pilota Ben Grimm (Michael Bailey Smith) e i fratelli Johnny (Jay Underwood) e Susan Storm (Rebecca Staab) devono affrontare la vendetta del perfido Dottor Destino (Joseph Culp). La storia dietro questo film è più interessante del film stesso: venne messo in cantiere soltanto perché il produttore tedesco Bernd Eichinger, che aveva acquisito i diritti sui personaggi da Stan Lee nel 1986 (all'epoca il Marvel Cinematic Universe era ancora di là da venire, e la Marvel stessa non pensava minimamente di mettersi a realizzare pellicole in prima persona), li avrebbe persi se non fosse riuscito a produrre almeno un film entro una data stabilita. Quando mancavano pochi mesi alla scadenza, non essendo riuscito a stringere un accordo remunerativo con una grande casa di produzione, Eichinger si rivolse al leggendario Roger Corman, cineasta specializzato in B-movies ed esperto nel girare pellicole in poco tempo e a bassissimo costo, che con la sua struttura, in meno di un mese, gli sfornò questo lungometraggio. Il quale, all'insaputa persino di Sassone (che era un regista di video musicali) e degli interpreti, era destinato sin dall'inizio a non essere mai distribuito ufficialmente: le copie che oggi possono essere viste (per esempio su YouTube) circolano illegalmente. Detto questo, se la povertà realizzativa è evidente (la recitazione è atroce, gli effetti speciali sono ridicoli – con l'eccezione forse del "costume" della Cosa, per lo meno accettabile – e la storia è alquanto confusa), c'è da dire che dal film trasuda se non altro un certo rispetto per il materiale di partenza: i personaggi, tanto il favoloso quartetto quanto il Dottor Destino, risultano fedeli a quelli creati da Stan Lee e Jack Kirby (anche se le uniformi sono quelle del periodo in cui la serie era disegnata da John Byrne), persino più di quanto si vedrà nei lungometraggi che la Fox realizzerà negli anni Duemila (a loro volta non particolarmente accattivanti: cinematograficamente parlando, questa franchise è sempre stata sfortunata). Per questo motivo, anche nella sua ingenuità e bruttezza, si potrebbe quasi finire per volergli bene. Ciò nonostante, alla resa dei conti, è impossibile passare sopra alle tante ridicolaggini che si succedono sullo schermo, dai due sgherri di Destino (un sovrano con solo due sudditi?) alla sottotrama con il ladro di gioielli (The Jeweler, ispirato all'Uomo Talpa) che vive nelle fogne e che rapisce la scultrice cieca Alica. E tutto è imbarazzantemente a livello amatoriale: anche se fosse stato distribuito nelle sale o attraverso l'home video, il film sarebbe andato incontro a un meritatissimo flop.

18 luglio 2020

Che fai, rubi? (Woody Allen, 1966)

Che fai, rubi? (What's up, Tiger Lily?)
di Woody Allen [e Senkichi Taniguchi] – USA/Giappone 1966
con Woody Allen, Tatsuya Mihashi
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Rivisto in divx.

Il primo film diretto da Woody Allen (che all'epoca vantava già una brillante carriera da autore, comico, cabarettista) è una vera sciocchezza, di quelle che tutti prima o poi provano a fare per gioco: il ridoppiaggio comico di un altro film, nella fattispecie una spy story giapponese, "Kokusai himitsu keisatsu: Kagi no kagi", quarto capitolo di una serie di spionaggio che già parodiava per conto suo le pellicole di James Bond. Allen ne stravolge il montaggio e ne modifica i dialoghi, trasformando la storia in una confusa lotta per il possesso di una ricetta per l'insalata di uova. Ma se l'idea poteva anche dare i suoi frutti, è sorprendente quanto il risultato sia poco (leggi: per nulla) divertente, del tutto privo di battute memorabili o di situazioni esilaranti. Peggio ancora, la produzione avrebbe aggiunto ulteriori scene all'insaputa di Allen (come quelle con i membri del gruppo musicale The Lovin' Spoonful, che firma la colonna sonora), gonfiando per la distribuzione cinematografica quello che inizialmente doveva essere uno special televisivo della durata di un'ora. E come se non bastasse, il doppiaggio italiano altera a sua volta i dialoghi e i nomi dei personaggi (il protagonista, chiamato Phil Moscowitz nella versione di Allen, diventa "James Tokio, agente 006", mentre le due fanciulle interpretate da Akiko Wakabayashi e Mie Hama, che erano le sorelle Suki Yaki e Teri Yaki, diventano delle più banali Rosie e Samantha). La ragazza che si spoglia sui titoli di coda è la playmate China Lee. Nel complesso una farsa noiosa, di interesse solo per i completisti di Allen, che lascia semmai con la curiosità di guardarsi il film giapponese originale.

2 novembre 2019

Stasis (Nicole Jones-Dion, 2017)

Un nuovo futuro (Stasis)
di Nicole Jones-Dion – USA 2017
con Anna Harr, Mark Grossman
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Visto in TV.

Nel 2067, dopo una catastrofe nucleare che ha sterminato gran parte dell'umanità, la Terra è governata da una dittatura militare. Un gruppo di ribelli intende sfruttare i viaggi nel tempo per cambiare la storia: in realtà, a saltare indietro (fino al 2017) sono soltanto le coscienze, che vanno a occupare i corpi (gli "involucri") di altre persone nel momento della loro morte. La teenager ribelle Ava (Harr), vittima di un'overdose durante una festa, rimane però ancorata al mondo sotto forma di residuo (una sorta di fantasma) e assiste cosi, non vista, alle vicissitudini dell'agente Seattle, che ora occupa il suo corpo. L'idea alla base di questo B-movie, pur non originalissima (pesca un po' da tutto, da "Terminator" a "Matrix"), non sarebbe nemmeno male: ma è affossata da una realizzazione pedestre e soprattutto da una recitazione atroce, anche se gli interpreti (poco più che dilettanti) non sono certo aiutati da dialoghi banali e da una sceneggiatura (della stessa regista, all'esordio nel lungometraggio) incapace di sfruttare gli spunti migliori o di riflettere in maniera interessante sui temi introdotti. Un'occasione sprecata. Ridicola, nella versione italiana, la voce che pronuncia la traduzione di tutte le scritte e le didascalie che compaiono sullo schermo in inglese.

3 settembre 2019

We're no animals (Alejandro Agresti, 2013)

We're no animals (No somos animales)
di Alejandro Agresti – Argentina/USA 2013
con John Cusack, Al Pacino
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Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

L'attore hollywoodiano Tony Lovecraft (John Cusack), insieme allo sceneggiatore Syd Kuliaky (Kevin Morris) e al musicista Rudy Maravilla (Paul Hipp), viene convinto dal suo agente (Al Pacino) a girare un film a Buenos Aires con il regista dilettante Patrick Pesto (Alejandro Agresti). La realizzazione della pellicola è del tutto estemporanea e improvvisata: nessuno sa bene di cosa tratti il copione, che si ispira alla vita vera e al tragico passato dell'Argentina (con la dittatura militare e i desaparecidos); e l'attore e la troupe trascorrono il tempo parlando fra loro, mangiando, bevendo, girovagando come turisti, perdendosi in riflessioni di stampo filosofico, letterario, sociale e politico. Fra il Fellini di "8 e mezzo" (citato) e il Godard de "La cinese", un film intellettuale, metacinematografico, svagato e pretenzioso al tempo stesso: e purtroppo, molto, molto noioso. Una certa ironia (anche se si tratta di un umorismo freddo e distaccato), qualche riferimento metacinematografico (Tony è criticato per aver recitato in una pellicola-spazzatura hollywoodiana, il cui titolo richiama quello del precedente film dello stesso Agresti, "La casa sul lago del tempo") e il desiderio di guardare il tragico passato dell'Argentina con gli occhi di chi proviene dall'esterno, non bastano a salvare il film stesso dalla mancanza di coerenza e di collante fra le varie sequenze, alcune delle quali sembrano più turistiche che altro. E le posticce ambizioni intellettuali (il mix fra colore e bianco/nero, i continui riferimenti ad artisti e scrittori più o meno underground, le fumosità filosofiche dei lunghi dialoghi) non aiutano di certo a ben disporsi. Girato nel 2013, non è mai uscito in sala per via di dispute fra i produttori e l'entourage di John Cusack (anche co-sceneggiatore), finendo per trovare la propria strada solo su Netflix.

7 giugno 2019

Le cinque giornate (Dario Argento, 1973)

Le cinque giornate
di Dario Argento – Italia 1973
con Adriano Celentano, Enzo Cerusico
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Visto in TV.

Il ladruncolo Cainazzo (Celentano) e il fornaio romano Romolo (Cerusico) rimangono coinvolti nell'insurrezione di Milano contro gli austriaci nel 1848. Fra una disavventura e l'altra, sono testimoni delle nefandezze compiute da entrambe le parti. L'unico film di Dario Argento non appartenenente ai generi del thriller o dell'horror è una scalcinata commedia di ambientazione storica, quasi una versione milanese dei film romani di Luigi Magni, dall'andamento episodico, priva di focus e di equilibrio. È evidente come questo tipo di film non fosse nelle corde del regista, che infatti si premurò di chiudere rapidamente la parentesi, tornando – con il successivo "Profondo rosso" – al genere che più gli era congeniale. Si passa da situazioni boccaccesche (l'episodio della donna che deve partorire, quello della contessa ninfomane che fa innalzare le barricate (Marilù Tolo), o quello della vedova del traditore) ad altri che – nelle intenzioni – dovrebbero essere drammatici, per mostrare l'assurdità della guerra, condannare i "potenti" che si accordano alle spalle del popolo o i traditori che approfittano della confusione per arricchirsi. L'intento era chiaro: demistificare il patriottismo e l'eroismo del Risorgimento, mostrando che le battaglie e i grandi eventi storici sono stati condotti senza una vera volontà popolare, o senza un concreto beneficio ("Ci hanno fregato!", grida Celentano alla folla in festa per la vittoria nella scena finale). Ma il risultato è fra il tragicomico e l'imbarazzante, e tutto è estremamente qualunquistico, quando non si scivola nella volgarità o nella farsa, anche per colpa di attori non adeguati, di un forte senso di improvvisazione, della mancanza di collante fra le varie sequenze e di uno scarso valore produttivo. Con l'eccezione di alcune scene a Palazzo Reale e in piazza Belgioioso, la pellicola non è stata girata a Milano ma a Pavia. Celentano non canta: nella colonna sonora, una brutta versione della "Gazza ladra" di Rossini al sintetizzatore, oltre alla melodia dell'Ave Maria di Gounod.

29 marzo 2019

Flatland (Jenna Bass, 2019)

Flatland
di Jenna Cato Bass – Sudafrica/Ger/Lux 2019
con Nicole Fortuin, Faith Baloyi
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Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

In fuga da una traumatica prima notte di nozze, Natalie (Nicole Fortuin) uccide il prete che l'aveva sposata e scappa insieme all'amica e "sorella di latte" Poppie (Izel Bezuidenhout), una sciroccata che si è fatta mettere incinta da un camionista. Insieme, le due partono come Thelma & Louise, ma sulle loro tracce c'è Beauty Cuba (Faith Baloyi), solitaria poliziotta appassionata di telenovelas, che intende scagionare l'ex fidanzato Billy, auto-accusatosi dell'omicidio (e "incastrato" da Bakkies, il marito di Natalie, figlio del capo della polizia). Un film sconclusionato, rocambolesco, con una sceneggiatura convoluta ed sovrabbondante, personaggi idioti (è praticamente impossibile empatizzare con chiunque di loro, compresa Natalie, che parla al proprio cavallo come se fosse sua madre) e alcuni fra gli attori più inespressivi che abbia mai visto. La regista vorrebbe giocare con i generi (dal western al thriller d'azione, dal melodramma alla denuncia sociale), ma fa un pasticcio senza alcun senso della misura, privo di grazia e di equilibrio, che procede per accumulo in maniera goffa e insensata, forse nel tentativo di fare il verso ad alcune (brutte) pellicole post-moderne americane. Il titolo (l'unico motivo per cui avevo scelto di vederlo) non ha purtroppo nulla a che fare con il romanzo satirico di Edwin Abbott, ma si riferisce alla piattezza del territorio dove si svolge la storia, la semi-desertica regione del Karoo.

5 marzo 2019

The protagonists (Luca Guadagnino, 1999)

The protagonists (id.)
di Luca Guadagnino – Italia 1999
con Tilda Swinton
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Visto in divx.

Una troupe cinematografica italiana vola a Londra per realizzare un film basato su una storia vera: due giovani di buona famiglia (Claudio Gioè e Paolo Briguglia) hanno ucciso "per gioco" un uomo scelto a caso, l'egiziano Mohammed (Andrew Tiernan), all'interno della sua automobile. Tilda Swinton (che interpreta sé stessa) fa la narratrice, l'interprete, la guida per le strade di Londra... Dal titolo "altmaniano", il primo lungometraggio di Luca Guadagnino è un pasticcio senza capo né coda, un minestrone di inchiesta giornalistica, metacinema, documentario, ricostruzione artistica, videoclip musicale, girato con un poco promettente guazzabuglio di stili, un montaggio frenetico, dialoghi banali. L'interesse dello spettatore non decolla mai, anche perché l'analisi psicologica dei personaggi è superficiale, il racconto della vicenda è ripetitivo, la riflessione sul male è vuota e del tutto fine a sé stessa. Ne risulta un film pretenzioso, retorico, compiaciuto, ma anche goffo e sconclusionato. Da mal di testa la colonna sonora incessante, mediocre anche il doppiaggio. Fra gli attori (talvolta poco riconoscibili) anche Fabrizia Sacchi, Laura Betti e Michelle Hunziker.

12 novembre 2018

Il sogno della farfalla (M. Bellocchio, 1994)

Il sogno della farfalla
di Marco Bellocchio – Italia 1994
con Thierry Blanc, Roberto Herlitzka
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Visto in TV.

Massimo (Thierry Blanc), figlio di uno studioso di mitologia greca (Roberto Herlitzka) e di una poetessa (Bibi Andersson), ha scelto di non parlare più "in maniera normale" e di esprimersi soltanto attraverso monologhi o frammenti di dialogo tratti da testi teatrali (per esempio l'Edipo a Colono o il Macbeth). Anche per questo motivo ha scelto la carriera di attore... Su una sceneggiatura dello psichiatra Massimo Fagioli (che era l'analista del regista, e con cui aveva collaborato anche ne "Il diavolo in corpo" e "La condanna"), Bellocchio gira il suo film più criptico e meno accessibile, un'astrusa storia di silenzio e di rapporti familiari irrisolti (quella di Massimo è una ribellione?), che mescola riferimenti alla cultura greca (l'intero finale che si svolge proprio durante una vacanza nel Peloponneso), pretenziosità filosofica, banalità archetipiche e ridicolo involontario (vedi la scena del vecchio giardiniere che, sdraiato a terra, si taglia la barba con le cesoie da giardino e fa il morto). La chiusura di Massimo nel silenzio vorrebbe forse rappresentare una fuga, a differenza del fratello Carlo (Henry Arnold: sì, l'Hermann di "Heimat 2"!) che, essendo fisico, cerca invece di indagare la natura anche a costo di distruggerla (quanti luoghi comuni!): due facce della figura di Ulisse, quella curiosa e ricercatrice e quella invece che (secondo Herlitzka) fugge dal proprio inconscio per tornare nel più confortante luogo natale. Personaggi enigmatici prima ancora che irrequieti, frasi ripetute allo sfinimento finché non sono svuotate di significato ("Tu sei il mio figlio più bello"), qualche bel paesaggio (le sponde del Lago d'Iseo), ma per il resto zero cinema, tanta noia, pessimi dialoghi e personaggi con cui è impossibile trovare il minimo aggancio emotivo. Siamo di fronte a un film vuoto e presuntuoso, pseudo-intellettuale e fintamente psicologico, in cui più si cerca e meno si trova, e che rifiuta persino di affrontare il tema stesso che si era scelto, quello del silenzio (su cui peraltro ci sarebbe tanto da dire, Bergman docet). Registicamente le cose migliori sono le scene in cui nessuno parla e quelle del viaggio in Grecia. Sprecato l'interessante cast. All'inizio Massimo recita ne "Il principe di Homburg" di von Kleist, che sarà proprio il soggetto del successivo film di Bellocchio.

6 luglio 2018

1941 - Allarme a Hollywood (S. Spielberg, 1979)

1941 - Allarme a Hollywood (1941)
di Steven Spielberg – USA 1979
con Bobby Di Cicco, John Belushi
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Rivisto in TV.

Nel dicembre del 1941, pochi giorni dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor, negli Stati Uniti c'è panico e paranoia per una probabile nuova offensiva nipponica. E in effetti un sottomarino del Sol Levante si avvicina in segreto alle coste della California con l'intenzione di assaltare Hollywood. Peccato che l'equipaggio a bordo sia composto da inetti, così come altrettanto stupidi sono i soldati americani preposti alla difesa... Sceneggiato da Robert Zemeckis e Bob Gale, nella vena comica, demenziale e anarchica dei loro primi lavori, forse il peggior film della carriera di Steven Spielberg (che pure giungeva subito dopo "Lo squalo" e "Incontri ravvicinati del terzo tipo", e immediatamente prima de "I predatori dell'arca perduta" ed "E.T."). Visti i talenti in gioco, stupisce quanto poco ci sia da salvare in questa farsa scatenata, scollacciata e confusa, colma di gag che non fanno mai ridere, e in ogni caso più simile a certe cose di John Landis, del "Saturday Night Live" o della "National Lampoon" (come indicano anche alcuni degli interpreti, quali John Belushi, Dan Aykroyd, John Candy) che non alle pellicole escapiste dello stesso Spielberg. La vicenda è corale e pare quasi improvvisata, senza un vero personaggio centrale ma con numerose sottotrame che si intrecciano nell'arco di una serata. Il fatto che tutto avvenga sullo sfondo della seconda guerra mondiale e in un periodo drammatico della storia americana, peggiora le cose invece che migliorarle. Il cast, ricchissimo di nomi noti, unisce comici televisivi e grandi stelle del cinema classico, con alcune guest star inaspettate. Lo sbruffone Loomis Birkhead (Tim Matheson) cerca di conquistare la bella segretaria Donna Stratton (Nancy Allen) millantandosi pilota e sfruttando la passione di lei per il volo. Ma i due, a bordo di un aereo, vengono scambiati per giapponesi dal capitano Wild Bill Kelso (John Belushi), un asso dell'aviazione fuori di testa. Nel frattempo il cuoco ballerino Wally (Bobby Di Cicco) e il prepotente caporale Stretch (Treat Williams), rivali a causa della giovane Elizabeth (Dianne Kay), si sfidano durante una gara di boogie-woogie, provocando una rissa gigantesca. Toshiro Mifune è il comandante del sommergibile giapponese, Christopher Lee l'ufficiale nazista a bordo dello stesso. Nel cast, in ruoli più o meno minori, anche Robert Stack (il generale che trascorre la serata al cinema a vedersi "Dumbo" di Walt Disney), Ned Beatty, Lorraine Gary, Warren Oates, Slim Pickers, Lionel Stander, e tanti altri. Nell'incipit (con la ragazza che nuota nuda in mare e rimane aggrappata all'asta del sommergibile) Spielberg gioca a rievocare – con tanto di tema musicale di John Williams – il suo "Lo squalo".

11 gennaio 2018

Scusa, mi piace tuo padre (J. Farino, 2011)

Scusa, mi piace tuo padre (The Oranges)
di Julian Farino – USA 2011
con Leighton Meester, Hugh Laurie
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Visto in TV, con Sabrina.

Reduce da una delusione sentimentale, l'irrequieta Nina (Meester) si innamora di David (Laurie), padre della sua migliore amica Vanessa (Alia Shawkat), portando così scompiglio fra le due famiglie – che si frequentano da sempre e che vivono dirimpetto l'una all'altra – proprio alla vigilia di Natale. Toni da commedia per un dramma sentimentale-psicologico con morale annessa: una scossa (in questo caso, una sbandata) può aiutare a rimettere in moto esistenze in stallo. Ma nella pellicola non funziona nulla: la sceneggiatura è piatta, il ritmo latita, gli eventi sembrano accadere a caso, la regia (di un esordiente) è anonima, e i personaggi, chi più chi meno, sono tutti patetici e moralisti (la peggiore e la più inutile è Vanessa, che pure, in quanto narratrice, dovrebbe rappresentare il punto di vista degli spettatori). Leighton Meester aveva già inutilmente provato a sedurre Hugh Laurie in un episodio di "Dr. House": qui ci riesce. Nel cast anche Catherine Keener, Oliver Platt, Allison Janney, Sam Rosen e Adam Brody. Il titolo originale, "The Oranges", si riferisce al fatto che i personaggi vivono a West Orange, sobborgo nel New Jersey.

11 ottobre 2017

Elektra (Rob Bowman, 2005)

Elektra (id.)
di Rob Bowman – USA/Canada 2005
con Jennifer Garner, Kirsten Prout
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Rivisto in TV.

Il titolo non ha nulla a che fare con la mitologia, né tantomeno con l'opera di Richard Strauss. Elektra è un personaggio Marvel, sicario ninja di origine greca, creato da Frank Miller negli anni ottanta nella sua leggendaria run su "Daredevil". E proprio dal film su Devil con Ben Affleck (di cui questo è uno spin-off) proviene l'incarnazione interpretata da Jennifer Garner, quasi irriconoscibile rispetto alla sua controparte disegnata. In quel film, tra l'altro, veniva uccisa: ma qui è stata magicamente resuscitata. Spietata killer, Elektra viene assoldata per eliminare un uomo, Mark Miller (Goran Višnjić: il cognome è senza dubbio un omaggio al creatore fumettistico del personaggio), e sua figlia, la tredicenne Abby (Kirsten Prout). Sceglie però di risparmiarli, anche perché nella bambina rivede forse sé stessa, e per questo motivo si ritrova contro i ninja della Mano, organizzazione criminale (con superpoteri) che dà la caccia proprio ad Abby, che ritiene destinata a diventare il guerriero che romperà l'equilibrio fra bene e male. Un film mediocrissimo e senza alcuna qualità, fra i Marvel movie meno ispirati di sempre (non che la sua appartenenza all'Universo Marvel sia in qualche modo esplicitata: una scena in cui sarebbe dovuto apparire Ben Affleck nei panni di Matt Murdock è stata eliminata). Alla sua uscita l'avevo detestato, stavolta semplicemente non mi ha fatto né caldo né freddo. Della complessità del personaggio originale non rimane nulla, anche per via di un'errata scelta di casting (la Garner non ha carisma né personalità). E la trama è quella di un thriller d'azione come mille altri, piatto e convenzionale, per lunghi tratti pure noioso, e con un finale quanto mai scontato. Terence Stamp è il sensei cieco Stick. Fra i cattivi figurano Will Yun Lee (Kirigi) e Natassia Malthe (Typhoid Mary, qui un membro della Mano).

30 luglio 2017

On the road (Walter Salles, 2012)

On the road (id.)
di Walter Salles – USA/Brasile/Fra/GB/Can 2012
con Sam Riley, Garrett Hedlund
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Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1949, poco dopo la morte del padre, il giovane e aspirante scrittore newyorkese Sal Paradise (Riley) conosce lo scapestrato Dean Moriarty (Hedlund), spirito libero e anticonformista. Negli anni successivi, da solo o insieme a lui, vagabonderà per il paese, prima di mettere la testa a posto e decidere di raccontare le sue avventure in un romanzo. Difficile parlare di un film così, un adattamento di "Sulla strada" di Jack Kerouac che nel tentativo di mantenere la struttura episodica e "sincopata" del romanzo (richiamando in questo anche la musica jazz della colonna sonora) appare totalmente disgiunto e disorganizzato, senza direzione proprio come i suoi protagonisti. Quella che, nei primi minuti, sembrava essere solo una lunga e inutile introduzione per presentare i personaggi, si rivela invece la quintessenza dell'intera pellicola: il viaggio non pare mai davvero iniziare, ne osserviamo a tratti solo alcuni frammenti, al punto che (nonostante il titolo del film!) quasi mi sembra disonesto aggiungere il tag "On the road" a questo post. Di strada e di cammino se ne vedono ben poco, e la pellicola affastella scene di personaggi che parlano del nulla, che si separano e si rincontrano, che partono e tornano, saltando di palo in frasca senza alcuna logica e senza offrire allo spettatore qualsivoglia appiglio o emozione. Sal, Dean e i loro amici sono perdigiorno che bighellonano annoiati più che vagabondare curiosi, la loro libertà (anche sessuale) è fine a sé stessa, e mai si percepisce il desiderio di una ricerca (interiore o meno). Se Dean ha almeno il ruolo del faro-guida (con le sue tante donne e l'incapacità di stare a riposo, fra sesso, droga e fuga dalle responsabilità), il protagonista Sal è invece una figurina vuota, anonima e poco interessante. Gli elementi esistenziali sono del tutto assenti, mentre quelli edonistici e ribelli vengono trattati in modo superficiale. La narrazione è spezzettata, mai tenuta insieme da una regia manierista e da una fotografia patinata che però non rende giustizia ai (pochi) paesaggi del west americano. Nel complesso, per quanto mi sforzi, non trovo davvero un solo motivo per dargli più del voto minimo (una stellina). E no, la fedeltà al testo di partenza non è un pregio, se i risultati sono questi. Nel cast, in piccoli ruoli (alcuni dei quali, come la giovane Marylou, moglie sedicenne di Dean, avrebbero meritato un maggiore sviluppo), anche Kristen Stewart, Amy Adams, Kirsten Dunst, Alice Braga, Tom Sturridge, Viggo Mortensen e Steve Buscemi.

23 giugno 2017

I fantasmi d'Ismael (A. Desplechin, 2017)

I fantasmi d'Ismael (Les fantômes d'Ismaël)
di Arnaud Desplechin – Francia 2017
con Mathieu Amalric, Marion Cotillard
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Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La stabilità emotiva di Ismaël (Amalric), regista che sta tentando di scrivere un film di spionaggio sulla vita di un fantomatico fratello diplomatico, è messa a dura prova quando Carlotta (Cotillard), la moglie che misteriosamente era sparita più di vent'anni prima e che ormai era stata dichiarata morta, ricompare all'improvviso nella sua vita, mettendo a soqquadro anche la sua relazione con la nuova compagna Sylvia (Charlotte Gainsbourg). A questo si aggiungono gli incubi che lo tormentano con regolarità, al punto che l'uomo preferirebbe smettere del tutto di dormire (una cosa che ha in comune con il fratello/alter ego, protagonista della sua pellicola). Nonostante il cast di primo livello (i personaggi del "film nel film", il fratello Ivan e la sua fidanzata Arielle, sono interpretati rispettivamente da Louis Garrel e Alba Rohrwacher) e la potenzialità del tema trattato, quello dei "fantasmi" del passato (che si tratti di amori, di parenti, di ricordi o di emozioni), il nuovo lavoro del pretenzioso Desplechin è un vero pasticcio. Non si salva praticamente nulla: dialoghi atrocemente melodrammatici, personaggi odiosi (la più stronza è senza dubbio Carlotta), confusione stilistica, macchinosità narrativa (con l'alternanza fra la storia di Ismaël e quella raccontata nel suo film), situazioni irrisolte e finale inconcludente. Il regista francese, che mette decisamente troppa carne al fuoco, continua anche a scomodare Joyce (oltre a un personaggio chiamato Dedalus, nome ricorrente nei suoi film, c'è pure un Bloom) ma provoca nello spettatore solo fastidio (perlomeno non indifferenza, visto che non mancano i momenti in cui si vorrebbe entrare nello schermo per prendere a calci i personaggi).

26 marzo 2017

Imprint (Takashi Miike, 2006)

Imprint - Sulle tracce del terrore (Imprint)
di Takashi Miike – Giappone/USA 2006
con Billy Drago, Yuki Kudo
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Visto in divx.

Alla fine dell'Ottocento, un viaggiatore americano in Giappone (Drago) giunge in un turpe bordello su un'isola, in cerca della donna un tempo amata, che vorrebbe sposare e portare con sé negli Stati Uniti. Gli viene detto che è morta, impiccatasi perché stufa di aspettarlo: ma i dettagli di cui verrà a conoscenza gli sveleranno una serie di verità sempre più angoscianti... Questo mediometraggio (dura circa un'ora) avrebbe dovuto essere trasmesso negli USA all'interno della serie televisiva "Masters of Horror", ma venne giudicato troppo "disturbante" dal produttore Mick Garris e dal canale televisivo Showtime per la sua violenza esplicita e per le immagini inquietanti, e dunque non andò mai in onda (fu inserito però nella raccolta in DVD). E in effetti le scene forti non mancano, su tutte quella della tortura con gli aghi (ma anche le continue immagini dei feti gettati via nel fiume). Anziché essere funzionali alla storia, però, c'è il forte sospetto che siano state inserite da Miike (e mostrate sullo schermo in maniera così esplicita) soltanto per scuotere e sconvolgere lo spettatore, che viene investito peraltro da nuove trovate sempre più inverosimili (la "sorellina"). Personalmente non ho provato che disgusto, e a questo si deve il mio voto minimo. Non aiutano, naturalmente, una recitazione decisamente scadente e un ritmo e un linguaggio più televisivo che cinematografico: si salva giusto la fotografia. Il soggetto è tratto da un racconto di Shimako Iwai, anche se il progressivo venire alla luce di versioni sempre più cupe e sconvolgenti della stessa storia può ricordare in parte il meccanismo di "Rashomon".

11 febbraio 2017

A United Kingdom (Amma Asante, 2016)

A United Kingdom - L'amore che ha cambiato la storia
(A United Kingdom)
di Amma Asante – GB 2016
con David Oyelowo, Rosamund Pike
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Visto al cinema Orfeo, con Sabrina.

La vera storia di Seretse Khama, erede al trono del protettorato britannico del Bechuanaland (l'attuale Botswana, di cui dopo l'indipendenza diventerà il primo presidente), e del suo controverso matrimonio nel 1948 con una donna bianca, l'inglese Ruth Williams, conosciuta quando lui studiava legge a Londra e lei era una semplice impiegata. Il loro amore fece scalpore nell'Africa ancora soggetta al colonialismo e alla separazione razziale, e indispettì in particolare il vicino Sudafrica, che proprio in quegli anni stava istituzionalizzando l'apartheid. Pur di non compromettere i rapporti con quel paese (dal quale riceveva approvvigionamenti di oro e uranio), il governo britannico cercò dapprima di convincere Khama a divorziare da Ruth, e poi lo costrinse all'esilio, assumendo direttamente il controllo della nazione (e dei suoi preziosi giacimenti). Ma le reazioni e le proteste dell'opinione pubblica riuscirono a farlo tornare in patria, dove si battè per l'indipendenza e la democrazia nel suo paese. Una storia interessante ed edificante raccontata in modo piatto, scialbo e convenzionale. Gli intrighi politici, che sovrastano ben presto la storia d'amore, sono esposti in maniera semplicistica, e il film che ne risulta è agiografico, ingessato dagli eventi storici e compiaciuto nella sua retorica.