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29 maggio 2023

Monster Hunter (Paul W. S. Anderson, 2020)

Monster Hunter (id.)
di Paul W. S. Anderson – USA/Giappone/Cina/Germania 2020
con Milla Jovovich, Tony Jaa
**

Visto in TV (Netflix).

Una misteriosa tempesta di sabbia trasporta una soldatessa americana (Milla Jovovich) in un'altra dimensione, un mondo desertico popolato da mostri giganteschi e letali. Qui imparerà a combatterli, dapprima per sopravvivere e poi per impedire che arrivino sulla Terra, in compagnia di un misterioso cacciatore (Tony Jaa) e dei suoi compagni. Dopo "Resident Evil", l'accoppiata Anderson/Jovovich si rituffa nell'adattamento di una serie di videogiochi, un'altra popolare franchise della Capcom, prendendosi parecchie libertà. Il film (che nelle intenzioni dovrebbe essere a sua volta il primo di una serie, ma l'accoglienza della critica e del pubblico non è stata delle migliori, anche per via della pandemia di Covid nel periodo in cui è uscito) è essenzialmente una pellicola d'azione fracassona con venature fantastiche e horror, che nel raccontare i combattimenti dei nostri eroi per la sopravvivenza si rifà a un immaginario condiviso: molti sono infatti gli echi di precedenti film e opere di fantasy e fantascienza, da "Alien" a "Dune", da "Il Signore degli Anelli" (i ragni che ricordano Shelob) a "Il mondo perduto" di Conan Doyle (molti mostri sono di fatto derivati dai dinosauri, per non parlare del drago sputafuoco nel finale). E sarebbe inutile cercare caratterizzazioni originali o approfondimenti psicologici dei personaggi. Detto questo, visivamente ha il suo fascino, Milla si impegna, e le scene di combattimento (contro i mostri, ma anche fra umani) si prolungano senza annoiare più di tanto. E il world building, appena accennato, lascia immaginare sviluppi interessanti (dai velieri ottocenteschi che solcano i deserti, agli animali antropomorfi come il felino-cuoco nella ciurma dell'ammiraglio interpretato da Ron Perlman). Finale, ovviamente, aperto per il sequel, nello stesso modo in cui lo era quello di "Mortal Kombat", una delle prime incursioni di Paul W.S. Anderson nel mondo degli adattamenti da videogiochi.

12 dicembre 2021

Mortal Kombat (Paul W.S. Anderson, 1995)

Mortal Kombat (id.)
di Paul W.S. Anderson – USA 1995
con Robin Shou, Linden Ashby
*1/2

Rivisto in TV (Netflix), con Monica, Roberto e Marisa.

Il campione di arti marziali Liu Kang (Robin Shou), che vuole vendicare il fratello ucciso; l'attore hollywoodiano Johnny Cage (Linden Ashby), che vuole rilanciare la propria carriera; e la poliziotta Sonya Blade (Bridgette Wilson), alla caccia di un ricercato, sono fra i combattenti reclutati da Lord Raiden (Christopher Lambert), divinità del fulmine, per rappresentare la Terra al torneo interdimensionale denominato "Mortal Kombat": se perderanno contro i malvagi campioni del regno di Outworld, scelti dal perfido Shang Tsung (Cary-Hiroyuki Tagawa), l'imperatore di questo potrà invadere e conquistare il nostro mondo. Da un celebre videogioco picchiaduro (sullo stile di "Street Fighter"), un filmaccio che pure si lascia vedere per l'assoluta improbabilità della trama, i personaggi variopinti e l'impossibilità di essere preso sul serio. La trama è improvvisata (una scusa per mettere in scena un combattimento dopo l'altro), i personaggi sono monodimensionali, stereotipati o incoerenti, le scene d'azione ridicole (il regista Paul W.S. Anderson, quasi agli esordi, è costretto a non mostrare mai chiaramente i combattimenti per l'evidente incapacità degli attori a portare a segno i colpi nelle arti marziali), gli effetti digitali dilettanteschi (meglio quelli pratici: ma Goro, il mostro forzuto con quattro braccia, è chiaramente composto da due attori l'uno sulle spalle dell'altro!). Eppure, tutti questi difetti possono concorrere a rendere la pellicola una sorta di "guilty pleasure". Fra le cose indubbiamente da salvare: le scenografie, belle e suggestive, come le varie sale dell'isola (dei morti?) dove si svolge il torneo (ma anche i templi thailandesi da cui proviene Liu Kang); la recitazione svagata di Christopher Lambert, unico nome noto nel cast, che sembra essersela spassata un mondo; ...e naturalmente Talisa Soto (nei panni della principessa Kitana). Fra gli altri personaggi/nemici provenienti dal videogioco ci sono Kano (Trevor Goddard), Scorpion, Sub-Zero e Reptile. Il successo al botteghino porterà due anni dopo alla realizzazione di un sequel (oltre che di alcune serie animate). Nel 2021, invece, è stata la volta di un (brutto) reboot.

20 febbraio 2021

Punto di non ritorno (Paul W.S. Anderson, 1997)

Punto di non ritorno (Event Horizon)
di Paul W. S. Anderson – USA 1997
con Laurence Fishburne, Sam Neill
**

Visto in TV (Netflix).

Sette anni dopo essere misteriosamente scomparsa mentre si dirigeva verso i confini del sistema solare, l'astronave Event Horizon (che doveva sperimentare un innovativo motore a propulsione più veloce della luce, grazie a un buco nero artificiale al suo interno che le avrebbe permesso di piegare lo spazio-tempo) riappare nei pressi del pianeta Nettuno. Ma quando una navicella militare la raggiunge, i membri della squadra di soccorso – guidata dal capitano Miller (Fishburne) e copmprendente anche il dottor Weir (Neill), ovvero il progettista originale della nave – scoprono che l'Event Horizon è tornata nella nostra realtà dopo aver attraversato un'altra dimensione, oscura e infernale, portandosi il "male" dietro di sé. Horror soprannaturale/fantascientifico che mescola evidenti suggestioni da "Alien" al tema della casa infestata in stile "Shining" ma ambientata nello spazio. L'idea di base (la sceneggiatura è di Philip Eisner, ispirata al gioco "Warhammer 40.000") aveva certamente le sue potenzialità, con echi persino di "Solaris" (la nave, divenuta un organismo vivente oltre che malvagio, "materializza" sogni, paure e rimpianti dell'equipaggio), e tutto sommato anche la confezione appare all'altezza (dalle scenografie "sporche" agli effetti speciali, dalla regia alla recitazione). Purtroppo non si riesce a fare il salto oltre al prodotto di puro intrattenimento, gore e fracassone, con parecchie ingenuità sia a livello drammaturgico che (pseudo)scientifico. Il regista lamentò ingerenze della produzione, che ridusse contro la sua volontà il girato da 130 a 96 minuti, salvo pentirsene dopo il buon successo del film nel mercato dell'home video: a quel punto si scoprì che il materiale tagliato era andato probabilmente perduto, e che dunque non era più possibile recuperarlo per realizzare una "director's cut". Nel cast anche Joely Richardson, Richard T. Jones, Kathleen Quinlan, Jack Noseworthy e Jason Isaacs.

19 febbraio 2019

Death race (Paul W.S. Anderson, 2008)

Death Race (id.)
di Paul W. S. Anderson – USA 2008
con Jason Statham, Tyrese Gibson
**

Visto in TV.

In un futuro in cui il sistema carcerario è in mano a corporazioni private che organizzano cruente ed estreme competizioni fra detenuti da trasmettere in diretta televisiva, l'ex pilota automobilistico Jensen Ames (Jason Statham) viene imprigionato ingiustamente con l'accusa di avere ucciso sua moglie, e convinto a partecipare alla Death Race, una corsa che mette in palio la libertà. Gareggiando con la falsa identità del pilota mascherato Frankenstein, dovrà vedersela con agguerriti avversari – fra cui Machine Gun Joe (Tyrese Gibson), Pachenko (Max Ryan) e il cinese 14K (Robin Shou) – in una gara caratterizzata, oltre che dalla velocità, anche da armi e trappole mortali di ogni genere... Ispirato a una pellicola di culto prodotta nel 1975 da Roger Corman ("Anno 2000: La corsa della morte"), da cui però elimina tutti gli elementi di satira e kitsch, un action movie che fonde scenari da B-movie carpenteriano (il setting ricorda "1997: Fuga da New York") e da sport distopico ("Rollerball", "L'implacabile") con il mix di adrenalina, donne e motori tipico di serie come "Fast and furious". Nulla di particolarmente originale o profondo (e il finale è un po' semplicistico e anticlimatico), ma l'azione e lo spettacolo non mancano. Il muscoloso Statham fa il suo come sempre (anche se Corman avrebbe voluto inizialmente Tom Cruise per questo remake). La "cattiva", ovvero la direttrice del carcere, è Joan Allen. Nel cast anche Ian McShane (Coach, il capo meccanico), Natalie Martinez (Case, la navigatrice) e Jason Clarke (il secondino). Sotto la maschera di Frankenstein, nelle sequenze introduttive, c'è David Carradine, protagonista del film originale. Visto il buon successo al botteghino, negli anni seguenti sono usciti (ma solo in home video) vari prequel, sequel e reboot.

18 agosto 2018

Resident Evil: The final chapter (Paul W.S. Anderson, 2016)

Resident Evil: The Final Chapter (id.)
di Paul W. S. Anderson – USA 2016
con Milla Jovovich, Iain Glen
*1/2

Visto in divx.

Sesto e ultimo capitolo della serie ispirata al popolare videogioco, che questa volta si conclude davvero. La sceneggiatura rivela le autentiche origini del virus T (quello che ha dato vita agli zombie), della Umbrella Corporation e della stessa Alice (Jovovich), e la storia riporta la nostra eroina là dove tutto era iniziato: a Raccoon City, nell'Alveare, la base sotterranea dove era ambientato il primo film della saga. Dopo aver affrontato un redivivo Isaacs (Iain Glen) e il suo esercito di zombie, Alice – in compagnia di Claire (Ali Larter, di ritorno dal quarto film) e di un altro pugno di sopravvissuti – sarà aiutata dalla Regina Rossa (il cui avatar di bambina è interpretato stavolta da Ever Gabo, figlia della stessa Milla e del regista Anderson) a penetrare nella base, evitandone le trappole, per impadronirsi dell'antivirus aereo in grado di spazzare via definitivamente l'epidemia di non morti che ha sconvolto il pianeta. Così facendo, Alice scoprirà finalmente anche la verità su sé stessa. Ricordiamo infatti che nel primo film (che si svolgeva dieci anni prima di questo) si era svegliata senza alcuna memoria del proprio passato: facile leggervi una metafora del videogiocatore, il cui personaggio nasce di fatto nel momento in cui inizia una nuova partita. Se dunque la pellicola ha il pregio di mettere la parola fine a una serie non certo esaltante (Milla a parte) e di chiarire anche i ruoli dei "cattivi" visti nei precedenti film (il dottor Isaacs, di cui scopriamo che era morto soltanto un clone, e l'ambiguo Wesker, qui ridotto al semplice ruolo di braccio destro), restano però i soliti difetti congeniti: una continuity fra episodio ed episodio che lascia parecchio a desiderare (con personaggi abbandonati o che spariscono senza spiegazioni: che fine hanno fatto Jill Valentine, Ada Wong e gli altri compagni di Alice del capitolo precedente, per esempio?), una regia nervosa e confusa che rende illeggibili e spezzettate le scene d'azione (quando non assolutamente noiose) e personaggi di contorno senza una particolare caratterizzazione (buoni solo per il meccanismo del totomorti: la presenza di un traditore nel gruppo che aiuta Alice a introdursi nell'Alveare, per esempio, non aggiunge un briciolo di tensione perché in fondo non ci importa nulla di nessuno di loro). Apprezzabili comunque alcuni spunti nella seconda parte del film, come la presenza di una "trinità" di Alice (la protagonista, la Regina Rossa e l'anziana Alicia Marcus) e in generale i rimandi alla prima pellicola, che consentono di chiudere una sorta di cerchio. Al punto che si potrebbe consigliare a un neofita di guardarsi soltanto il primo e quest'ultimo capitolo, saltando tutti gli altri (benché il terzo e il quarto non fossero del tutto da buttar via). Nel cast, bene Glen in un doppio ruolo (il vero Isaacs e un altro clone, caratterizzato come fanatico religioso), mentre Milla mi è apparsa più stanca e con meno entusiasmo del solito: forse anche lei si era stufata di questa serie.

2 novembre 2014

Resident Evil: Retribution (Paul W.S. Anderson, 2012)

Resident Evil: Retribution (id.)
di Paul W.S. Anderson – USA/Canada/Germania 2012
con Milla Jovovich, Sienna Guillory
*1/2

Visto in divx.

Catturata dalla Umbrella Corporation, la multinazionale responsabile della contaminazione biologica che ha trasformato il mondo in un'apocalisse di zombie, e rinchiusa nel suo "centro di collaudo" sotto i ghiacci della Kamchatka, Alice (Milla) viene aiutata a fuggire da alcuni insoliti alleati: Ada Wong (Li Bingbing), una delle migliori agenti di Albert Wesker (Shawn Roberts), un tempo a capo della stessa Umbrella ma ora esautorato dalla Regina Rossa (l'intelligenza artificiale che Alice aveva già affrontato nel primo capitolo della saga), e un commando guidato dal mercenario Leon S. Kennedy (Johann Urb). Attraversando i vari ambienti che compongono la struttura sotterranea (e che riproducono fedelmente strade e piazze delle principali capitali del mondo – New York, Mosca, Tokyo... – allo scopo di sperimentare le reazioni della popolazione agli attacchi biologici), Alice si rende conto che la corporazione si serve di numerosi cloni, fra i quali anche quelli con le sue fattezze e con quelle della soldatessa Rain (Michelle Rodriguez). Dopo aver salvato una bambina (Aryana Engineer) che, in una delle suddette simulazioni, è stata programmata per credere di essere sua figlia, Alice e i suoi compagni arrivano in superficie, dove però sono raggiunti da un clone di Rain e da Jill Valentine (Sienna Guillory), tuttora sotto il controllo mentale della Umbrella. La prima viene sconfitta, la seconda liberata dal condizionamento. Giunti da Wesker, questi inietta il T-virus nel corpo di Alice, restituendole le sue super-capacità: ne avrà bisogno, le spiega, per l'imminente scontro finale per la salvezza del mondo. Quinto (e penultimo, se Anderson vuole) capitolo della serie ispirata al celebre videogioco, è probabilmente l'episodio più fedele alla sua origine ludica (i vari ambienti che i personaggi attraversano sono come le fasi di un videogame; la meccanica di combattimento è quella di un tipico "sparatutto"; persino l'idea dei cloni, che rinascono dopo ogni morte per vivere esistenze differenti, richiama il concetto di gioco), nonché quello che si rifà più da vicino al primo film, ma anche il più limitato come ambizioni e come risultato. A parte occasionali combattimenti contro mostruosi zombie deformati dal virus, l'azione si riduce a interminabili sparatorie nei corridoi, e le caratterizzazioni dei personaggi sono virtualmente inesistenti. Milla è sempre un bel vedere, così come i suoi costumi, ma il suo impegno recitativo è piuttosto carente (per non parlare della Li o della Guillory: meglio assai la Rodriguez, per quanto sacrificata). Vabbè, ne manca uno solo: sarebbe dovuto uscire a inizio 2015, ma l'inattesa gravidanza di Milla (che sta per dare alla luce la seconda figlia) ha costretto il marito/regista/sceneggiatore a posticipare la lavorazione di quello che dovrebbe chiamarsi "Resident Evil: The Final Chapter".

17 ottobre 2011

I tre moschettieri (Paul W.S. Anderson, 2011)

I tre moschettieri (The Three Musketeers)
di Paul W. S. Anderson – USA 2011
con Logan Lerman, Milla Jovovich
**

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Elena.

Nuovo adattamento cinematografico di uno dei più classici romanzi d’avventura di tutti i tempi, girato dal regista di “Resident Evil” (nonché fortunato marito di Milla Jovovich) nello stesso stile del recente “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie, ovvero aggiornando il soggetto al moderno gusto hollywoodiano e agli stilemi del popcorn movie e condendo la vicenda con una profusione di scene d’azione e un ritmo ipercinetico. In più c’è il 3D, che proprio in questi film di puro intrattenimento trova forse la sua unica ragione d’essere (e riesce effettivamente, almeno in parte, ad arricchire di nuove profondità gli ambienti e le scenografie). Naturalmente i puristi storceranno il naso, perché se è vero che la trama di base è stata rispettata (l’incontro di D’Artagnan con i tre moschettieri, gli scontri con Jussac e Rochefort, la missione a Londra per recuperare i gioielli della regina, ecc.), non poche e non lievi sono le modifiche e i rimaneggiamenti al testo di Dumas. Su tutte, il notevole ampliamento del ruolo di Milady (interpretata da una Milla più splendida che mai): nell’incipit, ambientato a Venezia, la vediamo addirittura agire come un “quarto moschettiere”, in missione al fianco di Athos, Porthos e Aramis (caratterizzati come una via di mezzo fra ninja e agenti segreti), che naturalmente tradirà alla prima occasione per mettersi dapprima al servizio del duca di Buckingham e poi del cardinale Richelieu; ma le modifiche apportate al suo personaggio si ripercuotono su tutto il film, dando origine a scene di spionaggio in stile “Mission Impossibile” e sfociando in un finale alquanto differente da quello del romanzo originale, con un duello in cielo fra aeronavi tanto spettacolare quanto improbabile, seguito da un cliffhanger che ricorda proprio quelli che caratterizzano la serie di “Resident Evil”. Eppure, non me la sento di gridare al tradimento o alla lesa maestà: in fondo lo scopo principale del feuilleton di Dumas era quello di divertire i lettori e stuzzicare il loro desiderio di azione e avventura, e da questo punto di vista il film di Anderson non si comporta molto peggio dei suoi numerosi predecessori cinematografici. In più c’è Milla, che da sola è – come sempre – un motivo sufficiente per vedere la pellicola. Se gli attori che interpretano i quattro moschettieri sono semisconosciuti (il giovane Logan Lerman, nei panni di D’Artagnan, in qualche modo se la cava, mentre ben poca impressione destano gli altri tre), più interessante è il cast di contorno: oltre a Milla ci sono anche Christoph Waltz (Richelieu), Orlando Bloom (Buckingham), Freddie Fox (Luigi XIII) e Juno Temple (la regina Anna).

21 febbraio 2011

Alien vs. Predator (Paul W.S. Anderson, 2004)

Alien vs. Predator (AVP: Alien vs. Predator)
di Paul W. S. Anderson – USA 2004
con Sanaa Lathan, Raoul Bova
**

Rivisto in DVD.

Un gruppo di esploratori – di cui fanno parte il magnate Weyland (Lance Henriksen), la guida ambientalista Alexa (Sanaa Lathan) e l'archeologo Sebastian (un Raoul Bova che in quegli anni tentava, senza troppa fortuna, di sfondare a Hollywood) – scopre l'esistenza di un'antica piramide sotto i ghiacci dell'Antartide: l'edificio, che fonde caratteristiche delle culture egiziane, cambogiane e azteche, era stato costruito in tempi remoti per ospitare le battute di caccia di una razza di extraterrestri contro la preda per eccellenza, gli xenomorfi di "Alien", in una sorta di rito di passaggio. L'ingresso degli esseri umani nella piramide risveglia questi ultimi e contemporaneamente richiama i predatori sul pianeta: coinvolti nella sfida fra le due specie di alieni, i protagonisti dovranno scegliere da che parte stare se vorranno sopravvivere. Dalla fusione di due delle più popolari franchise horror/fantascientifiche degli anni ottanta nasce un crossover rivolto ai fan di entrambe le serie e tutto sommato abbastanza godibile, sebbene non certo all'altezza dei capostipiti (in particolare delle classiche pellicole di "Alien", di cui è di fatto un prequel visto che si svolge ai giorni nostri). Il regista è lo stesso del primo "Resident Evil", e si vede: molte trovate (come la mappa digitale della piramide in 3D che mostra i personaggi al suo interno) ricordano quel film, e anche la vicenda è essenzialmente simile, incentrata com'è su un gruppo di esseri umani in un luogo chiuso e sotterraneo e alle prese con mostri letali. Peccato che la caratterizzazione dei personaggi lasci un po' a desiderare: ma nel finale, quando Alexa si allea con il Predator per combattere l'Alien (all'insegna del motto "il nemico del mio nemico è mio amico"), e viene riconosciuta da questi come una degna "compagna di caccia", non mancano alcuni buoni momenti. Curiosa la presenza di Lance Henriksen, già apparso in due film di Alien nei panni di un androide (Bishop) che evidentemente verrà costruito a immagine di questo milionario, il fondatore della Weyland-Yutani Corporation. Era previsto anche un cameo di Arnold Schwarzenegger, ma l'attore ha declinato l'offerta dopo l'elezione a governatore della California. L'idea di unire le franchise di Alien e di Predator risale alla fine degli anni ottanta, quando la casa editrice Dark Horse aveva pubblicato un fumetto intitolato, appunto, "Aliens vs. Predator" (ma la trama era diversa). La febbre del crossover aveva già portato, l'anno precedente, alla realizzazione di un'altra pellicola di questo tipo, "Freddy vs. Jason", incentrata sullo scontro fra gli antagonisti delle saghe horror di "Nightmare" e "Venerdì 13".

17 ottobre 2010

Resident Evil: Afterlife (Paul W.S. Anderson, 2010)

Resident Evil: Afterlife (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/USA/Germania 2010
con Milla Jovovich, Ali Larter
**

Visto al cinema Uci Bicocca (in 3D).

Ebbene sì, sono andato al cinema per guardarlo in 3D, pur avendo espresso più volte le mie perplessità verso questo tipo di tecnologia. Ma l'opportunità di ammirare per una volta Milla in tre dimensioni ha avuto la meglio su ogni altra considerazione! Il quarto episodio della serie, che segna il ritorno di Paul W. S. Anderson alla regia, comincia con una bella scena ambientata a Tokyo – per la precisione al celebre incrocio di Shibuya – in cui Alice e i suoi cloni irrompono nel quartier generale giapponese della malvagia Umbrella Corporation, al termine della quale la nostra protagonista perde i suoi poteri e torna a essere una donna normale: e questo restituisce alla serie un po' di quel fascino da zombie movie classico che si era perduto dopo il primo film. Successivamente, partita in cerca di Arcadia (il misterioso luogo dove si sarebbero rifiugiati gli ultimi sopravvissuti rimasti sulla faccia della terra), Alice si ritrova bloccata in una prigione di Los Angeles insieme a una smemorata Claire Redfield, circondata dalle solite orde di non-morti. Con l'aiuto di un gruppo di pochi compagni (fra cui il fratello di Claire, Chris), riuscirà a venirne fuori e scoprirà che Arcadia non è una città ma una nave che si mantiene al largo della costa; e soprattutto che al suo interno la attendono altre sorprese, non tutte piacevoli. Come i precedenti, il film termina all'improvviso con un cliffhanger che annuncia un ulteriore sequel: finirà mai questa serie? A livello di contenuti la ricetta non cambia, e la pellicola – che si rivolge evidentemente a un pubblico di soli fan – aggiunge ben poco al genere, seguendo con fedeltà le regole del totomorti e presentando personaggi minori caratterizzati appena quanto basta per distinguerli l'uno dall'altro, scene d'azione prese dal videogioco, effetti speciali alla "Matrix", citazioni da Carpenter e dialoghi di basso livello: ma è inutile lamentarsi, in fondo il film non prometteva più di quanto non mantenga, e poi Milla è sempre bellissima (in particolare nella scena iniziale con i cloni, dove appare anche in versione multipla) e i due scontri con il malvagio boss della Umbrella, Wesker (il cui interprete è cambiato dal terzo film), non sono da buttare via. Come già in parte negli episodi precedenti, la stessa Milla ha contribuito a disegnare i propri costumi. Il 3D, nel complesso, è poca cosa e si rivela sostanzialmente inutile.

14 ottobre 2010

Resident Evil (Paul W.S. Anderson, 2002)

Resident Evil (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/Francia/Germania 2002
con Milla Jovovich, Michelle Rodriguez
**1/2

Rivisto in DVD.

Ispirato a una popolare collana di videogiochi, il film – vagamente carpenteriano e primo di una serie che a oggi conta quattro pellicole (ma altre sono già in programma) – aggiorna il filone dei classici zombie movie alla Romero con un'ambientazione moderna, asettica e fantascientifica, e ha contribuito a trasformare Milla – sexy e aggressiva come non mai – in un'icona del genere action/horror. A parte l'incipit nella sontuosa villa neoclassica in cui la protagonista si risveglia senza alcun ricordo del proprio passato (una tipica situazione da videogioco, appunto, come una nascita) e la bella inquadratura finale in cui si scopre che il contagio ha ormai invaso l'intera Raccoon City, quasi tutto il film è ambientato nelle stanze e nei corridoi di un complesso sotterraneo chiamato "l'Alveare", un sofisticato laboratorio di ricerca di proprietà della potente e corrotta Umbrella Corporation dove vengono sperimentate armi virali e batteriologiche. Proprio una di queste, il Virus T, in grado di trasformare gli esseri viventi in non-morti affamati di carne umana, ha contaminato l'intera struttura: e il computer centrale, la Regina Rossa (riferimenti ad "Alice nel paese delle meraviglie" sono sparsi un po' ovunque, a partire dal nome della protagonista), l'ha isolata dall'esterno per impedire che l'epidemia si diffonda. A una prima parte fredda e piena di tensione, con Alice e un gruppo di soldati che cercano di penetrare nell'Alveare per scoprire che cosa è successo e devono vedersela con il computer (una versione femminile dello HAL 9000 di "2001: Odissea nello spazio") e le trappole in stile "The cube" (come il laser che taglia a fettine) che questi ha disseminato attorno a sé, ne segue una seconda più concitata e ricca invece di azione, in cui i personaggi devono fuggire dall'assalto dei non-morti, fra i quali – oltre a uomini – ci sono anche animali (memorabile la scena in cui Alice lotta contro i cani: a proposito, Milla ha effettuato tutti gli stunt in prima persona, senza controfigure!) e mostri vari (il cosiddetto "licker"). Fra i comprimari si segnalano Michelle Rodriguez (la tosta soldatessa Rain, un classico personaggio "alla Vasquez"), Eric Mabius (Matt, attivista contro le multinazionali) e James Purefoy (Spence, il misterioso "marito" di Alice). Tranne che nella scena iniziale, in cui si sveglia nuda nella doccia, e in quella finale, in cui indossa soltanto un telo da ospedale, Milla veste per tutta la pellicola un costume molto essenziale, che comprende stivaletti neri e un leggero abito da sera rosso. Il regista Paul W.S. Anderson – che aveva già sfornato l'adattamento cinematografico di un videogioco con "Mortal Kombat" – si limiterà a scrivere e a produrre il secondo e il terzo film della serie ("Resident Evil: Apocalypse" e "Resident Evil: Extinction"), tornando dietro la macchina da presa soltanto con il quarto episodio ("Resident Evil: Afterlife"). Nel frattempo è diventato il fortunato marito di Milla, nonché il padre di sua figlia Ever (il cui padrino è Wim Wenders!).